Miller’s Version. 1

Golfplayer

Il primo che, cintato un terreno, pensò di affermare questo è mio e trovò persone abbastanza ingenue da credergli fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quante uccisioni, quante miserie e quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i pali o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: guardatevi dall’ascoltare questo impostore. Se dimenticate che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, siete perduti.
Nel rileggere il celebre passo del Discorso di Rousseau, il dottor Miller provò lo stesso brivido della prima volta. La nascita della proprietà privata era stata la tomba, l’ultimo termine di quell’uguaglianza fra gli uomini che aveva fondato il loro stato di natura fin dalle origini. Da lì, il terribile artificio della società civile avrebbe afflitto l’umanità per millenni.
Il dottor Miller sfogliò il manuale di storia del pensiero politico, pieno di sottolineature. Seduto alla scrivania intagliata, sotto il cerchio di luce della lampada art nouveau, finì di vergare alcuni appunti sui margini della pagina. L’atmosfera nell’ufficio era soffusa, resa accogliente dalla libreria carica di volumi che occupava due pareti. La luce del pomeriggio vi entrava attenuata, dispersa tra lo scalone e i loggiati del palazzo settecentesco di largo dei Giudici. Nelle altre stanze quattro impiegate e un giovane commercialista operavano freneticamente ai terminali. Mucchi di denunce dei redditi e bilanci aziendali andavano chiusi entro il mese, e si era alle battute finali.
Riprese a sfogliare il volume e si fermò alle pagine su Erasmo da Rotterdam, anche lui pensatore moderno, sensibile ai disordini politici e alle piaghe sociali. Una specie di eroe europeo del Rinascimento: aveva studiato a Parigi, viaggiato in Inghilterra, dove era amico di Thomas More, aveva abitato a Basilea e a Friburgo in Brisgovia. Affermava che l’unico modo per restituire l’umanità a se stessa fosse il ritorno ai valori cristiani, e che la prima condizione per la felicità pubblica era la perfezione morale del principe regnante. Grande nemico della guerra, sosteneva che non si facesse per necessità, ma fosse causata dalle passioni umane più vili, come la brama di gloria, l’ambizione, la cupidigia…
Lo squillo dell’interno lo restituì alla realtà: Mirella aveva in linea l’ingegner Padovani della Padma S.p.a., per l’approvazione del bilancio. Con un sospiro, attese cinque secondi per riorganizzare i pensieri, premette il pulsante ed esordì col suo vocione: «Buonasera ingegnere…».

Il riflesso del sole sul lastricato era quasi accecante. Con gesti misurati, il dottor Miller inforcò i rayban, abbottonò la giacca di Burberry’s e infilò sotto il braccio il manuale di filosofia politica nascosto nel fascio di quotidiani. S’avviò inspirando l’aria tiepida, guardandosi intorno. A quell’ora la fauna era delle più ordinarie: impiegate di avvocati, notai, medici e dentisti, madri di famiglia ottuse dalla routine coniugale, mocciose dall’aria poco intelligente che trascinavano i passi dentro scarpe assurde. Di fronte alla sede del giornale, la figura dimessa dell’avvocato Sassi lo distolse dai pensieri. Il dottor Miller si fermò a guardarlo dal suo metro e ottantacinque, gelido, mentre quello caracollava con la cartella di pelle tenendo gli occhi sul selciato. La giacchetta inqualificabile gli pendeva dalle spalle come su una stampella, mentre i calzoni color corda gli si stazzonavano addosso in modo desolante. Come lo vide, l’avvocato si bloccò sul marciapiede; Miller lo esaminò con espressione critica, partendo dalla testa pelata e scendendo fino ai piedi calzati di mocassini di cuoio.
«Vaffanculo, Cesare» lo salutò Sassi, muovendo appena le labbra a bocciolo. La faccia glabra gli conferiva un aspetto bambinesco, accentuato dal broncio. «Tu e i consigli che vai a dare a quello stronzo di Padovani,» seguitò ad apostrofarlo, «sempre sbagliati. Per quel dannato rimborso abbiamo sputato sangue…»
«E che t’aspettavi? Lo sai quanto valeva quel capannone?»
«Cinque anni dietro a ‘sta causa, Cesarino!» sbottò Sassi, esasperato. «Se tu l’avessi convinto a transare quand’era il momento… Ora fa pure l’incazzato e mi contesta la parcella».
Si reincamminò dondolando, seguito a qualche metro da Miller. «Padovani si arrabbia sempre, è il suo sport preferito» minimizzò il commercialista. «In ogni discussione deve fare il suo recital. Deve confermare che è il più forte, sempre: non oso immaginare che s’inventerà, per vincere il trofeo» concluse, osservando alcuni esemplari di ginofauna che vagolavano sul marciapiede.

