Disubbidienza

Giuseppe Capogrossi, Superficie 154, 1956

Strano destino quello della disubbidienza: da sempre esecrata e repressa. Seguita da un castigo, da una punizione da parte di Dio e degli uomini, talvolta anche dalla natura, per aver infranto l’ordine, ignorato la regola, contravvenuto a un obbligo. Dal peccato originale che spinse Adamo ed Eva a cogliere il frutto proibito, l’esistenza futura si è giocata tutta nella ricerca di una riparazione per il torto inferto all’Assoluto. Se Adamo non avesse osato sfidare l’ordine superiore, ci godremmo ancora le delizie dell’Eden. Obbedienti. Annoiati e incoscienti.
Ma la disubbidienza è pur sempre una forma di arroganza. Si mettono in discussione l’autorità e il rispetto della giusta misura (katà métron), che sia la durata della vita o i limiti delle capacità umane. Arrogante è chi si ritiene in diritto di superare il limite prestabilito e perciò è punito dalla natura, se la sua azione ne ha infrante le leggi; dai tribunali se ha violato le leggi umane. Il katà métron è una variabile dipendente, fluttua come un titolo in Borsa, a seconda della cultura di un popolo o della sensibilità etica. Oggi volare non è un gesto di arroganza, ma pretendere di farlo al tempo di Icaro era un delitto da pagare con la vita.
I Greci si erano inventati persino una divinità per ridurre all’obbedienza, la Nemesi, dea alata della giustizia, munita di spada e bilancia. Pronta a punire ogni segno di superbia, raddrizzatrice di torti e restauratrice di equilibri messi in discussione, per rimettere l’uomo al suo posto. Da mano armata degli dèi a forza distruttiva della natura il passo è breve. Nella sua forma moderna, la Nemesi storica vendica le vittime di soprusi compiuti dal malgoverno: non più di un atto consolatorio.
Nella convinzione che la giusta misura non fosse fissata per sempre, l’uomo ne ha allargato i limiti. Col tempo l’asticella è stata posta sempre più in alto, sicché l’area dell’ubbidienza si è fatta progressivamente più vasta e l’arroganza ha dovuto trovarsi nuovi e più scomodi settori d’intervento.

Carlo Bordoni in la Lettura #276, pag. 11

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