Etruscan Mystery – I.5-6

5.
Da più di un’ora gli stormi di rondoni sfrecciavano con larghe giravolte, lanciando stridi acuti. Sbucavano improvvisi dai coppi di colmo del vecchio edificio che delimitava il giardino, si gettavano come missili verso le finestrelle dei solai e sparivano dall’altra parte della casa facendo perdere le tracce dei loro garriti. Dopo una manciata di secondi riapparivano in formazione di battaglia, neri proiettili che tagliavano l’aria con le ali.
Lo spettacolo era affascinante, Sergio Fanelli vi assisteva tutte le sere, da quando i rondoni avevano fatto ritorno da sud. Molti nidificavano sotto gli stessi coppi dell’anno precedente, come se riconoscessero la propria casa. Le uscite quotidiane a caccia d’insetti erano preannunciate dal graffiare degli artigli contro il letto delle grondaie, per poterne risalire il bordo e gettarsi nel vuoto con un secco battito d’ali. E quando tornavano al nido s’infilavano nel coppo di appartenenza con precisione millimetrica, decelerando un istante prima del rumore attutito dell’impatto.
Reggendo il piatto col risotto, Fanelli guardava le ultime giostre serali dalla finestra della cucina. La tavola era apparecchiata sommariamente, con la caraffa dell’acqua incrostata di calcare, la bottiglia dell’extravergine e una porzione di pane sbocconcellato.
La vita da uomo separato non incoraggiava affatto la cura della casa e i riti domestici. Perfino lui, amante dell’ordine e della precisione, aveva finito per trascurarli. A pranzo e a cena, uno strofinaccio poteva fungere da tovaglia, il piatto in cui aveva mangiato il primo poteva accogliere anche il secondo, il coltello con cui aveva tagliato il secondo andava bene anche per la frutta. Meno stoviglie si sporcavano, meglio era. Con tutto il lavoro che aveva da fare…
Finito il risotto, prese dal frigo una scamorza e ne tagliò una porzione. Al punto in cui si trovava, le cose sembravano volgere al meglio: all’Istituto le lezioni erano finite e la sua materia non era uscita all’esame di Stato. Questo gli concedeva tempo per gli studi archeologici, ma soprattutto per approfondire i risultati che aveva in mano. Cose grosse, il cui pensiero gli causava una strana dissonanza che pesava su tutti i suoi ragionamenti.
Domenica si sarebbe inaugurata la mostra al Museo Archeologico, coi famosi reperti di cui si parlava da mesi. Durante l’allestimento era riuscito a intravederne alcuni: straordinari, da togliere il fiato. Da anni sosteneva che lungo la via Faentina ci fosse un insediamento del quinto secolo, e come al solito era rimasto inascoltato. Perfino la direttrice del museo era abituata a trattarlo con condiscendenza, solo perché non addetto ai lavori.
Fanelli masticò l’ultimo pezzo di formaggio, finì il bicchier d’acqua e accese una sigaretta. Armeggiando con uno stuzzicadenti rimase a lisciarsi i baffetti scuri che gli si allungavano sotto il naso, senza decidersi a riassettare la tavola. Tornò alla finestra, a contemplare la distesa di tetti su cui scendeva il velo dell’imbrunire, mentre un senso d’incertezza gli serpeggiava dentro.
Forse rischiava di fare il passo più lungo della gamba, rifletté, e forse s’era ingannato. Forse non poteva andare così liscio…
Si tolse gli occhiali e pulì le lenti con un tovagliolo di carta, nell’oscurità incipiente della stanza. Pensò di accendere la luce, ma un’inquietudine improvvisa gli impedì di muoversi. Forse era stato incauto. Abbastanza incauto. Terribilmente avventato, anzi…
Lo colse un senso d’urgenza. Si rese conto che la questione andava chiarita, al più presto. Si mise a cercare le chiavi della macchina, e quando le trovò tornò in cucina. Oltre alle quattro carabattole sulla tavola, nell’acquaio c’erano le stoviglie che a pranzo non aveva avuto voglia di lavare. Accese la luce dell’ingresso, passò davanti allo specchio per darsi una lisciata ai capelli e decise di lasciar tutto come stava.

