Etruscan Mystery – V.2

Athina Misoglou, Greece. LensCulture Exposure Awards 2017

Il tempo, il moto, il luogo. La distanza. L’essere qui e ora. Ma dove? La domanda rotolò nel cervello di Fazzini come una palla, facendogli rallentare il ritmo delle bracciate. Dopo un centinaio di metri premette con decisione il freno binario e si fermò sul ciglio della strada. La frescura dell’erba gli s’irradiò nei piedi incrostati di nero, aiutandolo a riflettere.
In effetti, pensò accigliato, non c’è nulla che provi che io sono qui e ora. Se con me ci fosse un’altra persona, ne sarebbe testimone, ma la questione è ingannevole: nemmeno lui ne avrebbe la prova, se non il fatto della mia stessa presenza. E io non avrei altre prove all’infuori del suo esserci. Le nostre due presenze, allora, si eliderebbero l’una con l’altra: niente prove, quindi. E che ne era di tutti gli spezzoni di realtà che trascorrevano inspiegati, senza lasciarsi consumare? Come si riusciva a fissarli? Se ne poteva tracciare una topografia?
Con gli interrogativi che galleggiavano in testa, Fazzini afferrò i pedali e ripartì, mulinando vigorosamente. Il vento gli separava in due la matassa di capelli crespi e il pizzicore del sole si faceva sentire attraverso lo strato di lurido che proteggeva la pelle, scura come cuoio usato. Da un lato della strada i cipressi e le acacie riverberavano di verde, intercalati a compatti filari di viti, mentre dall’altro lato il tappeto d’un campo di grano faceva da contrappunto al cielo senza nuvole. Dopo alcune centinaia di metri una parata di girasoli gonfi di semi puntuti gli si presentò imponente e meravigliosa. Fazzini respirò eccitato, aumentando le pedalate, per guardarseli scorrere accanto come un esercito in fuga.
Prima di affrontare l’ultima curva, tese le orecchie. La strada era maledettamente stretta, e ogni tornante era coperto da querce secolari da cui poteva spuntare qualsiasi cosa. L’ultima volta era stato sbalzato nel campo di girasoli che confinava con la casa di Massi, e il biciclo l’aveva dovuto ricostruire di sana pianta. Forse, pensò, una carenatura di protezione sarebbe servita a limitare i danni, in caso di scontro…
Come sbucò dinanzi alla casa colonica, la volante della polizia parcheggiata sotto la quercia che ombreggiava l’aia gli scatenò un bombardamento neuronale. Tirò il freno d’istinto, virò verso sinistra, sobbalzò nell’erba del fossetto e proseguì zigzagando tra due filari di viti.

“L’uomo procede di gran carriera in direzione sud,” annotò scrupoloso l’ispettore capo. “Alla vista dell’auto di servizio ha bloccato il mezzo con gran difficoltà, abbandonando la strada e dandosi alla fuga attraverso i coltivi.”
Dopo l’ultimo caso di omicidio, Gentilini aveva ripreso l’abitudine di scrivere appunti sul vecchio taccuino che da più di un anno teneva sepolto nel cassetto.
“La sagoma dell’uomo riconduce infallibilmente al sospetto Aristide Fazzini,” scribacchiò, “che seguita a orbitare intorno al terreno di Carlo Massi. Ciò fa ritenere probabile una sua implicazione nel caso, ancorché trasversale…”
L’ispettore chiuse il taccuino, intascò la penna e rientrò nella frescura della rimessa, mentre il sovrintendente Tampieri continuava a carabattolare tra i mobili. In quella specie di bazar le cianfrusaglie erano un’enormità, e non ci si poteva permettere di trascurare la minima traccia. La dottoressa Marchini diventava ogni giorno più nervosa, oppressa com’era dalla delicatezza del caso e dalla mancanza d’indizi univoci. E la pista del lavandaio rischiava seriamente di sgonfiarsi, bastava che la macchia di sangue non risultasse di Massi. Rimaneva l’impronta dello pneumatico sull’aia, che il calore di giugno aveva definitivamente seccata in una scolpitura chiara e friabile, protetta da una bordatura di nastro. Ma anche su quell’indizio non c’era da farsi illusioni.
Gentilini riprese a perlustrare il pavimento scabro. Ormai avevano raccolto anche le pagliuzze, e negli spazi fra i mobili non restavano che rotoli di sporcizia misti a terriccio. Avevano dovuto smontare le cataste pezzo per pezzo e riammucchiarle alla meglio, alla ricerca di tracce che in un ambiente come quello avrebbero potuto portare a tutto e a niente.
«Dove hai messo i sacchetti?» chiese al sovrintendente.
Tampieri gli indicò con un colpo di tosse il vecchio inginocchiatoio: «Lì, nella ribaltina». Le maniche rimboccate della camicia lasciavano scoperti gli avambracci imbrattati di polvere.
Gentilini estrasse le bustine di plastica e le allineò sul piano. Contenevano alcuni pezzetti di carta strappati, con cifre scritte sopra; ciuffi di filamenti non identificati, forse capelli o fibre sintetiche; due frammenti di carta stagnola su cui era distinguibile una stampigliatura; il manico d’un piccolo attrezzo per lavorare il legno, secco e spaccato, dimenticato da chissà quanto; una ventina di palline scure di natura imprecisata, del diametro di tre millimetri, trovate dentro un cassetto; alcune carte da gioco annerite dall’uso. Tutti reperti emersi nell’ultima perquisizione, dopo aver setacciato ogni angolo del capannone.
Il sovrintendente si schiarì la gola e andò fuori a sputare. «Ispettore, qua abbiamo mangiato abbastanza polvere. Mi sembra non ci sia più niente. Che dice, chiudiamo?»
«Sì, andiamocene» soffiò Gentilini. Raccolse i sacchetti e li mise in valigia assieme alle attrezzature.
Mentre il collega s’avviava alla macchina a prendere i sigilli, si fermò a riflettere. C’era un’altra persona da tenere d’occhio: quell’Alvaro Cecconi, il contadino con la faccia scavata e il naso rosso. Un forcone avrebbe saputo maneggiarlo bene, lui. Ma naturalmente aveva un alibi che calzava alla perfezione. Troppo alla perfezione. Quello stronzo aveva la fascia oraria esatta in cui era stato a ballare con la sua donna, una piccoletta coi capelli tinti di biondo, le sopracciglia scure e l’apparecchio ai denti. Dalle otto a mezzanotte, al Pamela, un locale da ballo ricavato in un capannone artigianale lungo la strada per Sesto. Dopo, stando alla sua versione, la serata sarebbe proseguita a letto, e la donna aveva confermato.
La cosa non convinceva. Troppo lineare. Intanto, per gente abitudinaria come quella, andare a ballare il mercoledì sera era un’anomalia. Poi non era affatto escluso che Massi fosse stato ucciso dopo mezzanotte: l’orario stabilito dal medico legale valeva comunque per approssimazione. Quindi, una verifica al Pamela era più che opportuna.
Il sovrintendente innestò la marcia e diede gas.
«Quando siamo davanti a casa di quel Cecconi fermati, che se c’è scambiamo due chiacchiere» gli disse l’ispettore capo. Una torchiatina al contadino non avrebbe guastato, quanto meno per sapere qualcosa di più.

(V.2  ―  continua)

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