Miller’s Version. 2

Come diavolo era potuto accadere? Come? L’aveva lasciata a mezzanotte, ed era viva. Ce l’aveva in mente come l’inquadratura di un film: dormiva supina, la bocca dischiusa sugli incisivi sviluppati con cui gli aveva scavato le spalle e il petto, dopo averlo impegnato nella durissima battaglia della lingua. Il respiro le sollevava il petto vasto e preciso, un lembo del lenzuolo a coprirle il ventre.
E adesso? Quante impronte ci aveva lasciato? Chi poteva essere stato? Perché?
Miller guidava la Range ipnotizzato, serpeggiando nel traffico denso del sabato pomeriggio. S’infilò in Piazzale Bernini, una specie di velodromo ellissoide in cui le traiettorie di auto, moto, furgoni e treruote s’incrociavano in un rombare selvaggio. Intorno, una parata di edifici in faceva da corona all’obelisco infisso nella lunga aiuola centrale.
Dunque: ho toccato la bottiglia di Martini, si mise a computare, il bicchiere da cocktail, gli oggetti nel mobiletto del bagno, la ciotola delle olive. E poi, il barattolo del miele che le aveva sparso sui capezzoli di fragola. E poi…
Porca miseria. Miseriaccia boia e schifosa. Una bicchierata di liquido seminale, ci aveva lasciato.
Un calo improvviso della pressione lo lasciò con le stelline negli occhi, ma fortunatamente era arrivato. Parcheggiò di sghimbescio accanto all’edicola, cercò di recuperare la vista e aprì il vano portaoggetti per prendere il cellulare. Frugò fra le carte, fra i dischetti, dietro gli occhiali e sotto il blocco dei documenti dell’auto. Niente.
Lo cercò nelle tasche del giubbotto di renna sul sedile posteriore, nelle tasche dei sedili e in quelle degli sportelli. Dov’era finito? Dove cazzo era? Dove poteva averlo lasciato?
Scese dall’auto bianco come uno straccio. Restò seminascosto dietro la propaggine dell’esposizione di giornali, scrutando sospettoso l’ingresso del vecchio palazzo color ocra, incerto se muoversi.
Dove aveva lasciato il cellulare? Se l’aveva dimenticato a casa, era a cavallo. Anzi, non lo era per niente. Ma che cazzo gli passava in testa? Dio, che disastro, che sventura, che situazione pazzesca…
Fece per muoversi, ma quel che vide lo bloccò. Si chinò fino a sparire, lasciando solo il campo per gli occhi. Un tizio allampanato in spolverino scuro, occhiali scuri, cappello nero a falda, pantaloni scuri e stivali neri passeggiava poco distante, con un’andatura così lenta da non esser naturale. Fingeva noncuranza, ma si capiva che attraverso le lenti stava spiando il portone tempestato di chiodi.
Chi cazzo era, quello? Non l’aveva mai visto in città, mai. Che ci faceva lì? Chi lo mandava? Chi stava controllando?
Miller restò a spiarlo per alcuni minuti, finché quello estrasse dalla tasca dello spolverino un giornale, lo spiegò e ne aprì le grandi pagine, nascondendovisi dietro. Appena lo vide allontanarsi passeggiando, apparentemente immerso nella lettura, Miller scivolò dal suo nascondiglio, guadagnò l’altro lato della strada e raggiunse l’ingresso del palazzo rasentando i muri. In due secondi aprì il portone e sparì, tuffandosi nella frescura della galleria che portava in cortile. Salì per lo scalone fino al primo piano e s’infilò in casa.
Nella penombra del corridoio, i colori della vetrata liberty che delimitava la zona notte rilucevano caldi, ravvivando il mogano dell’armadio a muro che fronteggiava l’ingresso. Lungo le pareti un elenco di ritratti di famiglia, col tavolo Biedermeier a sorvegliare l’entrata della sala da pranzo.
Miller la raggiunse per andare a sbirciare dalla finestra, in cerca dell’uomo vestito di scuro. Eccolo lì. Era tornato indietro, col giornale ripiegato, e ora allungava lo sguardo verso le sue finestre. Verso le sue finestre! Ma che diavolo voleva?
Disperato, passò in rivista il contenuto nella ciotola di porcellana, dopo averlo rovesciato sul lungo tavolo impiallacciato in acero. Del telefonino, nessuna traccia.
