Gesù di Bergman

Per dirigere un Vangelo non bisogna essere necessariamente credenti. Viene in mente la meravigliosa battuta di Buñuel, «grazie a Dio sono ateo», e infatti La Via Lattea testimoniò delle sue ansie, così come il Vangelo secondo Matteo rese onore al centrosinistra spirituale di Pasolini. Anche il sommo Ingmar Bergman, disilluso da sempre del mondo e dei suoi abitanti (specie delle signore), scrisse un soggetto sul Vangelo proposto dalla Rai che negli anni Settanta lavorava con i Maestri. «La televisione italiana voleva fare un film sulla vita di Gesù… Risposi con un piano dettagliato sulle ultime 48 ore della vita del Salvatore. Ogni episodio era incentrato su uno dei personaggi principali del dramma…», così scriveva il regista svedese di Fanny e Alexander nella sua bellissima autobiografia Lanterna magica, ma la domanda che si fa Bergman chiede se sia possibile esprimere la Passione di Gesù, così come Claude Lanzmann si chiedeva se fosse possibile raccontare la Shoah.
Bergman inserì una clausola morale nella postfazione del progetto: «Ogni forma di salvezza ultraterrena mi appare blasfema. Per dirla con parole semplici: la mia vita è priva di significato». Un’ottima promessa-premessa. Sarebbe piaciuta al Sartre de Il diavolo e il buon Dio ma non agli abbonati di Rai Uno nell’epoca fanfanianandreottiana di Ettore Bernabei. Era una precisazione affinché non ci fossero dubbi sulla natura della collaborazione con una Rai che a metà degli anni Settanta era ancora devota ma aperta ai grandi talenti. Anzi si commissionavano con molti soldi progetti importanti a sommi registi sapendo che andava tutto in rosso: oltre a Bergman, che prese un anticipo di 30 mila dollari, era stata data carta bianca a Carl Theodor Dreyer per un film religioso (che fu poi pubblicato da Einaudi) ed era stato interpellato Orson Welles, sapendo che sarebbe stata dura arrivare al finale.
«Si tratta di capolavori mancati», dice con rammarico Andrea Panzavolta che ha ora curato con Pia Campeggiani la pubblicazione del testo invisibile di Bergman. A Ingmar stava a cuore, si ipotizzava perfino un film con Fellini a quattro mani: il maestro svedese, nato il 14 luglio 1918, aveva già diretto 35 film e aveva pubblicamente affermato che «le differenze tra cinema e tv dal punto di vista della creazione artistica sono del tutto artificiose». Il trattamento preparato per la tv è rimasto misterioso per oltre 40 anni, ma ora esce per le edizioni del Melangolo, dopo lunga gestazione editoriale. È un testo che non vide mai la luce dei riflettori sul set e la cui storia è ancora avvolta nelle spire delle dimenticanze: padre Virgilio Fantuzzi (critico di «Civiltà Cattolica») cercò di leggerlo in ogni modo ma alla Rai di quel copione e di quel progetto si erano perse le tracce. Ma è molto chiaro il punto di vista del Vangelo di Ingmar: «Ogni cosa avviene dentro gli esseri umani e nelle relazioni che intrattengono, nulla è al di sopra o al di fuori di loro».
Ma allora con chi giocava a scacchi Max von Sydow in Il settimo sigillo? «Gesù è sempre l’incontestabile difensore della vita, di tutte le cose viventi, dello spirito. Egli compare in un mondo di legge, di vuoto, paura, odio e disperazione morale». Ogni riferimento all’ieri, all’oggi, al domani sarà casuale? Bergman tiene a precisare che il mondo è quello che è, vicino o lontano non cambia mai: Gesù muore, la sua vita è violata ma il miracolo terreno della Resurrezione si manifesta, come l’indistruttibilità e la santità dell’uomo, nonostante tutto. Quindi ateo, ma con glosse importanti, parentesi quadre e tonde.
Urge indagare, cercare testimoni sul perché il progetto passò nelle mani più vellutate e rinascimentali del fiorentino Franco Zeffirelli che lo trasformò nel più grande successo della sua carriera. Gesù di Nazareth andò in onda dal 27 marzo 1977 alla domenica su Rai Uno in 5 puntate con commozione globale: nel mondo ebbe 2 miliardi e 200 milioni di telespettatori e torna spesso alla carica. Siamo agli antipodi con la Svezia: «La santità e il suo opposto — diceva invece Bergman — che io chiamo non realtà o vuoto, sono dentro gli esseri umani».
Bisogna andare in flash back di 40 anni per scoprire cosa accadde. Perché al nome del regista svedese anche teatrale e lirico, graditissimo ai vertici Rai (epoca Bernabei, direttore Emanuele Milano) che lo bonificarono, si sostituì quello di Zeffirelli? Allora la Rai, imbarazzata, spiegò sui giornali che i due nomi erano stati fatti gareggiare quando c’era stato il «bando» sul Vangelo, aveva vinto Zeffirelli ma il progetto di Bergman restava in attesa. Diplomazia, diciamo. Prima recalcitrante poi entusiasta, Zeffirelli era l’uomo ideale di show business: amico di Liz Taylor e Richard Burton, regista di kolossal scespiriani, tanto che gli invidiosi lo chiamavano «Scespirelli». Intanto, nascosto nella sua isola di Fårö, sua per davvero, un puntino nell’arcipelago di Stoccolma, il suo «posto delle fragole», il disperatissimo Ingmar, dopo essersi avvelenato l’esistenza con Scene da un matrimonio, prima di consolarsi col Flauto magico di Mozart nel 1975, scrisse il soggetto (lo chiamò un abbozzo essenziale) di un film «sulla morte e la resurrezione di Gesù e su alcune persone che presero parte a questi eventi». Il Vangelo secondo Bergman, anche autore di una trilogia capolavoro sull’assenza di Dio (Come in uno specchio, Luci d’inverno e Il silenzio), battitore libero e lacerato nelle questioni religiose a causa del severo padre pastore protestante. Unica fede nel teatrino delle marionette e nella lanterna magica: per lui la santità di Gesù è comprensibile «ma la comprendo col sentimento, non con la ragione. Mi brilla negli occhi ma non mi abbaglia, né mi acceca perché la sua luce è quella di un essere umano».

Maurizio Porro, la Lettura #336, pagg. 52-53