Miller’s Version. 4

Posò le mani sui tubi in ferro di un’impalcatura che dal cortile arrivava al tetto, protetta da una sottile schermatura di nylon. Ne sfregò la superficie ruvida e si guardò le mani imbrattate di polvere di cemento.
Non riusciva a capire. La situazione era talmente assurda da creargli dubbi inammissibili, al punto da diffidare della propria coscienza. Poteva averla legata senza ricordarsene? Impossibile. Ripensò al “nettare degli dèi”, la bevanda euforizzante che la Ghermandi gli aveva fatto bere prima di buttarlo sul letto. Un cocktail indiano, il succo di un’asclepiadacea mescolato a chissà che, un liquido fermentato e lattiginoso che sembrava latte di cocco, ma non ne era sicuro, miscelato ad altri sapori che non conosceva.
Si sporse a guardare di sotto. Lungo l’impalcatura correvano strette piattaforme di legno disseminate di sacchi di malta, cazzuole e secchi. Nessuna traccia di operai. Senza pensare, salì col ginocchio sul calorifero e scavalcò la finestra, atterrando sulla passatoia. Doveva farlo. Non c’era scelta. Doveva trovare un senso a ciò che stava accadendo, era impensabile assecondare la follia che s’era scatenata lì dentro. Bisognava raccogliere le idee, indagare, interrogare. Era lui che doveva interrogare, non i pazzi scatenati che volevano la sua testa.
Scese da un livello all’altro saltando le barriere di tubi innocenti, posando i piedi senza rumore, fermando il respiro a ogni sosta, in attesa di calpestii sospetti. Giunto nel cortile si guardò intorno. I lavori sulla facciata interna l’avevano trasformato in un cantiere caotico, dove ci si poteva nascondere facilmente. Passò dietro la betoniera, il capanno degli attrezzi, le cataste d’intelaiature, le carriole, i sacchi di materiale, i cumuli di mattoni.
Sbucò nella strada laterale che porta a piazza del Vescovado e si diresse a passi svelti verso il dedalo di viuzze prospicienti il centro. Prima di superare l’angolo, si guardò indietro ed ebbe un sussulto. All’altro capo della strada l’uomo allampanato col cappello nero, lo spolverino scuro e gli stivali lo fissava attraverso gli occhiali neri.
No. Non poteva essere. Non poteva. Uno sciame di aghi lo punse nel diaframma, in gola, dietro gli occhi.
Come vide l’uomo partire verso di lui in una corsa irreale, ingigantita dallo sventolio selvaggio dello spolverino, Miller si lanciò in fuga nel vicolo di fianco alla chiesa dell’Annunziata. Divorò i selciati a testa bassa, con le scarpe da golf che s’aggrappavano alle pietre come in un’arrampicata sulla roccia. Svoltò a sinistra, poi a destra, rasentò gli edifici medievali di via Giove Tonante, quelli di via del Fabbro, i vecchi depositi di strada Mecenate. L’aria gli s’insufflava in gola come in una tromba, le gambe mulinavano impazzite, gli occhi cercavano disperatamente una via di scampo. Percorse qualche centinaio di metri senza girarsi, finché raggiunse gli edifici che fanno corona alle Antiche Mura.
Sentì un colpo secco, seguito da uno sbriciolarsi d’intonaco nello spigolo che aveva appena superato. Si voltò atterrito a guardare i frammenti di muro che schizzavano per terra, e si buttò con un ringhio nel primo androne che trovò aperto. Richiuse il portone più piano che poté, si tuffò nella frescura da caverna e s’infilò nella scalinata di granito che portava ai piani superiori.
Al secondo pianerottolo provò a fermarsi. Le energie parvero abbandonarlo, lasciandolo accasciare come un sacco vuoto. Ansimò a lungo, cercando di riprendere coscienza, di decidere che fare. Ma non poteva restare lì. Quello aveva sparato, maledizione a lui, aveva sparato. Il terrore parve invaderlo fino alla radice dei capelli, come un bruciore soffuso che lo tormentava sotto la pelle. Non c’era tempo per pensare, doveva nascondersi subito.
Salì un’altra rampa con passi controllati, riprendendo più fiato che poteva, fino a una porta con una targa in ottone. Restò imbambolato, soffiando e risucchiando aria, a guardare il nome inciso con svolazzi sulla targa: Lara.
La porta s’aprì. Lo avvolse un leggero odore di cucina, insieme allo sguardo sorridente di una brunetta grassottella vestita di nero, con una scollatura che in altri momenti avrebbe promesso bene.
«È qui per l’appuntamento?»
«Sì». Lo disse senza pensare, quasi rantolando, e s’infilò dentro appena la donna gli lasciò un po’ di spazio.
«Non sia così agitato», lo rincuorò la brunetta. «Vedrà che rimedieremo tutto».
Lo guidò in un’anticamera poco illuminata, dove s’affacciava una sala da pranzo col pavimento ornato da mattonelle antiche. All’interno, due persone conversavano a bassa voce.
«È un po’ in anticipo» commentò lei. «Venga, si accomodi».
Lo fece entrare in una specie di ufficio, dominato da una nicchia con il simulacro di un’incomprensibile divinità paludata. Miller si sedette su una poltroncina imbottita finto Settecento, cercando di riprendere fiato. Un lungo divano damascato dominava la parete opposta, i velluti odoravano di polvere.
«Resti qui, torno subito».
La donna scomparve dietro una cortina che riprendeva le tinte della tappezzeria, accanto a un altorilievo di gesso fissato alla parete, tempestato di figure drammatiche in movimento. Erano mostri che lottavano in corpi d’animale e aggredivano donne nude, simili ai centauri del complesso statuario del tempio di Zeus a Olimpia. Zampe e braccia avvinghiavano con forza i fianchi e le cosce delle prede, afferravano seni e laceravano vesti per denudare la carne, resistendo ai colpi degli avversari corsi in difesa. Sui volti, un miscuglio di dolore fisico e rabbiosa libidine.
