Nestor Segundo

Quando facevo l’imprenditore, ho avuto fra i miei collaboratori un autista cileno. Si chiamava Nestor Segundo Valenzuela Herrera, in arte Gianni. Questo Gianni, all’epoca del golpe di Augusto Pinochet, era un giovanissimo attivista comunista: facile immaginare i guai che aveva passato. Dal suo scarno racconto seppi che era stato segregato insieme a migliaia di persone nel famoso stadio di calcio, dal quale era riuscito a evadere imbrancandosi in una fuga di massa. Ancora soffriva di disturbi allo stomaco per via dei pestaggi subìti e la sua camminata sembrava un po’ sbilenca. Era un lavoratore, non si risparmiava e aveva il sorriso pronto, dove mostrava i denti grandi e lo sguardo trasparente. Le sue uniche lamentele erano per la mancanza di tempo che gli impediva di andare a sbrigare le sue faccende. “No ce l’ho tempo!”, ripeteva.
Di lui m’è rimasta impressa una volta in cui in magazzino – come spesso accadeva – c’era stato un disguido. Nacque una piccola discussione, e quando gli chiesi: “Ma allora, chi è stato a fare questo?”, lui alzò le mani e mi fissò con una faccia diventata di pietra. “Ok”, tagliai corto, “lasciamo stare”. Avevo capito che non avrebbe parlato neanche sotto tortura: come voler fare abbaiare un gatto o miagolare un cane. Anche se non era una delazione, ma un semplice chiarimento.
Chissà che fine ha fatto, Gianni. Dopo che mi dimisi dalla società mi capitò ancora di vederlo scorrazzare col furgone, poi lo persi di vista.

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