Miller’s Version. 3

«Caspiterina…»
L’ispettore capo Bracalenti sfogliava le pagine del registro, compilate in una grafia liquida e rotonda che andava allungandosi e inclinandosi con l’avanzare della cronologia.
«Perbacco…»
Il dottor Miller l’osservava stravolto dall’altra parte della scrivania lucida, nell’ufficio denso di fumo. Due alte finestre si spalancavano sul cortile popolato di cedri e abeti rossi, con un antico pozzo di mattoni nel mezzo.
«Gesù, Giuseppe e Maria…»
«Le sarei grato se mi risparmiasse i suoi commenti» azzardò il commercialista, sfiancato. «Non so se si rende conto, ma sta violando la privacy…»
L’ispettore lo incenerì con uno sguardo malevolo.L’attaccatura dei capelli gli partiva pochi centimetri sopra gli occhi distanti e piegati all’ingiù, la pelle del volto pareva scurita col caffè.
Tirò una boccata dalla sigaretta, consumandone un quarto. «È lei che non si rende conto, dottor Miller. Quella donna è stata quasi macellata. Ed è solo lei…»
«Che significa “solo io”? La vuol smettere con queste assurdità?» Non s’era mai sentito così vicino a un attacco isterico. «L’assassino può essere entrato in casa dopo che io ne ero uscito! E non legherei mai una donna al letto per abusarne, ho un’etica, io…»
«Guardi, su questo potrei anche crederle, vista l’accurata documentazione che ha raccolto.» L’ispettore tornò a sfogliare il volume, leggendo con un filo di voce i nomi riportati in cima a ogni pagina. «Ma tutto questo… lavoro, per così dire, fa pensare a una psicopatologia, sa? Un uomo che per trent’anni…»
Il dottor Miller si sforzò di fissarlo inespressivo, con la rabbia che gli premeva in gola.
L’altro sfoderò un sorriso beffardo. «Che fa, s’indigna?» Accorciò di un altro quarto la sigaretta, soffiandogli lentamente il fumo in faccia. «Lei mi preoccupa molto. Continuo a domandarmi se sia sano di mente…»
«Ispettore, non può continuare a insultarmi, se lo ficchi in testa». Il tono voleva essere perentorio, ma si risolse in un filo di voce. «E si può sapere quando arriverà il mio avvocato?»
Bracalenti fermò la mano a mezz’aria e lo fissò. Gli occhi scuri sembrarono trascolorare, il respiro s’approfondì. Si chinò in avanti e piantò i palmi sulla scrivania. «Farò finta di non aver sentito» sibilò. «A patto che mi spieghi una cosa: com’è possibile che un noto e stimato commercialista nasconda trattati di filosofia in mezzo ai tabulati?»
«Vorrei vedere lei,» si spazientì Miller. Tanto valeva dargli corda, chissà che non gli stemperasse l’atteggiamento bellicoso. «Lei forse non lo sa, ma si arriva a un punto in cui un’enormità di domande pretende risposta, e nessuno sembra accorgersene. La professione è arida, le leggi immorali, il conformismo ci soffoca… Per non parlare della totale incertezza del diritto. Le sembra un mondo decente? A un certo punto s’arriva a un bivio: o la perdizione, o il recupero di un’umanità che rischia di snaturarsi».
«Così ci si rifugia nella filosofia. Ma questo non migliora la sua posizione, sa?» Bracalenti parodiò un atteggiamento serio. «E mi spieghi, cosa sono “l’avvinghiarsi della liana, lo scalare l’albero, sesamo e riso, latte e acqua”? »
«Il Kamasutra è anzitutto un testo filosofico, ispettore. Checché se ne dica».
«Oh, non ne dubito».
«Fa il sarcastico?»
Gli occhi dell’ispettore tornarono a piegarsi all’ingiù. «Non si prenda troppe libertà, dottore. Qui il gioco lo conduco io. Almeno finché non arriva il magistrato». Sollevò con due dita il cellulare del commercialista, chiuso in una busta di plastica trasparente, e lo posò dinanzi a sé. «Lei lascia i telefonini in giro, e ha pure il coraggio di parlarmi di privacy. Non lo sa che ormai ogni comportamento privato è come se fosse pubblico?»