«Cazzo!» sbraitò. Non poteva averlo lasciato da lei. No, non poteva. Era impossibile, impossibile, impossibile.
Aprì le credenze e smosse le file di piatti decorati, i bicchieri di cristallo, i bicchierini da liquore, in una ricerca assurda e inconcludente. Quella era l’unica stanza in cui era abituato a lasciare le cose tolte dalle tasche o dalla borsa. Corse in cucina e la mise a soqquadro, poi passò in camera da letto, poi esplorò il bagno. I piani d’appoggio in corridoio erano assolutamente sgombri. Le altre stanze non le utilizzava, praticamente erano chiuse.
Sedette su una poltrona imbottita accanto all’armadio a muro, si sforzò di mettere ordine nei pensieri. Avrebbe voluto cadere in un sonno felice, senza sogni e senza risvegli, ma le immagini degli oggetti che aveva toccato, delle cicche di sigaretta, dei fluidi che aveva seminato gli rimbalzavano selvaggiamente in testa.
No, il telefonino non poteva che essere nel suo studio. Doveva avercelo lasciato quella mattina, senza dubbio.
Poi gli venne in mente il registro.
Il pelame della schiena gli si rizzò fino alla nuca, con una fiammata che dallo stomaco gli arrivò fino in gola.
Il registro. Ci aveva annotato il nome della Ghermandi proprio quella mattina, quasi il coronamento di trent’anni di attività amatoria. Un documento fondamentale, la testimonianza di una vita, con le avventure, le impressioni, le implicazioni filosofiche.
Doveva farlo sparire, assolutamente. Subito. Era già inguaiato, non poteva far precipitare la situazione. Raccolse le sue cose e fece per uscire, ma tornò alla finestra per controllare la strada. L’uomo in nero non si vedeva, forse avrebbe potuto approfittarne per andarsene.
Scese nell’androne, rischiarato dalla luce del cortile soffusa attraverso la vetrata. Mise il naso fuori dal portone, diede un’occhiata e partì di corsa verso la macchina. Vide l’uomo spuntare dietro la rivendita di giornali proprio mentre faceva retromarcia, e quando partì sgommando l’osservò dallo specchietto esterno. Il beccamorto aveva allargato le braccia per la sorpresa e s’era lanciato di corsa verso il parcheggio.
Quello cercava proprio lui, non c’erano dubbi: forse era l’assassino, e allora tanto valeva tirarselo dietro, intrappolarlo da qualche parte e ammazzarlo di botte.

Raggiunto l’ultimo gradino, il dottor Miller si fermò per riprendere fiato. S’afferrò alla ringhiera, guardando le lastre in travertino del pianerottolo scivolare oblique verso destra, in un’orribile illusione ottica. Il cuore gli pulsava nelle tempie con colpi rapidi e pungenti, per qualche secondo la vista gli si annebbiò. L’agitazione e la corsa l’avevano quasi ammazzato, la confusione che gli girava in testa non gli dava tregua. Il beccamorto non s’era visto, forse era riuscito a seminarlo.
Attese che il campo visivo si stabilizzasse, inquadrò la porta dello studio e vi si diresse deciso. Con precisione millimetrica infilò la chiave nella toppa, ma la porta s’aprì con la semplice pressione. Non era chiusa.
Entrò circospetto, col fiato sospeso. La luce dell’ingresso era accesa. Non c’era segno di effrazione sulla serratura: gli ultimi a uscire, quella mattina, dovevano essersi scordati di chiudere. Maledizione, anche quello ci mancava…
Col cuore a mille s’allungò verso l’ufficio delle impiegate e diede una sbirciata attraverso la porta socchiusa: la stanza era buia. Anche il secondo e il terzo ufficio erano vuoti, non c’erano né Zanzani, sempre annidato con pizzette e panini tra i cumuli di pratiche della sua scrivania, né il dottor Sirri, il giovane dall’abbronzatura permanente e le camicie col monogramma ricamato. Ma le luci, stranamente, erano accese.
