Oblomoviana VIII

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«Adesso o mai più!» Ecco le minacciose parole che si affacciarono alla mente di Oblomov non appena si svegliò la mattina dopo. Si alzò, andò due o tre volte su e giù per la stanza, diede un’occhiata in salotto: Stolz stava scrivendo. «Zachàr!», chiamò. Non sentì il balzo giù dalla stufa: Zachàr non arrivò. Stolz lo aveva mandato alla posta. Oblomov andò alla tavola coperta di polvere, sedette, prese una penna e la intinse nel calamaio, ma non c’era inchiostro; cercò la carta, ma non c’era neanche quella. Immerso nei suoi pensieri, tracciò macchinalmente una parola col dito sulla polvere, poi lesse ciò che aveva scritto: “oblomovismo”. Si affrettò a cancellare con la manica quella parola che gli era apparsa in sogno la notte, scritta sui muri a lettere di fuoco, come a Baldassarre durante il banchetto.
Zachàr arrivò e, trovando Oblomov in piedi, lo guardò con aria ottusa. In quello sguardo ebete di meraviglia si leggeva: «oblomovismo!». «Una sola parola», pensava Il’ja Il’ič, «ma quanto è… velenosa!…».
Zachàr, come di consueto, prese il pettine, la spazzola, l’asciugamano e si avvicinò al padrone per pettinarlo.
>«Va’ al diavolo!», disse irritato Oblomov facendo saltare la spazzola dalle mani di Zachàr, che per conto suo aveva già lasciato cadere il pettine.
«Non vi coricate di nuovo?», domandò Zachàr. «Perché allora accomoderei il letto.»
«Portami inchiostro e carta», ordinò Oblomov.
E si rimise a meditare sulle parole «Adesso o mai più!».
Ascoltava questo appello disperato della ragione e della forza, cercava di valutare quanta volontà ancora gli restasse, e dove l’avrebbe portato e come avrebbe impiegato quel misero avanzo. Dopo tormentose riflessioni, afferrò la penna, scovò un libro cacciato in un angolo, e si ripropose di leggere, scrivere, pensare in un’ora tutto ciò che non aveva letto, scritto, pensato in dieci anni.
Che cosa doveva fare adesso? Andare avanti o restare? Questo dilemma oblomoviano era per lui più atroce di quello amletico. Andare avanti voleva dire strapparsi di colpo l’ampia veste da camera non solo di dosso, ma anche dall’anima, dalla mente; spazzar via, insieme con la polvere e le ragnatele dalle pareti, anche la ragnatela che gli offuscava gli occhi e ricuperare la vista!
E per arrivarci, qual era il primo passo da fare? Da dove cominciare? Non so, non posso… no… faccio il furbo, lo so e… Ma qui c’è Stolz, a portata di mano; me lo dirà lui.
Ma cosa mi dirà? «In una settimana», dirà, «buttar giù precise istruzioni per un procuratore e mandarlo al villaggio, ipotecare Oblomovka, comprare altre terre, mandare il piano delle costruzioni, sgomberare l’appartamento, farsi rilasciare il passaporto, e andare all’estero per sei mesi, sbarazzarsi del grasso superfluo, togliersi di dosso la pesantezza, rinfrescarsi lo spirito in quell’aria sognata con l’amico in tempi remoti, vivere senza veste da camera, senza Zachàr e Tarant’ev, infilarsi da solo le calze e togliersi da solo le scarpe, dormire soltanto di notte, andare dove vanno tutti, con treni e piroscafi, poi… Poi… stabilirsi a Oblomovka; impratichirsi di semine e trebbiature, capire perché ci sono contadini poveri e contadini ricchi; andare per i campi, alle elezioni, in fabbrica, ai mulini, al porto. Nello stesso tempo leggere i giornali, i libri, preoccuparsi di sapere perché gli inglesi hanno mandato una nave in Oriente…»
Ecco cosa dirà Stolz. Questo significa andare avanti… E così per tutta l’esistenza! Addio, ideale poetico della vita! Questa non è vita; è una specie di fucina, eternamente piena di fiamme, di stridori, di aria rovente, di rumore… e allora, quando si vive? Non è forse meglio restare qui? Restare significa infilarsi la camicia alla rovescia, sentire Zachàr che balza giù dalla stufa, pranzare con Tarant’ev, non pensare quasi a nulla, non finire di leggere il viaggio in Africa, invecchiare pacifici nell’appartamento della comare di Tarant’ev…
«Adesso o mai più!». «Essere o non essere!». Oblomov fece per alzarsi dalla poltrona ma, non avendo trovato subito col piede la pantofola, ricadde a sedere.

Ivan Gončarov, Oblomov, II – 5

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