Semantica della felicità 3

Non volendo per ora entrare nel merito di tali questioni e prendendo per buono il luogo comune, sembra che la felicità possieda la natura dell’attimo. Ciò non toglie, però, che ben si sappia cosa essa è, in che consiste, altrimenti non potrebbe essere neppure perduta. Tanto basta per poter parlare di essa come di cosa che c’è, intorno a cui ci si può interrogare con senso, dal momento che la pur concessa transitorietà nulla toglie alla sua effettività.
Agli uomini accade d’essere felici e perciò essi sanno in che consiste la felicità: quel che invece ignorano o comunque risulta loro poco chiaro è la ragione del loro sentirsi felici. D’altra parte è normale che sia così, se è vero che la felicità coincide con una generale sensazione di soddisfazione e di pienezza tale che nel momento in cui la si possiede se ne è, in effetti, posseduti e non si può uscire da essa: non a caso è stato detto che la felicità altro non è che uno stato di grazia. Gli uomini, quando sono felici, la felicità la vivono o, più esattamente, vivono di felicità e perciò è impossibile che si domandino perché sono felici: se se lo domandassero è probabile che cesserebbero di essere felici, problematizzerebbero lo stato in cui si trovano e in certo senso si porterebbero fuori di esso: il sentimento di pienezza sarebbe velato  dall’ombra della perdita. L’interrogazione sul perché di un evento equivale, infatti, alla formulazione dell’idea che quel che c’è potrebbe anche non esserci e che perciò la condizione di benessere in cui ci si trova è qualcosa che può anch’esso dileguare. Tanto basta a turbare l’incanto, a insinuare nello stato di pienezza un senso di precarietà sia pur indeterminato, ma, comunque, sufficiente a dissolvere la certezza del proprio bene. Ciò che, infatti, caratterizza la felicità come condizione interna, come stato della mente, è la certezza del proprio benessere, e ciò è possibile solo se si è immersi interamente in esso. La felicità possiede dunque i tratti dell’immediatezza e ciò è così vero che, se può bastare poco per essere felici, è impossibile esserlo se si perde la certezza della propria condizione, se si immagina che essa può essere perduta. L’uomo non attinge la felicità per via di riflessione: in senso stretto l’uomo non sa di essere felice, si sente felice. Sotto questo aspetto Adorno non era lontano dal vero quando a proposito della felicità scriveva: «È  per la felicità come per la verità: non la si ha, ma ci si è. Felicità non è che l’esser circondati, l’“esser dentro”, come un tempo nel grembo della madre».

Salvatore Natoli, La felicità. Saggio di teoria degli affetti, Feltrinelli, Milano 1994, p. 14

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