La brunetta tornò trascinando un carrello pieno di ampolle, scrigni, piccole ciotole e portaunguenti. Il dottor Miller la guardò quasi inespressivo, ancora impegnato a recuperare una respirazione normale.
«Si sente bene?»
«Mah, tutto sommato…» nicchiò il commercialista, sforzandosi d’interpretare la situazione. La donna aveva l’aria di una benevola fattucchiera. Una fattucchiera cicciottella e ancora giovane.
Lei lo studiò perplessa, in piedi accanto al tavolo ingombro di soprammobili e simboli esoterici. «Come le ho spiegato per telefono, la soluzione al suo problema non solo è possibile, ma è sicura. Lei, piuttosto, mi ha detto tutto o c’è qualcosa che ha tralasciato?»
«No, mi sembra di… di averle detto tutto. O almeno credo. Sa, a volte possono emergere cose che…»
«Capisco. Ma tenga conto che non tutti quelli che hanno un certo disturbo rispondono allo stesso modo. È una questione non solo fisica, ma anche di predisposizione mentale».
«Già». Miller si perse per qualche secondo negli occhi sorridenti dell’incantevole grassottella, poi scese a valutarle il volume dei capezzoli, gioiosamente induriti sotto la maglietta nera a maniche lunghe che le scopriva l’ombelico. Decise che le areole dovevano occupare un sesto della superficie dei seni, esibiti nei giusti rapporti di convessità e concavità.
La fattucchiera si mise a trafficare con perizia sul carrello, lambendo con le carni morbide la superficie vetrata del piano. «Non tutti quelli che vengono qui hanno bisogno della stessa cosa, come può immaginare. Ogni uomo è un caso particolare, e così ogni donna. La cosa che li accomuna tutti è una: la discrezione».
«Sicuro. La discrezione». Il fiatone era calato, la nebbia che gli velava la mente sembrava diradarsi, lasciando riemergere a poco a poco la drammaticità della situazione.
«Bene, ora veniamo al dunque». La brunetta mise sul tavolo un flacone, tre boccette e una tazza piena di sabbiolina color ocra. Poi si sedette. «Deve prendere un flacone di questi ogni mattina, a digiuno, e aspettare un quarto d’ora prima di far colazione. Poi, durante la giornata, assume venti gocce di ciascuna di queste soluzioni, in mezzo bicchiere d’acqua, insieme a un cucchiaino di polvere. Un cucchiaino scarso. La polvere non si scioglie, ma si mescola all’acqua e si beve. Lontano dai pasti».
«Lontano dai pasti», annuì Miller. Lo sguardo gli si annebbiò, la mente si mise a vagare alla ricerca di un bandolo.
«Dopo dieci giorni, stia sicuro, le erezioni ritorneranno. Come prima. Anzi, di più: sono ragionevolmente certa che le sue prestazioni raddoppieranno».
«Le erezioni». La guardò annichilito. Il respiro era tornato quasi normale.
Si grattò la mascella pensoso, con una sensazione di inconsapevolezza a volteggiargli intorno. Forse era arrivato il momento in cui la follia avrebbe davvero condotto il mondo a una deriva irreversibile. Gli obiettivi perdevano senso, i percorsi di ragionamento si facevano tortuosi e la ricerca della verità, anziché esercizio vitale, diventava uno sforzo penoso. A un tratto gli parve tutto chiaro: l’uomo non creava più il suo mondo, ma era il mondo, sotto forma di apparato creato da un folle, a forgiare l’uomo e a determinarne l’essere. Era una svolta epocale che poteva significare la fine della Storia. E dei valori, degli “scopi della vita”, come li definiva il Kamasutra: il dharma, l’artha e il kama, ossia la Legge sacra, l’Utile e l’Amore, la triade per eccellenza che l’uomo doveva coltivare nel corso della vita terrena.
«Tutto bene?» sondò la brunetta, incoraggiante.
«Sì…» disse Miller con un sorriso sardonico. L’improvviso squillo del campanello gli diede una scossa.
«Mi scusi». La donna si alzò e uscì nel vestibolo.
La sentì aprire la porta d’ingresso. Dopo un secondo, un tonfo violento, il grido della donna, un tavolino rovesciato e un vaso in frantumi sulle mattonelle. Miller schizzò d’istinto dalla sedia e fece per puntare verso la cortina mimetizzata nella tappezzeria, ma un poderoso calcio nei reni lo scaraventò a terra.
Si rotolò sul pavimento, reprimendo il dolore. Sopra di lui, torreggiante, l’uomo in nero lo guardava inespressivo. Sotto il cappello, il naso adunco sporgeva dagli occhiali impenetrabili, le guance erano tagliate nel marmo, il mento appuntito dava una strana piega alla bocca senza labbra.
«Ma chi cazzo sei?» gli urlò disperato.
«Chi cazzo sei tu» gli rispose la voce gracchiante dell’uomo. Pareva il suono di una spatola strofinata su un pettine d’acciaio. La sua mano destra s’infilò sotto lo spolverino e ne estrasse una pistola automatica, la sinistra avvitò un silenziatore nella canna e fece scattare il carrello. Poi la pistola scese a piantarglisi in fronte.
Miller esplose in un urlo di terrore furibondo. Non gli passò sotto gli occhi tutta la sua vita, ma solo una parata di mostri, di orribili infelicità, di ingiustizie feroci. Urlò fino a morire, fino a farsi uscire i polmoni dalla gola.

(4 – continua)

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