Anversa

Pieter Brueghel il Giovane, Danza nuziale allʼaperto, 1610

Nei palazzi dei nobili e della grande borghesia nascente, altre erano le preoccupazioni. Anversa era il nido del capitale, dove si erano insiediati i banchieri tedeschi, come i Welser e i Fugger. Lettere di cambio, credito a interesse, azioni minerarie e appalti milionari si convertivano in ducati che compravano l’elezione d’imperatori e vescovi, costruivano cattedrali, armavano eserciti, sedavano rivolte, acquisivano il diritto ad amministrare le tasse e la giustizia e finanziavano la cultura e gli artisti. Al tempo di Pieter il Vecchio, Anversa era il centro del mondo, dove tutto trovava una ragione economica.
Ma, nelle compagne come negli edifici cittadini, la morte era più forte del denaro. Trent’anni vivevano in media gli uomini: meno le donne, per cui ogni parto era un azzardo. L’igiene inesistente, le epidemie e qualche pratica bizzarra (come il vino ai neonati) uccidevano la metà dei bambini fino ai 15 anni. Eserciti mercenari, saccheggi e carestie imperversavano senza sosta. La pena capitale puniva molti dei crimini più comuni. I ricchi morivano anche di eccessi alimentari (la carne) o, se malati, per l’accanimento di medici ignoranti. La vita, per tutti, durava una manciata d’anni. Se l’economia reggeva questo mondo, lo spirito guardava necessariamente all’altro.

Eleonora Belligni, in la Lettura #252, pagg. 26-27

Annunci