Poe & la crittografia

Nel 1839 Edgar Allan Poe compiva trent’anni ed era pressoché un fallito. Orfano, comincia come poeta, tenta la via dell’esercito, si dà al giornalismo. Nel 1836 aveva sposato la cugina: specie di bambina fatata, all’epoca del matrimonio ha tredici anni. Poligrafo, di sinistra intelligenza, rapace, Poe è un talento: il “Southern Literary Messenger”, però, lo licenzia in tronco. Il problema è il solito: beve; beve troppo; beve per acuire l’istinto visionario e dimenticare questo mondo. Nel 1839, allora, Poe fa due cose. La prima è pubblicare una delle sue raccolte di maggior successo, Tales of the Grotesque and Arabesque, dove sono organizzati alcuni dei racconti più celebri: The Duc de L’Omelette, The Fall of the House of Usher, Berenice. Il libro vende poco, le recensioni sono scarse, spesso ostili. Per far soldi, allora, Poe escogita un’altra cosa, la seconda. Fa fruttare la naturale attitudine crittografica. Già. Poe era un genio nel creare linguaggi segreti e nel decrittare simboli, cifre, lingue strambe. La collaborazione con l’“Alexander’s Weekly Messenger” dura poco più di un anno, fino al 1840 – la rivista cesserà le pubblicazioni nel 1848 –, ma gli permette un successo insperato. Nei dagherrotipi del tempo il viso di Poe pare sbilenco, segato in due e poi ricomposto in modo affrettato, senza che le parti combacino del tutto: parlano, forse, linguaggi diversi.