«Lo so, purtroppo. Con la massificazione dei singoli, ciascuno produce, riceve e consuma le stesse cose…»
«… e la massificazione, come la chiama lei, abolisce la differenza tra pubblico e privato. Così ciascuno s’illude di avere la privatezza, col finto riconoscimento della sua individualità. E invece», Bracalenti l’osservò spavaldo. «Anch’io mastico di filosofia, come vede. Ma ricapitoliamo. Lei andava alla Morelliana spesso negli ultimi tempi, ci siamo informati. Ignorava il cartello appiccicato a lettere cubitali, scavalcava il cordone che vieta l’accesso e andava a trovare la bibliotecaria.»
Fece una pausa, in attesa di un commento che non venne. «Quindi, dopo un periodo di corteggiamento, ha invitato la dottoressa Ghermandi a cena. Al Club Tinto. Poi siete andati a casa di lei a consumare. Lei le si è avvinta addosso come una liana e ha scalato l’albero. Poi, una volta coricati» continuò, scorrendo una pagina del registro, «avete incrociato le gambe facendo il sesamo e riso, e lei le si è seduta sopra facendo il latte e acqua.» L’ispettore mise mano al taccuino dove aveva ricopiato alcuni passi. «“Le varietà del bacio”», lesse ad alta voce. «“Per i baci, i graffi e i morsi non si dà un ordine stabilito, perché sono usati nei momenti d’eccitazione. Si bacia sulla fronte, sui capelli, sulle gote, sugli occhi, sul petto, sui seni, sulle labbra e nella bocca. Anche sull’inguine, sulle ascelle e nella zona sotto l’ombelico…”».
Tornò a fissare il commercialista. «Bene. Adesso lei si spoglia e mi fa vedere dove quella povera donna l’ha graffiata. Quando analizzeremo i frammenti trovati sotto le unghie del cadavere non avremo più dubbi. Ne conviene? Già abbiamo liquido seminale in quantità…»
«È naturale, abbiamo avuto un rapporto sessuale!» gridò Miller. «Ma non l’ho mai – ripeto, mai – legata al letto. L’ho lasciata a mezzanotte, perché oggi avevo il torneo di golf».
«Già, il torneo». Bracalenti s’alzò e tornò a osservare il suo abbigliamento. Le scarpe da golf bianco-marroni erano sporche d’erba, i pantaloni color corda gualciti, il pullover a trecce rivelava un alone sotto lo scollo a V.
Andò ad aprire il primo cassetto ed estrasse una busta beige con una sigla annotata sopra. L’aprì con studiata lentezza e la vuotò davanti agli occhi del commercialista. Erano fotografie a colori ingrandite. Gliele allineò davanti perché potesse guardarle.
Lo scempio che raffiguravano gli diede una mazzata al diaframma che gli tolse il fiato. Non poteva essere lei quella creatura scomposta, agganciata ai ferri del letto, la bocca spalancata in una sofferenza disumana, gli occhi rivoltati, i capelli strappati. «Cribbio…» esalò. La tensione gli esplose in un colpo, fece uno sforzo per reprimere la nausea, girò la testa di lato, cercò di controllare il respiro. Non poteva essere lei. Gli occhi gli si riempirono di lacrime.
«Miller, si rende conto che la sua versione è assurda? Chi mai può essere entrato dopo di lei e averla uccisa? La morte è avvenuta tra mezzanotte e le due. Quindi l’assassino dovrebbe essere intervenuto appena lei se n’è andato. Quindi, seguiva i suoi movimenti? Ha aspettato che lei se ne andasse per agire?»
«Sì! Ha suonato il campanello, e lei gli ha aperto credendo che fossi io. Così l’ha afferrata, tramortita, legata al letto e uccisa. Non vedo altra spiegazione. Sono stato incastrato, è evidente!»
«Incastrato? E lei sarebbe una persona tanto importante da giustificare un complotto così sofisticato? Ma andiamo, siamo in una città di provincia, anche abbastanza sfigata, a mio parere».
