Oblomoviana VII

 

A still from the mosfilm studios production of 2 part film, 'a few days in the life of i, i, oblomov' directed by nikita mikhailov and based on the novel oblomov by ivan a, goncharov, zakhar (left) played by people's artist of the ussr, andrei popov and oblomov (center) played by people's artist oleg tabakov, 1980. (Photo by: Sovfoto/UIG via Getty Images)

«Smetterai una buona volta di lavorare», osservò Oblomov.
«Non smetterò mai. Perché dovrei?»
«Quando avrai raddoppiato il tuo capitale», disse Oblomov.
«Quand’anche lo quadruplicassi, non smetterei neanche allora.»
«Ma perché ti arrabatti tanto», riprese Oblomov dopo una pausa, «se il tuo scopo non è quello di assicurarti l’avvenire per poi ritirarti in un posto tranquillo a riposare?»
«Oblomovismo campagnolo!» disse Stolz.
«O se il tuo scopo non è quello di raggiungere in società un nome e una posizione come servitore dello Stato e poi godere in un ozio onorato la meritata pace?»
«Oblomovismo pietroburghese!», obiettò Stolz.
«Ma allora quando si vive?», ribatté Oblomov indispettito dalle osservazioni di Stolz. «Perché mai affannarsi per tutta l’esistenza?»
«Per il lavoro in se stesso, e per null’altro. Il lavoro è l’immagine, il contenuto, l’elemento e lo scopo della vita, per lo meno della mia vita. Dalla tua, invece, tu hai bandito il lavoro, e che cosa è diventata ormai la tua vita! Io tenterò di scuoterti, forse per l’ultima volta. Se poi continuerai ancora a startene lì seduto, con i vari Tarant’ev e Alekseev, sarai completamente perduto, diventerai di peso anche a te stesso. Adesso o mai più!», concluse.
Oblomov lo ascoltava con un’espressione allarmata. Come se l’amico gli avesse messo davanti uno specchio e lui, spaventato, vi si riconoscesse.
«Non mi rimproverare, Andrej: aiutami piuttosto!» lo pregò con un sospiro. «Io sono il primo a tormentarmi per questo; e se tu avessi guardato e ascoltato, anche solo oggi, come io mi scavo la fossa con le mie mani e come piango su me stesso, questi rimproveri non sarebbero usciti dalla tua bocca. So tutto, comprendo tutto, ma mi mancano la forza e la volontà. Dammi la tua volontà e la tua intelligenza, e guidami dove vuoi. Forse, dietro di te, mi muoverò, ma da solo non mi sposterei di un palmo. Hai detto bene: “Adesso o mai più”. Ancora un anno, e sarà troppo tardi.»
«Ma sei proprio tu, Il’ja?», disse Andrej. «Ti ricordo come un ragazzo snello e vivace, che ogni giorno andava a piedi da Preèistenka a Kudrino; là nel giardinetto… ha dimenticato le due sorelle? Hai dimenticato che portavi loro Rousseau, Schiller, Goethe, Byron? E che toglievi loro di mano i romanzi della Cottin e della Genlis? Ti davi importanza, volevi affinare il loro gusto…»
Oblomov sobbalzò sul divano.
«Come, ricordi anche questo, Andrej? Già! Sognavo con loro, sussurravo speranze per il futuro, formavo progetti, avevo pensieri e… anche sentimenti, di nascosto, perché tu non mi prendessi in giro. Anche questo è morto là e non s’è più ripetuto! E dove è andato a finire? Perché si è spento? È inconcepibile! Eppure, non mi hanno sconvolto né tempeste né turbamenti; non ho perduto nulla; nessun giogo pesa sulla mia coscienza, che è pura come cristallo; nessun colpo ha ucciso in me il mio amor proprio. Malgrado ciò, Dio sa perché, tutto va in rovina!»
Sospirò.
«Sai, Andrej, nella mia vita non si è mai divampato un fuoco, salvatore o distruttore che fosse. Essa non è stata, come per gli altri, simile al mattino che a poco a poco si accende di colori e di luce e si trasforma in un meriggio ardente, in cui tutto ribolle e vibra, e poi, sempre più calmo e pallido, si spegne nella sera. No, quando la mia vita è cominciata, era già al tramonto. È strano, ma è così! Dal primo momento in cui ho avuto coscienza di me stesso, ho sentito che mi spegnevo. Ho cominciato a spegnermi scrivendo le scartoffie della cancelleria; ho continuato a spegnermi apprendendo dai libri verità delle quali non sapevo come servirmi nella vita; mi sono spento tra gli amici, davanti alle ciarle, ai pettegolezzi, alle punzecchiature, alle chiacchiere fredde e cattive, alla loro futilità, guardando l’amicizia tenuta su da incontri senza scopo, senza simpatia; mi sono spento e ho dissipato le mie forze con Mina, alla quale davo oltre la metà delle mie entrate credendo di amarla; mi sono spento nelle malinconiche e indolenti passeggiate sulla Prospettiva Nevskij fra pellicce d’orso e baveri di castoro, nelle serate, ai ricevimenti, dove mi si accoglieva cordialmente come un partito non disprezzabile; mi sono spento e ho sprecato in bagattelle la mia vita e la mia intelligenza trasferendomi dalla città in villa, dalla villa a via Goròchovaja, riconoscendo la primavera dall’arrivo delle ostriche e delle aragoste, l’autunno e l’inverno dai giorni fissi di ricevimento, l’estate dalle passeggiate… ho sprecato tutta la vita in una pigra e tranquilla sonnolenza, come gli altri… Perfino l’amor proprio, in che cosa l’ho consumato? Per ordinare abiti a un sarto di grido? Per frequentare una casa importante? Perché il Principe P. mi stringesse la mano? Eppure l’amor proprio è il sale della vita! Dov’è andato a finire? O io non ho capito questa vita, o essa non vale nulla; ma io non ho mai visto né conosciuto niente di meglio, nessuno me lo ha mostrato. Tu apparivi e scomparivi come una cometa, luminosa, veloce, e io, dimentico di tutto, mi spegnevo…»

Ivan Gončarov, Oblomov, II – 4

Annunci