Quando entrò nel suo studio, avvertì un lieve capogiro. Lo stress lo stava invadendo completamente, sembrava volerlo schiantare. Dentro, il buio quasi totale. Le persiane erano chiuse, gli scuri accostati, e strane ombre sembravano prendere forma intorno alla lama di luce che entrava dalla soglia. Entrò guardingo e fece per accendere la luce, ma al posto dell’interruttore le dita trovarono la superficie levigata d’una piccola libreria. Si fermò perplesso. Cercò l’interruttore nelle vicinanze, senza trovarlo, e s’avviò verso il centro della stanza per accendere la lampada sulla scrivania. Dopo due passi le ginocchia urtarono contro un ostacolo, duro e spigoloso, che lo fece cascare in avanti con un urlo soffocato.
Al centralino, il telefono squillava. Miller si rimise in piedi a fatica, cercando d’orientarsi. «Che cazzo sta succedendo?» mormorò, guardandosi intorno. Le sagome imponenti che s’indovinavano nell’oscurità sembravano circondarlo minacciose. Assottigliò lo sguardo per capire dove si trovava, e decise di andare ad aprire una delle due finestre. Si chinò per scavalcare uno strano oggetto che ostruiva il passaggio, ma qualcosa di durissimo gli sbatté sulla fronte, facendolo cadere all’indietro contro le sporgenze d’un appendiabiti.
Sputò quattro parolacce rabbiose. Gli occhi cominciavano a distinguere i profili degli oggetti disseminati nella stanza, senza riuscire a individuarne una geometria plausibile. Decise di muoversi a tastoni, in cerca di un varco per raggiungere l’altra finestra. Non percorse nemmeno un metro che inciampò in un cestino per la carta. Saltellò affannato fino alla scrivania, che scoprì in posizione perpendicolare a quella solita, buttò il braccio in avanti per cercare la lampada da tavolo ma urtò contro qualcosa di metallico e pesante, che si mosse con un brontolio sinistro.
Un terribile presentimento cominciò a farsi strada, coprendolo di sudore. «Il registro…» gorgogliò disperato.
Il telefono continuava a squillare. Miller s’impose di mantenere la calma e si mosse verso l’armadio libreria alla parete opposta. Zampettò attento a ogni possibile ostacolo, fino agli sportelli che teneva rigorosamente chiusi a chiave. Non c’erano segni di forzatura, tutto sembrava a posto. Ansimando, infilò due dita sotto la cintura, estrasse la chiave da un taschino nascosto e aprì le antine con mani tremanti.
«Ah, perdiana…» sospirò, mentre un’onda di sollievo lo riempiva come una bottiglia vuota. Mise le mani sul grosso registro legato coi nastri e lo strinse al petto, soffiando di soddisfazione.
«Dottore, è qui?»
Il telefono aveva cessato di squillare e la luce s’era accesa. Sulla porta, una donnetta biondo-grassoccia alta un metro e quaranta lo squadrò da sopra gli occhiali di metallo, increspando la fronte nell’espressione da un furetto.
«Mirella, la luce…» bofonchiò Miller, «come hai fatto ad accendere la luce?»
«C’è un interruttore anche fuori, sul corridoio…»
«Fuori?» Se n’era completamente scordato.
Nella stanza sembrava esser passato un ciclone. La scrivania era girata e le sedie vi erano accatastate sopra, una libreria era stata vuotata e spostata da una parete all’altra, le cassettiere ingombravano i passaggi, due attaccapanni erano piazzati di traverso come cavalli di frisia, alcuni cestini per le cartacce se ne stavano in giro.
«Dottore…» la voce di Mirella s’era trasformata in un lamento, come se stesse per piangere, «io non ho colpa, è che…» la sua figura grottesca lo guardava incredula, col sederone impennato indietro e le manine paffute a reggere un mazzetto di fogli.
«Dottor Miller?» un agente di polizia in divisa blu spuntò alle spalle dell’impiegata e portò la mano alla visiera. «Buonasera. Sovrintendente Masi. Ci scusiamo, ma abbiamo dovuto eseguire una perquisizione. È stato richiesto il procedimento d’urgenza, l’ispettore Bracalenti le spiegherà tutto.»
«Ho cercato di avvisarla, dottore» piagnucolò l’impiegata, «il suo cellulare era spento, e non sapevo dove fosse…»
Lo raggiunse premurosa, cercando di prendergli il registro dalle mani.
«Ferma!» Miller lo strinse a sé con entrambe le braccia, stravolto. Gli occhi sembravano volergli uscire dalle orbite.
«Quello può darlo a me, dottore» si fece avanti l’agente, in tono neutro.

(2 – continua)

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