Visto attraverso i platani, il fairway somigliava a un pascolo falciato di fresco, per giunta da una mano inesperta. Il dottor Miller non aveva potuto fare a meno di constatarlo per l’ennesima volta. Non c’era nulla che ricordasse le dolci sinuosità del Gardagolf Country Club o delle Betulle di Biella, piuttosto un susseguirsi di saliscendi mal disegnati che gli facevano tornare in mente i giardini pubblici dove giocava da bambino.
Stringendo il manico della mazza, fletté le ginocchia, torse il busto e provò lo swing. Le altre coppie di golfisti si sgranavano a distanze regolari lungo la distesa verde. I due giocatori più lontani apparivano figurette colorate che si muovevano in maniera scomposta, come in una furiosa discussione. Il dottor Miller li adocchiò con disappunto, mentre si preparava al tiro. Doveva essere l’ennesimo litigio tra l’assessore Franzoni e il ragionier Ricci del Centro carni. Probabilmente uno dei due stava rallentando il gruppo o, peggio ancora, aveva tirato la pallina sulla coppia che stava davanti, rischiando di colpire qualche testa.
Miller respirò lentamente, dominando il velo d’ansia. Da tempo s’era arreso all’evidenza: il golf era una specie di via Crucis a diciotto soste, in ciascuna delle quali si giungeva a una morte simbolica e alla conseguente resurrezione. Solo la capacità di sopportare, unita alla consapevolezza di sé, poteva condurre al riscatto finale.
Pulì la pallina, la posizionò e si preparò al tiro, maneggiando con scioltezza il ferro che aveva estratto dalla sacca. L’avvocato Sassi, poco distante, gli teneva piantate addosso le sue iridi grigie. «Allora, Cesare, posso parlare? È una cosa importante» gli disse con un filo di voce.
«Aspetta un attimo, cribbio». Il percorso di gioco non era facile: fatto più per colpitori dalla distanza che per rifinitori, e le sue pendenze erano spesso traditrici. «Lasciami saltare il laghetto, prima.» Il tiro era impegnativo, e le chiacchiere di Sassi non facevano che distrarlo. La cosa importante era non far funzionare troppo la parte sinistra del cervello, quella analizzatrice, in modo da ottenere la giusta distensione muscolare.
Davanti a loro l’avvocato Vivarelli e l’ingegner Padovani avevano superato l’ostacolo e stavano avvicinandosi alla buca. Proprio una bella coppia, considerò Miller di sfuggita. Il sedicente seduttore insieme al guru delle costruzioni, soprannominato caterpillar per la cattiva abitudine di avanzare per conto suo dopo aver colpito la pallina, come se gli altri non esistessero. Il primo non faceva che considerare il golf una prestazione fallica, con la buca-vagina e la pallina prolungamento ideale della mazza; il secondo era condizionato dall’imperativo di vincere anche a costo di barare. Alle loro spalle altre coppie di giocatori si muovevano sul tracciato, a tratti la brezza ne trasportava le voci.
Il dottor Miller impostò lo swing. Gambe flesse, spalle dritte, sedere leggermente all’indietro. La pallina, piazzata all’altezza del tallone destro, completamente a fuoco. Serviva la massima concentrazione: la stanchezza pesava implacabile. E quella sera l’attendeva l’appuntamento galante con una quarantaseienne di Villa Rovere, tettuta e scattante, per giunta bionda naturale: una rarità.
Il commercialista inclinò impercettibilmente le anche verso destra, mantenendo le braccia morbide e controllandone l’assetto rispetto alla linea di volo. Inspirò a fondo, gli occhi sulla pallina, ruotò il corpo, pilotando con la spalla sinistra la salita del bastone fino a tenerlo orizzontale, poi spostò le anche e abbassò vigorosamente le braccia.
Il colpo fu secco e preciso. Il compagno quasi non riuscì a vedere la pallina, distratto dal lamento dell’aria tagliata. Miller, statuario, le mani alte e il peso del corpo sulla gamba sinistra, restò a osservare l’obiettivo.

