Etruscan Mystery – I.4

Dalle finestre che s’affacciavano sul corso, la signora Benedetti guardò nella sala centrale della redazione della Gazzetta di Firenze, dall’altra parte della strada.
«Ma che fanno, passano il tempo a guardare la televisione?» commentò, scrutando i giornalisti assiepati davanti a uno schermo.
Tevis, piazzato sulla sedia di fronte, si girò a guardare oltre la finestra. «Forse non gli è rimasto che ascoltare i notiziari » sospirò, finendo di sistemare la sua fila di pedine color avorio.
«Notiziari a quest’ora?» disse la signora Mafalda, fermando la mano che stava per gettare i dadi.
«Dovranno tenersi informati, no?» intervenne Isotta, il quarto elemento. Le unghie laccate tamburellarono sulla stecca di legno destinata alle pedine. Sempre quella più logora le rifilavano, a ogni partita. «Vogliamo andare?» propose con una punta d’impazienza, affilando lo sguardo tra le ciglia di rimmel.
«Eccomi» disse Mafalda tirando i dadi, che ruzzolarono sul panno verde. «Cinque e tre otto.» La mano inanellata li raccolse e li gettò nuovamente, totalizzando un altro otto, poi il lancio del dado singolo diede uno. «Sedici» decretò compassata, «a partire da me.»
Con le pedine allineate sulle stecche e Mafalda a fungere da Est, la partita di mah-jong iniziò. La signora Benedetti prese la consueta strategia aggressiva, scartando subito i vènti che non le corrispondevano e non formavano coppie: prima l’Est, poi l’Ovest.
«Figuriamoci se non calavi l’Ovest» protestò Isotta. «Quando hai il mio vento lo butti via sempre, quasi ti faccia schifo.»
Tevis lanciò un’occhiata alla padrona di casa, che non fece una grinza. La litania dell’amica era cominciata subito, e non prometteva bene: darle corda era un rischio, soprattutto per la concentrazione.
Le prime mani furono fruttuose per Mafalda, che tradì il compiacimento mettendosi a giocherellare con la catena d’oro. Isotta la guardò inespressiva, presagendo la piega che avrebbe preso la partita. Pescò la sua pedina, la guardò disgustata e la gettò sul tavolo. «Tre bambù. È il terzo giro di bambù che faccio.»
«A me» esclamò Mafalda, appropriandosene e unendola al tris che aveva sulla stecca. Rovesciò il poker e guardò l’amica con aria appagata. «Ti lamenti di continuo, Isotta. E noi che dovremmo dire? Si era pronte alle tre, e tu invece…»
«Ancora? Ragazze, il vostro perbenismo è esasperante. Oltre al culo, s’intende: hai già fatto un poker, e il tuo fiore l’hai già in stecca…»
«Si può sapere perché parli al plurale?» intervenne la signora Gabriella con un brivido, dopo aver pescato un drago rosso che andò a far coppia con quello che aveva. Tenere i draghi era sempre la scelta migliore, anche se a Isotta non entrava in testa: ne aveva appena scartato uno verde. «Non capisco perché devi sempre mettermi in mezzo» aggiunse, gettando una pedina con sette bambù.
«Grazie, ancora bambù naturalmente…» Isotta pescò una pedina che non le serviva e la depose in mezzo al tavolo. «In realtà, mi sto convincendo d’essere in anticipo sui tempi…»
«Mio» trillò Mafalda raccogliendo il suo scarto: un sette cerchi con cui fece un tris che rovesciò sulla stecca.
«Che significa in anticipo sui tempi? Parla chiaro» fece la signora Benedetti pescando a sua volta. La presa di Mafalda aveva fatto saltare il giro al gallese.
«Qui il gioco lo fate voi, come sempre» s’inacidì Isotta. «È solo una questione di modernità, Gabriella, lo sai.»
«Cosa?»
«Il perbenismo, l’educazione cattolica… quello che vi hanno inculcato, insomma.»
«Che ci hanno inculcato?» s’intromise Mafalda, facendo tintinnare i bracciali. «Perché, tu dove sei cresciuta, nell’islam?»
«Vorresti dire che io ho avuto un’educazione cattolica?»
«Che c’entra l’educazione cattolica, adesso?» La signora Gabriella tentò di recuperare i fili del ragionamento, mentre studiava la mossa da fare.
