Serotononina / Dopamina

Roxy Paine, Control Room, installazione mixed media, 2013

Come definire piacere e felicità?
«Ci sono sette differenze fondamentali. Il piacere è effimero mentre la felicità durevole, il piacere è viscerale e aumenta la pressione e il battito cardiaco mentre la felicità è più spirituale e rilassante, piacere è prendere (lo vediamo nello shopping o nel gioco d’azzardo) mentre alla felicità si arriva con il dare; il pia- cere può essere ottenuto con sostanze legali o non mentre la felicità è darsi obiettivi e raggiungerli, il piacere è una condizione di solitudine mentre la felicità si sperimenta in società, gli eccessi nel piacere provocano dipendenza mentre la felicità no. Soprattutto, il piacere immediato, il bisogno di ricompensa, è il campo della dopamina, mentre la felicità, l’appagamento, quello della serotonina. Sono entrambi due neuro-trasmettitori, ma non potrebbero funzionare in modo più diverso. Possiamo avere piacere e felicità solo se riusciamo a farli lavorare insieme».
Perché questo non accade?
«Viviamo in una società che stimola continuamente i meccanismi della ricompensa immediata, del piacere a corto raggio. I circuiti cerebrali sono occupati dalla dopamina, e sempre meno disponibili per produrre serotonina. Per esempio, l’abuso delle tecnologie scatena dopamina e riduce la serotonina. Il bisogno di controllare le email, i messaggi, le notifiche, la tendenza all’accumulo di follower o di like: qui si vede bene la dipendenza psicologica provocata dal bisogno di ricompensa immediata».
Come funziona l’abuso dei social media?
«Prendiamo l’interazione tra due persone. Se si svolge su Facebook, per esempio, questa attiva il circuito del piacere, soggetto al rischio di dipendenza. Abbiamo bisogno di sempre più like, sempre più contatti: la dopamina è in azione. Quando due persone si incontrano nella realtà, invece, gli sguardi reciproci attivano i neuroni-specchio alla base dell’empatia, e inducono la sintesi della serotonina».

Robert Lustig intervistato da Stefano Montefiori, la Lettura #324, pag. 11