Oltre il laghetto, seguendo con gli occhi il volo preciso della pallina, l’ingegner Padovani tradì un’ombra d’inquietudine. Accanto a lui, alto e massiccio, i capelli brizzolati sulla fronte, l’avvocato Vivarelli fece alcune prove di tiro, cercando la lucidità per colpire bene la palla e farle percorrere i metri. Sentì lo sguardo torvo dell’ingegnere, ma non vi diede peso. Considerato l’ottimo colpo messo a segno da Miller, non c’era da meravigliarsi, Dio sapeva quanto Padovani ci tenesse a quello stupido trofeo. Ormai era un uomo aberrato, pronto a sacrificare al golf non solo la moglie, ma anche l’amante: un caso patologico. Vivarelli chiuse gli occhi e vuotò la mente dai pensieri. Si concentrò sulla cadenza, sulla respirazione, sulla tensione muscolare.
Riaprì gli occhi e si focalizzò sulla buca, controllando la sudorazione delle mani. Sul campo da golf, insegnava l’istruttore, non esistono buche belle o buche brutte, ma solo buche che devono essere giocate. E la pratica gli aveva confermato questa verità, la stessa che lui applicava ai rapporti con le donne. Tutto stava nell’abituarsi a un training mentale appropriato: visualizzare e analizzare la situazione, proiettarsi nel bersaglio, giocare il colpo e assaporare il successo. Alla terza prova, il bastone fece un’oscillazione perfetta, disegnando un cerchio nell’aria. Ma quando affrontò il tiro, lo swing difettoso gli fece precipitare le braccia e perdere l’equilibrio al momento della risalita: barcollò vistosamente, con la palla colpita troppo e sparata verso destra.
L’avvocato s’asciugò stizzito il sudore che in pochi secondi gli aveva coperto la fronte. Si girò e vide, a ottanta metri, il collega Sassi e il dottor Miller che discutevano con le mani sui fianchi. «Che fanno, quelli?» ringhiò, prendendo un fazzoletto dalla tasca. «Così rallentano il gioco. »
«È quello che dico anch’io» bofonchiò indispettito Padovani, calcandosi il berretto sulla testa. A dispetto dell’ora pomeridiana il sole scaldava, forse perché la brezza era calata. E quei due allocchi continuavano a parlare e a fissarli. Che cazzo si dicevano? Padovani sentì l’ennesima onda di nervosismo salirgli lungo l’esofago e arrivargli in gola. Non appena impugnò il bastone, riconobbe chiaramente i sintomi dell’angoscia: tensione muscolare, lieve tachicardia, respirazione accelerata. Soffiò fuori l’aria e cercò di controllarne l’ingresso, tornando a guardare i due.
Gli echi di una discussione furono improvvisi, come se fosse scoppiata in quel momento. A una sessantina di metri, in mezzo all’erba del rough, le figure dell’assessore Franzoni e del ragionier Ricci gesticolavano animatamente, muovendosi a scatti e chinandosi di tanto in tanto a scandagliare il terreno. Uno dei due doveva aver perso la pallina e non voleva rinunciare a recuperarla, facendo infuriare l’altro perché bloccava il gioco. Un brutto affare, considerò Vivarelli, per Franzoni perdere la pallina era come perdere la moglie, un vero choc psicologico.
Mentre il giudice correva a sedare la lite, l’ingegner Padovani fece partire il suo colpo. Una battuta precipitosa, forte e tesa, con una linea di volo malignamente deviata verso l’erba alta.

Il dottor Miller, pallidissimo, si ritrovò madido di sudore. Faticò a riprender fiato, dopo la raffica di martellate che gli si era abbattuta nel petto.
«Giancarlo, credo di non aver capito. Per favore, ricomincia da capo…»
«Diamine, Cesare, è la Ghermandi, la direttrice della Biblioteca Morelliana…»
«Questo lo so! Ma… Quando l’hanno trovata?»
«Stamattina alle otto. La domestica, che ha la chiave. Stava completamente nuda, pare senza ferite, ma col collo segnato dallo strangolamento. Una cosa orribile. Il vicequestore non ha detto altro».
Miller smise di respirare. Restò con la bocca semiaperta, lo sguardo perso oltre la fila di pioppi che delimitava il campo.
«Cesarino…»
«Sì». Il dottor Miller parlò macchinalmente, senza accorgersene. Con la mazza penzoloni abbandonò la posizione e s’avviò verso il gruppo di litiganti, che negli ultimi minuti s’era ingrossato. Sassi provò a richiamarlo, ma l’altro proseguì la sua lenta marcia senza nemmeno girarsi, come in trance.
Il ragionier Ricci e l’assessore Franzoni stavano perlustrando torvi il terreno circostante, mentre l’ingegner Padovani era fuori di sé per la pallina letteralmente ingoiata dall’erba. L’avvocato Vivarelli, sconsolato, stava seduto per terra con la testa fra le ginocchia. Col tiro corto era riuscito a restare nel fairway, ma quell’interruzione assurda faceva svanire qualsiasi possibilità di concentrazione.
«Ti sei mosso!» gli ripeté isterico Padovani, affondando la testa nelle spalle.
«Non mi sono mosso, ti dico» ribatté Vivarelli.
«E invece sì!»
«E invece no, la responsabilità della battuta è solo tua, e basta!» troncò l’altro. Era evidente che quello sronzo s’era fatto attanagliare dall’ansia: incassare la testa al momento dello swing era il tipico atteggiamento del golfista stressato. «Devi imparare a non far prevalere la scarica sulla distensione, non te l’ha detto l’istruttore?» Quello di Padovani era il comportamento tipico dell’eiaculatore precoce: «Potrei darti io qualche lezione» aggiunse sarcastico.
«Piantala!» abbaiò l’ingegnere, «tu per mantenere dentro la palla tieni la mazza come se fosse un badile, sembra che scopi il pavimento…»
«Resta comunque un buon modo per fare punti» intervenne il ragionier Ricci, piccato, «la posizione della scopa l’ho inventata io, se permetti».
«Signori, per favore!» li zittì stentoreo il dottor Miller, con un gesto perentorio. Tutti si girarono. Il passo leggermente malfermo lo trascinava avanti come un automa, il suo sguardo vitreo puntava dritto verso i platani. Superò gli astanti rigido, senza guardarli, la mazza stretta nel pugno, e si diresse verso il parcheggio.
«Ehi, Cesare…»
«Scusi, dove va?»
«Ma che succede?»

(1 – continua)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.