«Ragazze, siete voi ad aver avviato il discorso» insisté Isotta sbuffando. Quelle due andavano sempre peggiorando, mai che capissero senza dover spiegare le cose dall’inizio. «E comunque, se avete avuto un’educazione borghese non è certo colpa vostra.»
«Credo che la signora Isotta si riferisse al suo ritardo» intervenne Tevis, bonario. Di colpo si rese conto che continuava a tenere in stecca un esemplare del suo vento quando altri due erano già sul tappeto.
«Eh…» approvò Isotta. Per fortuna uno ragionava, non per nulla era un ricercatore inglese con tanto di cattedra. «In pieno ventunesimo secolo, col mondo che va come va, state ancora a farmi notare un ritardo di mezz’ora?»
«Quaranta minuti» precisò Mafalda.
«Embe’? Non ho mica un figlio da andare a prendere, io. E nemmeno sto ad arrostirmi il culo alle Maldive, mi pare. Visto che devo stare in città, dovermi torturare anche con la questione degli orari… Alt, questo è mio.» Fulminea, s’impossessò del drago bianco che Gabriella s’era decisa a scartare.
«Gabri, quello non dovevi metterlo giù, accidenti…» sbottò Mafalda. Oltre a vaneggiare, Isotta aveva appena fatto un poker di draghi bianchi, che insieme al raddoppio significava una valanga di punti. Doveva sbrigarsi a chiudere, se non voleva rischiare di perdere una cifra, le mancava una pedina. «Comunque, non capisco che c’entrano i figli e le Maldive…»
«John, glielo spieghi lei, per favore» sospirò Isotta.
Tevis le guardò con preoccupazione il petto esuberante e il poker di draghi che aveva appena calato, poi conteggiò i propri punti: una miseria. Due scale da nulla e tre coppie che non riuscivano a farsi punteggio. «Mi sembra abbastanza chiaro» disse guardingo, aspettando di vedere la sua scartata. «Intendeva dire che è stressata perché non è ancora in vacanza, che non ha vincoli familiari che le impongono orari, e che quindi…»
«Ecco, ci voleva un inglese per tradurre il mio pensiero. Le sembra?»
«Veramente sono gallese» precisò Tevis, simulando cordialità. Quella petulante cominciava a dargli sui nervi, a parte le confusioni etniche.
«Certo, mi scusi. Anche se penso siate tutti una famiglia… o no?»
Tevis la squadrò alzando le sopracciglia, senza riuscire a dir nulla. Gli occhi gli si fermarono, le mani sulla stecca.
«Isotta, non dire bestialità!» la riprese Gabriella con un’occhiataccia. «Inglesi e gallesi son diversi come il giorno e la notte, come fai a non saperlo? Il dottor Tevis discende dai nativi britannici, mentre gli inglesi vengono da bande armate arrivate dalla Sassonia.»
«Caspita… tedeschi?» Isotta lo guardò stupita. «E vi hanno colonizzati?»
«Well…» articolò Tevis, indeciso, mentre l’altra tagliava corto:
«Comunque, da buon gallese, mi dica lei: le pare sensato doversi stressare anche per essere puntuali al mah-jong? Non le sembra una sciocchezza?» E senza attendere replica si concentrò per decidere cosa scartare. Aveva un drago rosso che non serviva a niente, ma metterlo giù era un rischio: sul tavolo non ce n’erano, ed era da illusi pensare che nessuno ne avesse pescati. Esitò, giocherellando con la pedina, finché decise eroicamente di gettarla nel mezzo. «Rosso» disse noncurante.
«Mio!» strillarono all’unisono le due amiche, causando a Tevis una scarica d’adrenalina.
«Io faccio un tris» disse la signora Gabriella, costernata. Aspettava quel pezzo dall’inizio, le avrebbe fruttato un raddoppio che, sommato a quelli del suo fiore e della possibile chiusura con tutti tris, avrebbe dato il punteggio massimo.
«A me invece serve per chiudere, quindi è mio» sentenziò radiosa Mafalda. «Mah-jong» aggiunse pacata, appropriandosi del drago e incrociando lo sguardo impietrito dell’amica che l’aveva scartato. «Dio mio, Isotta, calare un rosso a questo punto della partita… Ma quando imparerai?»

(I.4 – continua)

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