Etruscan Mystery – I.2

Lungo l’intestino di corridoi che si snodava nel Museo Archeologico, le scaffalature incupite dalla polvere s’arrampicavano fino al soffitto. Agli ultimi ripiani ci si arrivava con una vecchia scala d’alluminio agganciata a un corrimano fissato a due metri e mezzo d’altezza.
Il dottor John Tevis l’assestò sulle mattonelle del pavimento, un po’ instabili proprio nella zona che stava esplorando. La scala oscillò appena lui cominciò a salirvi, tanto che dovette scendere e rimetterla in posizione, prima di risalire per estrarre un repertorio bibliografico del 1880 legato in mezza pelle.
Lo compulsò appollaiato sul predellino, impaziente di esplorarne le pagine. La solita smania di vedere le cose subito, senza aspettare, che lo accompagnava da quando era studente. Ma dovette rassegnarsi a richiuderlo. Scese con cautela, e rifece il percorso che attraversava la biblioteca fino alla stanza che gli avevano assegnata. Era un lungo ambiente con le pareti tappezzate in damascato rosso, coperte da librerie a vetrina zeppe di volumi. Tre grossi tavoli scuri campeggiavano al centro, con un fotocopiatore accanto alla porta d’ingresso.
Tevis poggiò il repertorio sul tavolo di lavoro e si lasciò cadere sulla sedia imbottita. La trasferta alla biblioteca del Museo Archeologico di Firenze per conto dell’Università di Cardiff l’aveva colto un po’ alla sprovvista, obbligandolo a lasciare la casa di Penarth. E ora avvertiva strane, sgradevoli avvisaglie. Forse erano gli strascichi della sindrome ansioso-depressiva che l’aveva spinto a offrirsi per incarichi di ricerca all’estero. Quando il professor Crowley del dipartimento di Paleografia gli aveva detto di prepararsi alla partenza, era stato sul punto di rinunciare: non immaginava che sarebbe finito di nuovo in Italia. Dopo i primi mesi a Firenze s’era ormai abituato alla stabile, media infelicità che lo proteggeva dal vuoto sconvolgente lasciatogli da Laura. E lei, dalla casa dei genitori, non s’era mai fatta viva, nemmeno per salutarlo. A quel punto, decise: controllare ossessivamente la segreteria telefonica era un vizio da estirpare.
I tomi che ingombravano i piani di lavoro servivano alla ricerca sul fondo Antinori, una raccolta di manoscritti la cui mole si rivelava sempre più cospicua. Un lavoro che minacciava d’impegnarlo per molto, se non fosse riuscito a concentrarsi. Ma le distrazioni, nel suo stato, erano inevitabili.
Tornò a guardare la porta a doppio battente incorniciata fra le librerie. Restava sempre socchiusa, lasciando trapelare un frusciare di carte quando all’interno c’era la dottoressa Lazzeri, direttrice del museo e ispettrice della Sovrintendenza ai beni archeologici.
La presenza discreta di Tevis nella biblioteca sembrava non averla condizionata, mentre per Tevis era accaduto esattamente il contrario. I postumi della crisi l’avevano lasciato vulnerabile, e ogni volta che la Lazzeri passava nei vestiti attillati, il suo sguardo s’alzava a cercare gli occhi di lei, che lo ricambiava con una sbirciata sorridente, sempre troppo fugace, con le fossette a incorniciarle la bocca.
Quanti anni poteva avere? Ancora non riusciva a capirlo. Formosa, giovanile, le spalle e i fianchi larghi, la pelle ambrata, il viso rotondo illuminato da occhi grandi e da un sorriso apparentemente disarmato. Le labbra carnose sembravano avere sempre un velo di rossetto, ma non ci avrebbe giurato: con un niente quel carminio era naturale. Sommato alla curva del corpo, ai capelli ramati e ai seni prepotenti, l’elemento rischiava di creare una situazione destabilizzante.
