Semantica della felicità 5

Uno dei politici greci più grandi fu Solone. Impose una riforma costituzionale agli Ateniesi e, invece di chiedere la ratifica con un referendum, partì, dopo essersi fatto promettere che nessuno l’avrebbe modificata fino al suo ritorno. Sulle coste dell’Asia Minore incontrò l’uomo più ricco e potente, Creso re di Lidia. Il sovrano gli mostrava ricchezze immense, terre fertili, sudditi obbedienti, una famiglia fedele: si potrebbe chiedere altro dalla vita? Eppure Solone si rifiutava di dirlo felice. Perché la vita è lunga e non si sa mai: «Aspetta la fine», diceva. Parole che irritarono il sovrano, ma di cui avrebbe presto scoperto la verità, dopo che il suo esercito era stato sbaragliato, il regno crollato e lui stava per essere bruciato vivo. I momenti piacevoli e le emozioni intense non erano mancati a Creso. Ma si potrebbe definire felice la sua vita, o quella di Priamo, il re migliore che aveva visto tutto distrutto quando i Greci avevano preso Troia? Viviamo in media 26.250 giorni, aveva calcolato Solone; arrotondiamo pure a 30 mila: e «ogni giorno porta qualcosa di nuovo». Meglio non affrettarsi, dunque, a gridare la propria felicità, «perché molti il Dio, dopo aver lasciato loro intravedere la felicità, li ha abbattuti fin dalle fondamenta». Aspetta la fine, appunto.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #242, pag. 2

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