Miller’s Version. 5

Il latrato lacerò l’atmosfera ovattata della stanza. Il dottor Miller sbarrò gli occhi sugli stucchi del soffitto, appena rischiarati dalle fessure delle persiane, e continuò a urlare fino a sfinirsi, col trillo del telefono che non accennava a fermarsi.
Con uno sforzo riuscì a uscire dal buco d’ombra e a raggiungere il tavolino da notte. Colpì l’apparecchio con un pugno, poi con un altro, gridando e gridando ancora. Il telefono volò sul pavimento aprendosi in due, con la cornetta che finiva sotto il letto.
Si allungò con difficoltà respirando come un mantice, il sudore a bagnargli la faccia stravolta. Tentò di tirare a sé la cornetta, senza riuscirci, e tornò ad abbandonarsi esausto sul cuscino di piume. La confusione in testa era totale.
Porca miseria. Il terrore era ancora vivo, come se avesse quell’uomo davanti a sé.
Poi rivide la dottoressa Ghermandi.
Visualizzò la mascella tonda e gli occhi brillanti della bibliotecaria, le labbra carnose senza rossetto, il seno grande e compatto dal disegno accurato. Sfiorò l’immagine dei suoi fianchi larghi che la facevano sembrare una statua antica dipinta d’ambra. Un corpo morbido che voleva esser legato e poi sciolto, prima con le mani dietro la schiena, poi alla testiera del letto…
Oh, merda.
Un’orribile colata di calore cattivo e bruciante gli si sparse addosso, e attraverso il diaframma gli raggiunse il ventre.
Il letto. Un grande letto d’ottone. E poi i legacci.
L’incubo era vivido, era vero.
Appena si alzò, una piccola tempesta di dolori articolari lo fece mugolare. I gomiti, le ginocchia, la spalla, i tendini della mano destra fino ad arrivare al polso. Che diavolo era successo?
Raggiunse la sedia a capo del letto, dove aveva gettato i vestiti. Dalla tasca interna della giacca estrasse il telefonino, sospirò di sollievo, lo accese. Trovò anche alcune fotocopie spiegazzate che esaminò straniato, con un senso di nausea crescente.

TRIBUNALE DI G**
SENTENZA
Il Presidente del collegio giudicante presso il Tribunale di G**, dott. Dante Cappelli, all’udienza del 19.06.19** ha pronunziato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente
SENTENZA
Nei confronti di: 1) Miller Cesare, nato a…

Rimise i fogli nella tasca. Camminò a fatica fino al bagno, avvertendo dolori anche al collo. Aprì la finestra, fece entrare il sole e andò a guardarsi allo specchio.
Cristo.
Due righe parallele di crosta rossa gli attraversavano la guancia sinistra e scendevano lungo il collo, fino a lambire la scapola. Un’altra scendeva dalla base del collo fin quasi al capezzolo. Ne avvertì la presenza in quell’istante, un bruciore doloroso e sottile, sensibile al minimo tirarsi della pelle.