Il commercialista si prese la testa fra le mani. «Non è possibile, maledizione… Siete voi che state architettando un complotto…». Eccoli gli uomini-apparato, pensò con odio, i puri esecutori senza psiche, estranei a qualsiasi esito. Doveva immaginarlo che un giorno l’avrebbero fottuto. La loro competenza si limitava alla pressione di un pulsante, anche distruggendo la vita di un uomo. Vermi della terra, ecco cos’erano.
«No, dottor Miller, la questione è molto più semplice» riprese L’ispettore. «Io credo che stanotte con la Ghermandi sia successo qualcosa di storto. Che a un certo punto del rapporto questa donna le abbia creato un problema. Sì, perché nell’appartamento abbiamo trovato un documento che la riguarda». Finse stupore, sfacciato. «Ah, non gliel’hanno detto? Che sbadati, ci scusi. Dunque, abbiamo trovato un documento interessante che riguarda il suo passato. Un passato non troppo lontano. Non l’ho qui perché l’abbiamo consegnato al magistrato, la dottoressa Selvi».
Il dottor Miller si decise a sollevare la testa, smarrito.
«Questo documento, a ben guardare, fornirebbe un movente per il delitto. Lei l’ha cercato ma non l’ha trovato, ci scommetto. La direttrice della Morelliana l’aveva nascosto bene. E temo che con quello intendesse ricattarla. Perché voleva che si dedicasse solo a lei, senza nessuna distrazione». L’espressione era diventata di granito. «Un bel guaio, no? Forse pretendeva che la sposasse. O magari le ha fatto credere d’aver preso un contraccettivo e poi le ha rivelato d’aver accolto il suo seme proprio nel momento fertile. Perché la dottoressa Ghermandi aveva un debole, sa? Ce l’ha rivelato un’amica. Voleva farsi una famiglia. E voleva farsela con lei. Così ha azzardato una mossa sbagliata: ha svolto una piccola indagine, ha scoperto qualcosa che non doveva scoprire, e ha cercato di usarla per farle pressione. Per indurla ad accettare un legame…»
«Adesso basta!» Miller si erse come una colonna, spostando indietro la sedia. «Ispettore, chi si crede di essere? Voglio il mio avvocato, non intendo più sentire i suoi vaneggiamenti. Chiaro?»
«Si rimetta a sedere!» gridò Bracalenti picchiando un pugno sul tavolo. «Non tenti di creare diversivi, per la miseria, e non pensi di farci fessi! Lei…»
«Cesarino!» proruppe sgomento l’avvocato Sassi, lanciandosi nella stanza come se vi fosse stato spinto. La testa glabra gli luccicò nella luce delle finestre. «Che è successo?», lo raggiunse concitato, la borsa di pelle in mano.
«Era ora, cazzo!» esplose il commercialista. «Questo qui ha commesso una montagna di abusi…»
«Come si permette? Questo qui sarà lei, chiaro? Io non le ho mancato di rispetto, e non ho nemmeno…»
«Lei mi ha minacciato e calunniato, e ha pure cercato di sequestrarmi! »
«Non meni il can per l’aia, porca miseria! Smetta di prenderci in giro, o sarà peggio per lei!»
«Ecco, hai visto? Adesso si mette anche a intimidirmi: fa’ qualcosa, dannato leguleio, non star lì come una statua!»
«Finitela tutti e due!» strillò l’avvocato Sassi. La voce gli deragliò in falsetto e le vene sulla fronte si gonfiarono. «Ispettore, mi permetta di conferire col mio cliente. Possiamo usare la sala di là? »
Bracalenti assentì con un cenno del braccio, un’espressione durissima sul volto paonazzo.
L’avvocato prese Miller per il gomito e lo condusse nella stanza attigua. Una specie di sala d’aspetto con un consunto tavolo centrale e una manciata di sedie di plastica lungo le pareti. La porta era tagliata da una feritoia di vetro.
«Cesare… porco cazzo,» sussurrò Sassi con un ringhio. «Non puoi lasciarti andare così. Quelli fanno sempre i furbi, ma dovevi rifiutarti di rispondere e basta».
