Semantica della felicità

Agli uomini accade d’essere felici. La felicità, è perciò un fatto, più esattamente un sentimento, uno stato della mente. Gli uomini sanno cos’è la felicità e non tanto perché ne possiedono il concetto, ma perché ne sperimentano la condizione: essi, infatti, non ignorano quel che sentono quando si sentono felici. La felicità dunque esiste e come tale è di questo mondo.
[…]
Se è così, la felicità si dà ad essere come una tonalità affettiva dell’essere nel mondo o, più determinatamente, come una modalità dello stare al mondo. La felicità agli uomini è nota e dunque è di questo mondo. D’altra parte non ci vuol molto per farsene un’idea: basta semplicemente esser stati felici. A questo punto poco importa che la condizione di felicità sia breve o lunga, che sia occasionale o consueta, quel che invece è importante è dato dal fatto che essa una volta vissuta non può essere dimenticata, poiché la coscienza mantiene in sé quel che trapassa. Per l’uomo nulla perisce definitivamente, poiché il tempo non è in grado di abolire l’esperienza. La coscienza, infatti, può essere intesa come un consolidarsi dello stesso fluire. Così interpretata, essa viene a coincidere con lo stratificarsi progressivo dell’esperienza e trattiene quel che trapassa, poiché in certo senso essa altro non è se non un passato che si immobilizza. Ogni uomo è radicato nel suo passato e per questo quel che passa non è mai definitivamente perduto: per questo può essere sempre ricercato e fors’anche ritrovato. La felicità può dunque esser perduta come condizione di vita, ma non può esser cancellata come esperienza e a tale titolo può sempre esser ricercata.

Salvatore Natoli, La felicità. Saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli, Milano 1994, pp.11-12

Annunci