Torri Gemelle

Più che il film – ancora straordinario: risponde al nostro intimo desiderio di avventura, di azzardo, di giustizia – il romanzo di J.R.R. Tolkien è un’immane riflessione sul male. Il male esiste. Il male esiste per tentare, tenta d’impossessarsi del giusto. Tutti, nel romanzo, sono tentati dal male, raffigurato dall’anello, altrimenti simbolo nuziale, di verticale dignità, vergine. Soprattutto, ne è tentato chi vuole usare il potere per fare del bene: il male piega il virtuoso, il virtuosismo dell’ego. Spesso, indica il romanzo, il malvagio – chi è additato dagli altri come tale – può avere un ruolo decisivo nell’ambito del bene (Gollum); di certo, nessuno si salva solo, soltanto l’amicizia – il patto, non solo tra simili – è necessaria risorsa, salutare. Se il male assoluto esiste – ineludibile, ineluttabile, benché impalpabile – è il bene, assolutamente, a non esistere. Tutte le creature del mondo di Arda, anche quelle più perfette – gli elfi – sono parziali, piccole, facili all’idolatria e al tradimento, meschine. Un conto, però, è la creatura meschina – che può ravvedersi – un conto il male, che pretende accoliti o fa cadaveri.

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