Nelle ultime settimane la Lazzeri s’era vista poco in ufficio. Molto tempo lo passava nelle sale del Museo Archeologico, impegnata ad allestire la mostra degli ultimi reperti trovati intorno alla città. E Tevis s’era trovato a trascorrere le giornate in modo disordinato e capriccioso, scartabellando vecchi libri e frugando tra scaffali impolverati, distraendosi a ogni suono di passi lungo il corridoio. Aveva addirittura preso l’abitudine di andare a far fotocopie al museo, con la scusa che quelle della sua macchina erano orribili, o a chiedere informazioni pretestuose al supponente dottor Bellini, uno dei curatori della mostra, solo per poterla vedere.
Tevis diede una scorsa al repertorio che aveva davanti, lo richiuse con cura e lo piazzò sulla pila di documenti da esaminare. Gettò lo sguardo fuori della finestra, nella fetta di cielo tagliata dai muri gialli del palazzo che dominava via della Colonna.
Decise di andarsene in anticipo. Ripose gli appunti nel cassetto, lo chiuse a chiave e percorse il corridoio silenzioso. Uscì dal cancelletto che delimitava l’ala della biblioteca e raggiunse lo scalone del palazzo. Di fronte s’aprivano le sale al primo piano, appena rimodernate: Tevis vi indugiò, scrutando attraverso le porte di vetro in cerca della figura di lei, poi scese.
Quando uscì da una porta secondaria in via Laura, il sole scaldava ancora il fermento della città. Si tolse la giacca leggera con gli spacchetti, imboccò via Gino Capponi e s’incamminò tra la gente. Costeggiò i muri della Santissima Annunziata, lungo la strada che portava all’appartamento dov’era alloggiato, in via Micheli: una settantina di metri quadri bene arredati, concessi da una squisita signora della vecchia borghesia, al secondo piano del suo stabile dalla facciata scurita.
Quando fu davanti al portone frugò nelle tasche in cerca delle chiavi. «Damn…» bofonchiò. Le aveva scordate di nuovo. Si vide costretto a suonare dalla padrona di casa. Premette il pulsante d’ottone con la scritta Gabriella Benedetti e attese.
«Sono Tevis, signora. Ho dimenticato le chiavi» si giustificò al citofono.
Come entrò nell’atrio, fu avvolto dalla frescura odorosa delle case antiche. La penombra s’allungava fino a una porta a vetri che s’apriva nella corte popolata di piante. Fece per avviarsi verso le scale, quando uno scalpiccio proveniente dallo scantinato lo distrasse. La porta s’aprì con un cigolio e dalla stretta gradinata emerse Sergio Fanelli, il suo vicino di pianerottolo.
«Buona sera, Fanelli» lo salutò Tevis, cordiale.
Il vicino trasalì. «Ah… buonasera, non l’avevo vista.» Lo guardò attraverso le lenti affumicate, come se non sapesse cosa dire. «Come va?»
«Direi bene, grazie.»
Alle spalle di Fanelli spuntò un uomo grassoccio dall’aspetto trasandato, che si accarezzava la zazzera di capelli radi.
«Be’, ci si vede, allora» Tevis decise di sciogliere il vicino dall’impasse in cui sembrava caduto, mentre l’uomo grassoccio indugiava in fondo all’atrio.
«Ci vediamo» si sforzò di sorridere Fanelli, e s’affrettò verso il cortile.
Dall’alto delle scale giungevano delle voci. Tevis raggiunse il primo piano e intravide la signora Gabriella sulla soglia di casa.
«Mi scusi, so di essere imperdonabile…»
«Non cominci, John» l’interruppe lei, affettuosa. «Stavo raccontando alle amiche quanto lei sia gentleman…» Affacciate al portone, una mora col viso grinzoso e un’altra signora dalla criniera leonina lo guardavano amabilmente.
«Troppo buona,» si schermì Tevis con un cenno.
«Sa che è giunto a fagiolo?» replicò la signora Gabriella. «Volevamo fare una partita di mah-jong e ci mancava il quarto.»
«Oh… Sorry. Temo che…»
«Su, su, non faccia il difficile» si fece avanti la mora, mettendo in evidenza le curve sotto la maglia aderente. Lo prese per un braccio e lo tirò all’interno, scortata dai sorrisi complici delle altre.

(I.2 – continua)

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