Al Caffè della Borsa, in mezzo agli ottoni e alle cromature dell’arredamento, tre copie dell’edizione straordinaria della Gazzetta passavano di mano creando capannelli e alimentando discussioni. I tavolini erano gremiti, non essendoci più spazio lungo il bancone di mogano.
BARBARO OMICIDIO IN UN APPARTAMENTO DI PALAZZO FANTINI
L’articolo che apriva l’edizione, sormontato dai caratteri di scatola del titolo, prendeva quattro colonne in prima pagina e proseguiva nella seconda, invadendo lo spazio destinato ai necrologi. Il resoconto indugiava sui particolari macabri del ritrovamento della vittima e su un rito sadomaso che si sarebbe consumato in camera da letto, con un mare di sangue che avrebbe allagato il pavimento come in un mattatoio.
In fondo a un varco che s’apriva dietro l’espositore delle paste, nella saletta dipinta di rosa con false stampe del Settecento, l’emozione si tagliava col bisturi.
«Una storiaccia, avvocato», commentò il tabaccaio fregandosi le mani come se facesse freddo. «Ha letto?»
L’avvocato Sassi si risistemò la giacca grigia che gli scivolava dalle spalle. Anche se sapeva tutto, il titolo gli diede un nuovo brivido.
Prese il cellulare e compose un numero.
«Oh, Cesarino, allora ci sei. È da un’ora che provo. Come? Ma che t’è successo?» Prese il giornale e ridiede una scorsa all’articolo. «Hai una voce da oltretomba…» Riprese a leggere di volata, zigzagando lungo le colonne di caratteri minuti. «Non sai cos’è successo stanotte» gli disse abbassando la voce. «Il giornale ha un titolone in prima pagina. La dottoressa Ghermandi…»
Il vocìo nel resto del locale si fece intenso, il suono familiare di piattini e tazzine sembrava alimentare il clima d’eccitazione. Sassi gli raccontò i fatti come li aveva raccolti, senza calcare sui particolari truculenti riportati nel giornale.
«Be’, alla fine è successo che l’indomito Vivarelli… Come chi? Il collega di piazza Verdi. Ma che hai? Eh, sei rimasto scioccato, lo capisco. Una storia sconvolgente. Un pezzo di figa come quella, tra l’altro… C’è da preoccuparsi davvero, è da un po’ che lo dico: qui non si sa più che sta succedendo».
«Comunque, Cesare, dicevo» riprese Sassi dopo un sorso di caffè. «Proprio stanotte, se ricordi, Vivarelli doveva affondare il colpo con la vedova Leoncini, l’ereditiera di Bertinoro. Beh, mi ha telefonato stamattina: sembra che la vedova l’abbia tenuto fra le lenzuola più di quattro ore. E quando l’hanno chiamato dalla questura era ancora nel primo sonno… Sì, l’hanno convocato in questura proprio per l’omicidio. Ascolta la storia». Finì il caffè, avido. «Vivarelli s’è appena addormentato più morto che vivo, quando un questurino lo sveglia perché c’è un indagato che deve completare l’interrogatorio. Lui subito non capisce, perché col patrocinio d’ufficio non c’entra più, e invece lo informano che risulta ancora negli elenchi del tribunale. Così si alza infuriato come un bufalo, con un’ora di sonno alle spalle, corre in questura e trova il vicequestore che ha appena dato una lavata di testa all’ispettore capo. Perché sembra che abbiano messo sotto torchio quel Celletti, lo spostato che va in giro col papillon… Sì, quello. Un testimone l’avrebbe visto intorno a casa della Ghermandi ieri sera. Capito? Cesarino, ci sei? Ci sei? Cesarino!»
Sassi aggrottò le sopracciglia inesistenti e strinse impaziente le labbra. «Sì, un testimone. Cazzo, se stai così male prendi qualcosa. Vuoi che ti porti le mie pastiglie? Non ti preoccupare, verrei volentieri… Vabbe’, come vuoi. Ad ogni modo, ti dicevo: hanno beccato questo Celletti. Così, per far vedere che non stanno con le mani in mano, hanno preparato una bella confessione e hanno cercato di fargliela firmare. Ma ci pensi? Far firmare una confessione a un seminfermo di mente…» Sassi trattenne a stento una smorfia beffarda. «Roba da matti. Il primo avvocato che arriva ne fa carta straccia in un batter d’occhio… Ma non è finita: il solerte ispettore capo, dopo non so quante ore passate a lavorarsi il pazzoide, ha dovuto fare una verifica e ha scoperto che ha un alibi di ferro».
Dall’altra parte si udì uno strano suono, come un tonfo sordo, poi il silenzio.
«Cesarino? Cesarino? Cesar…» L’avvocato tentò di riprendere la linea, ma inutilmente. «Porca miseria, gli è morto il telefono».
Scosse la testa glabra con una punta di dispetto e tornò a sfogliare il giornale, cercando i commenti interni. In terza pagina, incorniciata da un bordo nero, campeggiava una spietata analisi sull’escalation della criminalità cittadina, intitolata ORA BASTA:

Quattro omicidi dall’inizio dell’anno… un bel record, ancor più avvilente se si considera che l’Amministrazione comunale ha destinato la maggior parte delle sue risorse all’inspiegabile stravolgimento della viabilità cittadina. Enormi rotonde che spuntano come funghi, incomprensibili creazioni di sensi unici e inversioni nei sensi di marcia, stanno mettendo a dura prova la proverbiale capacità di resistenza della cittadinanza…

Nelle invettive dell’articolo di fondo si sentiva la mano del direttore del giornale, strenuo avversario della giunta e presidente del movimento autonomista, fautore della creazione d’una nuova regione di cui la città sarebbe dovuta divenire capoluogo.
Dopo una violenta tirata contro il sindaco, accusato di addebitare al Comune la sua messimpiega quotidiana e di usare il cerone per ravvivare il pallore delle guance, l’articolista passava a deplorare l’ultimo sperpero di denaro pubblico, rappresentato dalla costruzione della faraonica pensilina per gli autobus di fronte al palazzo delle Poste.

L’orribile dinosauro renderà memorabile l’attuale amministrazione per le future generazioni… Un magnifico esempio di megalomania coniugata con l’incompetenza urbanistica, uno schiaffo al buon senso e una beffa ai cittadini, che sotto l’altissima tettoia sorretta da colonne imperiali sono costretti a subire ugualmente, in caso di pioggia ventata, l’onta dell’acqua…

(5 – fine)

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