Nel 1427

Nel 1427 la Repubblica fiorentina, avendo affrontato spese oltre i propri mezzi durante anni opachi per l’economia, si trovava stretta da impellenze che la Repubblica italiana sei secoli più tardi avrebbe conosciuto bene: un debito preoccupante, l’evasione che metteva alla prova l’efficienza di alcune funzioni vitali dello Stato, elettori che chiedevano meno tasse ed equità nella pressione fiscale tra ricchi e poveri.
La differenza è che Firenze seicento anni fa reagì come un governo scandinavo del XXVI secolo. Cercò di conoscere per deliberare, prima di tutto. Ogni capofamiglia venne invitato al catasto per dichiarare il proprio nome e le dimensione della sua unità familiare, l’età, il mestiere e il reddito, le sostanza in denaro o in case e terre, quindi «crediti o traffici, gli schiavi, i buoi, gli armenti e le greggi». Negli uffici pubblici di quartiere si presentarono 9.780 nuclei familiari, 1.885 gruppi di affini con uno stesso cognome, e molte persone che, con una competenza alfabetica sorprendente, sui registri scrissero solo: «Non ho nulla». Questi nullatenenti erano poco meno di un sesto degli abitanti, poi però c’erano gli altri: i capifamiglia dei ceti medio-bassi, medi ed elevati; il ritratto dei loro redditi e dei loro patrimoni assunse una dimensione che in seguito la reticenza dei più facoltosi avrebbe reso impossibile in Italia per secoli a venire.

Federico Fubini in la Lettura #257, pag. 2

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