L’altro si mise a sedere e s’accasciò sul tavolo. «È assurdo. Tutto assurdo…»
«Ascolta, Cesare. Chi t’ha messo in questo casino? La faccenda mi sembra madornale. La dottoressa Ghermandi…»
Il dottor Miller non l’ascoltava più. Già vedeva i titoli della Gazzetta: Brutale omicidio in via delle Orchidee, noto commercialista indiziato. Restò a galleggiare in una sorta di straniamento, con gli echi delle parole di Sassi che gli rotolavano intorno amorfi, senza senso, persi nell’atmosfera grigia della stanza.
Rialzò la testa quando distinse la parola Sentenza.
«Cos’è questa sentenza di cui parlano?» Gli chiedeva l’avvocato.
Lo guardò confuso, senza sapere cosa rispondere.
«L’avrebbero trovata lì a casa sua. È vero? Cesare, mi senti?»
Miller continuò a fissarlo, le parole bloccate e un’espressione disperatamente interrogativa.
«Cesare, se non mi aiuti non so da dove cominciare…»
«È una dannata macchinazione».
Sassi restò assorto, cercando di riordinare le idee. «Se hai avuto una condanna, come hai fatto a iscriverti all’Ordine?» disse piano, come parlando a se stesso. Si sedette, mise la borsa sul tavolo e l’aprì. Appena si mise a trafficarci dentro, nell’ufficio attiguo si udì un piccolo trambusto.
Il dottor Miller scattò in piedi e corse a spiare attraverso la feritoia della porta. Il davanzale della dottoressa Selvi spuntò nell’ufficio e sussultò al suono della sua voce stridula che chiamava l’ispettore capo: «Se non si può fare altrimenti, venga lei. Tanto, per me è tutto chiaro». Il magistrato entrò nella stanza, accostò la porta e andò a sedersi. Doveva essersi truccata in fretta, constatò Miller, le linee scure che le marcavano il disegno degli occhi erano fuori misura, e così i contorni del rossetto. Non s’era nemmeno pettinata. In più, la mandibola era appesantita da un precoce doppio mento. La vide afferrare alcuni fogli che aveva nella borsa e indirizzare uno sguardo inferocito all’ispettore, dall’altra parte del tavolo. «Bene, vediamo di farla finita con questa seccatura. E scriviamo ‘sto verbale, che non ho tempo da perdere. Dov’è quello schifoso che ha ridotto una donna come una bestia da macello?»
«Di là con l’avvocato», si udì a malapena la voce dell’ispettore.
«Ah, l’avvocato? Bene… Andiamo avanti col garantismo, anche quando abbiamo a che fare coi maiali». La dottoressa riprese fiato, mostrando gli incisivi sporgenti. «Qui, vivaddio, siamo più costituzionali della Costituzione. Glieli avete mollati un paio di ceffoni, almeno?»
La risposta dell’ispettore capo, un grugnito incomprensibile, sembrò gettarle un’ombra sul volto irregolare. «Male, molto male. L’avevate fra le mani e non gli avete dato neanche una botta col manellone? Quello non lascia tracce, gli facevate uscire il brodo come ridere». Scosse la testa, inviperita. «Coglioni. Noi puliamo e voi sporcate…»
«Moderi i termini dottoressa», si risentì Bracalenti, fuori dalla visuale. «Questo è un caso bruttissimo».
«Entro stasera questa faccenda dev’essere risolta, chiaro?» troncò lei stridula gli occhi infossati in un’espressione malvagia.
Miller si ritrasse inorridito e guardò l’avvocato con un’esplosione nello stomaco. Un’onda di paura cominciò a percorrergli le gambe, l’inguine, il ventre, i polmoni. Come si permetteva quella pazza di pianificare la sua distruzione? Tornò a spiarla dalla fessura. S’era messa a scartabellare nella montagna di fogli che stazionava sulla scrivania, con l’assurdo tailleur color pervinca che le segava i fianchi e i seni madornali che rifiutavano d’assumere una forma precisa. «Giancarlo…» implorò atterrito.
