Impegno civile/Stile

George Tooker, The Waiting Room, 1959 

E devo anche confessare d’aver partecipato, nel ’71 o ’72, su «Quaderni Piacentini», a quella bordata di attacchi “da sinistra” che si abbatté su Sciascia per uno dei suoi romanzi politicamente più provocanti, Il contesto, attacchi che qualcuno avrebbe poi bollato come «clerico-marxiani».
Un po’ me ne pento, a ripensarci: non tuttavia, perché mi sia nel frattempo convinto che il libro fosse invece da elogiare, ma perchè altri erano forse gli argomenti con i quali avrei dovuto motivare il mio giudizio. D’altra parte, i libri di Sciascia sono così tipicamente e univocamente “a tesi” (soprattutto da quando, verso la metà degli anni Sessanta, cominciano ad essere costruiti sulla combinazione fra intreccio poliziesco e impegno civile) che, per dirla un po’ brutalmente, se non si parlava di quella, di che si poteva parlare? La tanto decantata limpidità “illuministica” del suo stile narrativo, la tanto vantata trasparenza della sua prosa, a me sono sempre sembrate, infatti, qualcosa di assai meno positivo: secchezza, aridità, pedanteria, mancanza di spessore fantastico, di profondità verbale, di pluralità di senso. È per questo, penso, che alle sue opere d’invenzione si era in qualche modo costretti a reagire nello stesso modo, sullo stesso piano, che ai suoi scritti saggistici o ai suoi pamphlet; non essendoci altre dimensioni da esplorare, non essendoci metafore, (né narrative né stilistiche) da interpretare, l’unica risposta davvero possibile era, ahimé, una risposta “ideologica”.
In altre parole, e per essere ancora più espliciti: ogni volta che Sciascia prendeva posizione, non importa se con un intervento o con una parabola, o si era con lui, o si era contro di lui, che è esattamente ciò che non deve, anzi che non può succedere con gli scrittori veri, con gli scrittori grandi, di fronte ai quali consenso e rifiuto, esaltazione e distacco, persino ammirazione e disgusto, hanno tutto lo spazio per combattersi e, alla fine, per convivere… (Il caso Céline – le cui opere successive a Bagatelles il probo Sciascia, non a caso si rifiutava di leggere – insegna.)
(…) A sopravvivere, a turbare e nutrire nel tempo, sono le emozioni estetiche, non la contabilità dei consensi e dei dissensi politici. Se citiamo ancora tanto spesso, se ancora possiamo proficuamente interrogare e utilizzare le grandi metafore civili di Pier Paolo Pasolini – l’Omologazione, il Palazzo, la Scomparsa delle lucciole, ecc. – è perché sono, appunto, delle metafore, perché significano al di là del loro significato occasionale, perché sono vere al di là della loro verità contingente. Niente di tutto questo, secondo me, nelle provocazioni di Sciascia, che erano – e rimangono – provocazioni di pronto uso e di rapido consumo, ingegnosamente e nobilmente avvocatesche, fatalmente destinate ad essere soppiantate da provocazioni analoghe e successive, non importa se dello stesso segno o di segno contrario.

Giovanni Raboni, Sulla produzione narrativa di Leonardo Sciascia, «Corriere della Sera», 20 novembre 1999, p. 35