Etruscan Mystery – I.3

Hugo Pratt, Anna nella giungla

La chioma a ombrello dell’acacia di Costantinopoli la teneva in ombra, rendendola poco visibile agli uccelli. Alessia Romanelli osservava col binocolo i cigni reali scivolare sullo stagno, accompagnati dai sussurri della vegetazione. Il fruscio delle foglie dell’acacia, simili a fronde di felci, rispondeva alle folate di vento che s’alzavano improvvise.
Staccò gli occhi dal binocolo e guardò Terzo Diodati uscire da una delle rimesse, chiudere il cancello e sparire fuori del muro di cinta. Un’altra razione di cibo stava per essere servita al popolo delle cicogne, e i gabbiani che veleggiavano in aria sembrarono accorgersene. Con ampi cerchi s’abbassarono, strombettando striduli.
Alessia rimise gli occhiali, chiuse il seggiolino e decise di andare a vedere. Percorse l’esterno della recinzione ed entrò nella riserva, fermandosi sotto un giovane acero. Le cicogne si mossero con lentezza, misurando i passi come se contassero i metri che le separavano dal cibo, mentre i gabbiani si tenevano a distanza, chiassosi, le grida che s’incrociavano con sequenze di tonalità diverse, quasi fonemi di un linguaggio.
Alessia li contemplò assorta. D’ora in poi doveva pensare alla tesi di laurea e a nient’altro. Al telefono si sarebbe fatta negare, visto che le amiche erano in vacanza e l’unico che poteva chiamarla era lui. Il conte dei miei stivali, rimuginò acida, il bamboccio di scarso cervello, viziato, senza sensibilità. All’inizio l’aveva quasi intuito, ma s’era lasciata sedurre dal suo entusiasmo vuoto, dall’abilità di commediante, dal suo anticonformismo posticcio. Un senso di rabbia le bruciava da giorni, senza tregua.
Seguì con lo sguardo la figura segaligna del custode che andava avanti e indietro, gettando manciate di pastone. Con gli stivali da lavoro, i pantaloni della tuta e la camicia a quadri, l’uomo consacrava le giornate agli uccelli della proprietà e a quelli che vi orbitavano intorno, attratti dal cibo o portati da soccorritori improvvisati. Viveva praticamente fuori dal mondo, mai una vacanza, mai al cinema o al mare. Nulla a che spartire con la realtà prefabbricata che li assediava e con la quale, volenti o nolenti, bisognava fare i conti.
Nella saggezza dei suoi ventisei anni, Alessia cominciava a elaborare un’interpretazione delle cose. Anzitutto, le appariva fondato il sospetto che il genere umano si potesse suddividere in alcune grandi categorie. Quelli che si vendono e quelli che non si vendono, ad esempio. Quelli che vendono il proprio tempo accettando la schiavitù d’un lavoro alienante, e quelli che il tempo lo tengono per sé arrangiandosi a modo loro. Poi, quelli che cedono la propria coscienza e il proprio discernimento e quelli che invece si ostinano a voler pensare con la propria testa. I ricchi potevano comprare tutto, era chiaro, ma molti si vendevano alla cieca.
La questione era complessa, rischiava di metterla in crisi. Forse era lo studio della storia antica ad averle plasmato il modo di pensare, una passione maturata lentamente, scoperta al liceo. E ora che le mancava solo la tesi, la sua metamorfosi appariva evidente.
Guardò il planare dei gabbiani e il battere secco delle mandibole delle cicogne bianche. Tra un paio d’ore Anteo l’avrebbe chiamata per la cena. Essere sola col domestico e la cuoca le dava sensazioni inedite, e non le dispiaceva affatto. Con la famiglia in vacanza, la casa enorme sembrava parlare un linguaggio nuovo, e lei ci si muoveva con un altro spirito. Aveva riaperto la biblioteca del trisnonno Venanzio, dove nessuno metteva piede da anni, vi aveva rinnovato l’aria, l’aveva fatta spolverare, ci aveva messo i suoi libri che non apriva da mesi. Quando s’era seduta allo scrittoio in ciliegio, col piano scorrevole in cuoio nero, aveva provato sensazioni profonde.
I gabbiani che erano atterrati camminavano orizzontali, tenendosi a distanza dal pasto delle cicogne. Alessia li inquadrò col binocolo mentre esploravano i campi adiacenti, in cerca di cibo. Ne vide uno beccare qualcosa che aveva la forma di una chiocciola, un altro frugare sotto una siepe. Il sole, avvicinatosi alle colline, le accarezzò la nuca, mentre i colori della campagna si coprivano d’un velo dorato.

(I.3 – continua)

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