Esquire style

Uno stile ― l’assenza di house style ― che è facile riconoscere nella nonchalance con la quale gli editor di narrativa ― diventati famosi a loro volta, dal piratesco Rust Hills al messianico Gordon Lish ― annotavano le proposte degli scrittori.
Esempio. «Una vecchia signora, cattiva, che non sa se vendere la propria casa» è la tacitiana nota che accompagna la scheda di uno dei capolavori del premio Nobel per la Letteratura Saul Bellow, il racconto Addio alla casa gialla del 1958. Nello stesso anno, la scheda dedicata a una proposta di Arthur Miller dice soltanto «due uomini che vanno a cavallo e trattano male i cavalli», ed è ovviamente l’idea alla base de Gli spostati, racconto e poi film diretto da John Huston con Marilyn Monroe, Clark Gable e Montgomery Clift. Qualche anno più tardi, nel 1977, tocca a Joan Didion: «come l’acqua si sposta attraverso la California» sono le uniche parole, quasi una piccola poesia zen, un haiku redazionale, annotate per la proposta che verrà pubblicata con il titolo Holy Water, «Acqua santa», ed è uno dei gioielli più scintillanti del White Album della scrittrice. D’altronde uno degli storici art director della rivista, Robert Benton (che diventò poi regista cinematografico di Kramer contro Kramer e sceneggiatore del primo Superman), fece un colloquio con una giovane fotografa «che scatta solo foto di gente dei bassifondi» e pensò che, semplicemente, sarebbe stato interessante «farle fotografare i ricchi». Era Diane Arbus.
Era stato Rust Hills a portare dagli anni Cinquanta per quasi un trentennio nuova linfa letteraria alla rivista: come editor della narrativa pubblicò Vladimir Nabokov, Italo Calvino, John Cheever, William Styron, William Gaddis, James Salter, Don DeLillo, Ann Beattie, l’esordio di Richard Ford «Rock Springs», Annie Proulx, James Purdy, Bernard Malamud… Il direttore Gingrich gli impedì però di pubblicare nel ’57 il racconto ― Difensore della fede ― di un giovanissimo ebreo che rischiava di attirare sulla rivista accuse di antisemitismo. Quel racconto finì poi sul «New Yorker» ―  il rigido direttore William Shawn aveva anche momenti di sorprendente audacia: il racconto come prevedibile fece arrivare in redazione una montagna di lettere di protesta, e molti abbonamenti revocati ― e così Hills si giocò la possibilità di pubblicare l’esordio di Philip Roth.
Un’altra idea di Hills diventata poi normale nel mondo del giornalismo ― mandare gli scrittori, non i giornalisti, a fare certe interviste e a coprire certi fatti di cronaca. Così quando il cinema mondiale si inchina alla nuova diva di Fellini e Visconti, Claudia Cardinale, Hills manda a intervistarla Alberto Moravia. Un profilo del leader sovietico Nikita Krusciov? Affidato non a un politologo ma a Saul Bellow. Lo spionaggio tra Usa e Urss al culmine della guerra fredda? Commento di Ian Fleming, papà di 007. C’è bisogno di un critico cinematografico? Dorothy Parker. Convention democratica a Chicago in pieno 1968? «Esquire» manda una triade: Jean Genet, William Burroughs, Allen Ginsberg. Portare gli scrittori nelle università? Ecco gli «Esquire Symposia» con Baldwin, Roth, Cheever, Vidal, Styron e Algren mandati nei campus con gli editor della rivista (e l’inconveniente di alcune feste in facoltà degenerate per eccesso d’alcol).

Matteo Persivale, la Lettura #311, pag. 56