«Calmati, Cesare. Adesso chiariamo…»
«Subito, bisogna chiarire! Che stai facendo?»
«Te l’ho detto, sto facendo due conti. Non mi hai ascoltato? Dai documenti si vedono chiaramente la congestione sanguigna alla testa e il solco lasciato sul collo di quella poveretta. Sembra strangolata con un laccio, dio bono. Adesso devi dirmi tutto».
«Tutto cosa? Sono stato con lei, è vero, ma l’ho lasciata viva. Viva, capisci?»
«Non ti scaldare, non alzare la voce. Di là vogliono la tua testa, te ne sei accorto?»
«Appunto, brutto scemo! Fa’ qualcosa!»
«Cesare». Il volto dell’avvocato s’indurì. Gli occhi color cesio gli si ficcarono dentro come punte di pietra. «Torna in te, ti scongiuro. In questo momento non possiamo aggiustare niente, ci serve tempo. Dobbiamo riflettere. La polizia non intende crederti, questo è chiaro, e tu hai lasciato troppe tracce sulla scena del delitto. Tenteranno di accollarti tutto, secondo la regola del minimo sforzo. Loro avranno fatto il loro dovere, e salveranno pure la faccia».
«Ma l’hai vista, quella dannata cicciona? Hai sentito che dice?»
«La dottoressa Selvi? Dio ci salvi. Non mi ci far pensare». L’avvocato scosse la testa, tornando a impugnare la matita con la quale aveva tracciato uno specchietto su un bloc notes. «Lasciami raccogliere le idee, ti prego. Dunque. Quando analizzeranno i fluidi, vedranno che sono tuoi. Le impronte, idem. L’accusa riuscirà a far convalidare il fermo, e nel frattempo dovremo trovare le prove a discolpa. In fretta, però. Più tempo passa, peggio è. Lasciami pensare… Nella peggiore delle ipotesi, si tratterà di calcolare la pena…»
«Come sarebbe?»
«Taci un attimo, per favore. Facciamo un po’ di conti. Alla pena base di trent’anni dovremmo riuscire a far applicare le attenuanti: si è certamente trattato di un gioco erotico in cui la donna era consenziente. Anzi, è stata lei a volersi far legare, e lo strangolamento è stata una fatalità. Quindi avremmo uno sconto di un terzo.»
«Giancarlo, tu vaneggi…»
«Lasciami finire il ragionamento, cazzo. Devi calmarti, hai capito?» La matita riprese a correre sul foglio. «Se poi otteniamo anche le attenuanti generiche, potremmo avere un altro sconto fino a un terzo: scenderemmo a tredici anni e mezzo». si fermò col naso in aria, stendendo e contraendo le dita. «Se poi chiediamo il rito abbreviato, abbiamo la pena ridotta d’un altro terzo, così arriviamo a otto anni e mezzo. Da qui al processo non può passare meno di un anno, che si può trascorrere tranquillamente agli arresti domiciliari. Nella peggiore delle ipotesi, anche se la pena diventasse definitiva, si può far richiesta di affidamento al servizio sociale: col tempo che il tribunale di sorveglianza ci mette a rispondere, finisce che resta da scontare una sciocchezza…»
«Tu sei pazzo». il dottor Miller fu sopraffatto da un accesso di nausea. «Mi sento male, Giancarlo, aiutami… C’è un bagno, qui?»
«Cesare… càlmati. Vieni, t’accompagno». Uscirono sul corridoio. Proprio di fronte, la porta delle toilette. «Vuoi una delle mie pastiglie?»
«No, grazie, non ora. Prima vediamo se mi passa».
Si fece lasciar solo e andò a chiudersi in un bagno abbastanza ampio, la cui finestra era ricavata suddividendo una delle vetrate che davano sul cortile della questura. S’affacciò a respirare l’aria asciutta del pomeriggio, appena mossa da un alito di vento. Le frange dei cedri si dondolavano pigramente, accompagnando un flusso di pensieri disordinato e incomprensibile. Dove si trovava? Era in un sogno? Il suo avvocato era diventato deficiente? Era tutto un complotto?

(3 – continua)

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