6.
Dopo essersi grattato il braccio fino alla clavicola, Carletto Massi s’accorse d’aver le mani sporche e masticò un’imprecazione. Il prurito alla spalla e al collo era tornato a farsi sentire, e l’impulso di sfregare le crosticine lo coglieva di sorpresa. Abbandonò il sacco di iuta in cui stava armeggiando e uscì stizzito dalla rimessa, chiudendo a doppia mandata il portone in ferro.
L’aia era deserta. Le quattro galline che di solito razzolavano dovevano essersi infilate da qualche parte: nella baracchetta che fungeva da pollaio non c’erano. Massi seguì con occhi sospettosi una Fiat Tipo che transitava lenta sulla strada, e quando la vide sparire oltre la curva s’infilò nel portoncino verde che immetteva nella casa colonica. Senza lavarsi le mani andò in cucina a recuperare una boccetta d’alcool e un batuffolo d’ovatta e si mise a frizionare il braccio sinistro, la spalla, il collo.
Quando gli venne l’idea, un sorrisetto gli increspò i baffi grigi. Come mai non ci aveva pensato? Era ovvio… Se riusciva a riagganciare il vecchio Milesi con l’inginocchiatoio, avrebbe potuto proporgli anche gli altri pezzi. Con le dovute cautele, s’intende. Serviva una verifica, andava fatta una selezione…
In ogni caso, bisognava andarci coi piedi di piombo. Essere al posto giusto nel momento giusto, naturalmente. E trovare le persone giuste.
Finita la disinfezione, tornò nella rimessa. L’odore di legni decrepiti aggrediva le narici, ma per lui era nutriente. Aprì il sacco di iuta e ci tuffò il naso, respirando il sentore del tessuto grezzo mescolato a quello del contenuto.
Si rimise all’opera: sollevò il coperchio della vecchia madia e ne cavò con cautela il doppiofondo. Stavolta le cose andavano fatte bene, senza perdere di vista i lavori in sospeso. Era opportuno muoversi quella sera, poi ancora qualche giorno, una settimana…
Ficcò le mani grassocce nel vano interno della madia e armeggiò indeciso fra gli oggetti, soppesando e valutando, sotto la luce incerta delle lampade che pendevano sbilenche dal soffitto. Il vecchio andava aromatizzato a dovere e cucinato a fuoco lento, perché rendesse al meglio. L’avrebbe letteralmente steso.
Rimise il doppiofondo e chiuse il coperchio, guardandosi intorno in cerca di qualche suppellettile di buon ingombro. Scovò un’ottomana zoppa, l’afferrò a due mani e la piazzò di traverso sul mobile sgangherato, assestandola in modo che ne impedisse l’apertura. Prese poi una panchetta divorata dai tarli e un pezzo d’attaccapanni spaccato per il lungo e glieli sistemò sopra, fermandoli con un trespolo.
Sospirando, sedette su uno sgabello imbottito e frugò nei taschini della camicia, ma il pacchetto delle sigarette non c’era. Doveva averlo lasciato da qualche parte. Cominciò a sfilarsi la tuta da lavoro sporca di terra, preso dai pensieri. La faccenda stava diventando interessante, più di quanto immaginava all’inizio. Servivano solo delle conferme, che non avrebbero tardato.
Andò all’inginocchiatoio e lo trascinò sotto le lampadine, che lasciavano in penombra le zone marginali della rimessa. L’antina era già smontata, ridotta in pezzi sul piano di lavoro, accanto ai listelli di legno antico tagliati per ricostruirne una uguale. Prese uno scalpello affilato e lo passò leggermente su uno dei pezzi per arrotondarne uno spigolo. La patina del mobile sarebbe venuta assolutamente identica, un noce scuro caldo e compatto. Gli ingredienti per fabbricare la colla animale erano pronti, doveva solo amalgamarli.
Gli eventi degli ultimi anni gli ripassarono nella mente, insieme a immagini nuove dove lui non era più lo stesso. I lotti di mobilio trasportati dalla Romania, dalla Slovacchia e dall’Ungheria, le soffitte svuotate, le cantine sondate. Le battaglie per trattare con gli antiquari, lui che piazzava pezzi che si battevano alle aste, e poi apriva un nuovo magazzino, razionalizzando i commerci…
Un rumore secco giunse dal portone metallico della rimessa. Massi si girò, tutti i sensi in allerta. Strinse gli occhi per aguzzare lo sguardo, ma non riuscì a distinguere nulla. «Chi è là?»
Prese una torcia dalla sacca portattrezzi e camminò con il lungo scalpello nella mano destra, verso il punto da cui sembrava venire il rumore. Attraversò le cataste di mobili, silenzioso come un predatore. Allargò il fascio di luce sul portone, illuminò la parete coperta da pile di sedie, s’infilò in una strettoia chiusa da un gruppo di credenze e s’arrestò quando una vecchia testiera d’ottone sbatacchiò alle sue spalle.

(I.5-6  ―  continua)

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