Etruscan Mystery – VIII.1-3

Riaprì le palpebre incrostate di terra, schiacciando tra i denti una manciata di fango che era penetrata in bocca. Un dolore sordo gli tagliava in due la nuca e gli saettava nel petto, alimentato dai battiti del cuore. Si rese conto d’essere carponi, con un peso enorme che premeva sulla gabbia toracica e l’avvolgeva in una stretta soffocante.
Appena tentò di spostare un braccio, due pietre gli rotolarono giù dalla testa liberandogli una violenta fitta nel cervello e negli occhi, mentre la massa di detriti gli si assestava intorno al corpo. Con le dita serrate sulla torcia elettrica, ancora al suo fianco, girò faticosamente la testa e affondò le pupille nel buio. Il braccio destro era teso in avanti, a cercare una via di fuga che non aveva trovato. Si sforzò di sentire i piedi, che sembravano non esserci più.
Ora che gli occhi s’erano abituati al nero assoluto, credette di vedere lo spazio vuoto in cui stava respirando, odoroso di terra e legno fradicio. Si accorse d’avere freddo, un gelo ingigantito dalla prigione angusta che pareva volerlo schiacciare a ogni piccolo movimento.
Riuscì a scivolare in avanti lentamente, mugolando per i dolori al torace e trattenendo il respiro al sottile tremore che scuoteva ogni cosa, pietre, terriccio, pezzi di legno appuntiti che gli incombevano addosso in equilibrio precario.
Dopo qualche metro sostò per un attimo, respirando il filo d’aria che gli accarezzava la faccia. Soffiò affannoso, con un nodo in gola che gli si ingigantì pian piano fino a riempirgli gli occhi di lacrime dense. Si rese conto d’esser vivo per miracolo. Qualcosa l’aveva protetto, impedendo a una massa pesantissima di pietre e terra di stritolarlo. Pianse incredulo, sforzandosi di reprimere i brevi singhiozzi che lo perforavano come pugnali.
Avanzò ancora stringendo i denti, liberandosi gradualmente dalla morsa dei detriti. Con uno strattone riuscì a districare la mano sinistra e a premere l’interruttore della torcia: il vetro s’era frantumato ma la lampadina era incredibilmente intatta e funzionante. Gettò il fascio di luce davanti a sé e vide una selva di travi di sostegno spezzate e incastrate fra loro che reggevano una delle enormi lastre del soffitto. Lo spazio per muoversi era minimo, ma il buio s’inoltrava a perdita di luce, e un filo d’aria fredda continuava a sfiorargli la fronte bagnata.
D’istinto si passò le dita nelle orecchie per ripulirle dalla terra, ma il dolore gli si propagò sul collo, sulle spalle, sul capo. Ricominciò a percepire le dita dei piedi, poi le piante, le caviglie, i polpacci. Li contrasse ripetutamente, illuminando il budello nero e insondabile, e provò a lanciare un grido, ma lo sforzo gli causò un dolore violento al busto e il fragore gli rintronò nei timpani, lasciandovi un ronzio intenso e incomprensibile.
Restò immobile a boccheggiare, la mente confusa e il corpo formicolante, finché decise che doveva muoversi a ogni costo. Afferrò con una mano la sacca, ancora legata al suo fianco, e cominciò a scivolare carponi nel cunicolo, puntando la torcia dinanzi a sé.

Eccola, la morte. Una morte che non avrebbe mai immaginato, nel ventre buio d’una collina bassa e spelacchiata, esausto, soffocato, sporco, lontano dagli occhi di chiunque. Le forze erano allo stremo e dalla torcia non usciva quasi più luce, solo un filo pallido che rischiarava le rocce nere. Tevis si maledisse per la sua stupida curiosità, per l’imprudenza puerile che l’aveva ridotto a un’entità inutile, scorticata dalle pietre, ricacciata in un’oscurità obbrobriosa e senza senso.
Aveva percorso un labirinto di cunicoli per un tempo interminabile, avanzando coi gomiti e le ginocchia, attanagliato dalla paura e dalla tentazione di tornare indietro, le guance impastate di terra e lacrime e il dolore divenuto tutt’uno con i muscoli e le ossa. A un certo punto le pareti s’erano allargate, assumendo il disegno di massi squadrati da cui stillava acqua gelida. L’aria, pesantissima, si faceva respirare a fatica e nel buio i suoni rimbombavano.
Era strisciato per il lungo corridoio senza fermarsi, fino a sbucare in quella che sembrava una camera sotterranea. Il vuoto intorno era spaventoso e freddo, perforato a malapena dal raggio della torcia. Una porta sbilenca era sbarrata da un mucchio di pietre, in mezzo al quale pareva esser stato praticato un varco per passare. Simboli erano scolpiti sull’architrave e accanto ai battenti, e strane figure erano sparse sulla roccia come scure macchie d’umidità. Sembravano uccelli, ma le batterie della torcia si stavano esaurendo e Tevis non era riuscito a mettere a fuoco.
Aveva notato impronte di scarpe sul pavimento di terra battuta, e diversi pezzi di legno abbandonati lungo le pareti. Nella camera si apriva una grande nicchia, quasi un altro vano, e Tevis ci si era infilato sperando che portasse verso un’uscita. Lo spazio s’era stretto rapidamente, riducendosi a un budello lungo il quale s’era trascinato con fatica, sempre più spossato. Il condotto sembrava antico, ma una serie di puntelli di legno incastrati lungo i fianchi rivelava un passaggio recente.
Alla fine si fermò, scosso da violenti crampi allo stomaco, le membra fredde e indolenzite, e s’abbandonò sulla terra gelida. L’affanno gli affondava gli artigli nel petto, mischiandosi all’infelicità come non l’aveva mai vissuta, squallida, assoluta, irreversibile.
Restò immobile, lasciandosi cullare dal ronzio che gli risuonava nelle orecchie da quando gli era crollato addosso l’ipogeo. Prima di perdere coscienza, immaginò gli occhi verdi di Laura, i capelli raccolti sulla nuca come fili preziosi. La rivide seria e assorta, che guardava dinanzi a sé come una piccola dea dipinta su un cratere etrusco.

(VIII.1-3  ―  continua)

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