6. Jack in provincia

Wang Zhen (1867-1938), Calligraphy in Xingshu, 1927

se c’è qualcosa che mi ha lasciato quel grand’uomo che era Massimo Ferretti – dico era perché quando composi il suo numero a Bologna, due anni orsono, le pagine gialle mi restituirono il numero di un tappezziere antiquario, perciò è possibile che il caro vecchio professore si sia dato alla macchia – è l’intransigenza verso i letterati di mestiere.
dico così perché mi è capitato di incrociarne uno negli ultimi tempi, di averci condiviso un pranzo e più caffè, e quindi alfine di conoscerlo per dritto e traverso.
il mio letterato scrive su giornali di destra ma gli è capitato di comporre recensioni anche per il settimanale di repubblica. pecunia non olet, come la poesia di cui è fiero assertore. legge rilke senza conoscere il tedesco. sa tradurre l’inglese meglio di quanto lo parli. non discuterò i suoi gusti letterari perché mi sono sempre parse dirimenti le parole di contini quarentenne a luigi russo sul far della sera, non starò qui a sbottonarmi! son faccende private, quantomeno per chi viva la letteratura come espediente per ritornare in superficie, senza affogarsi tra le parole, anzi scegliendo tra queste i significati migliori: che è, evidentemente, quel che il mio letterato non sa fare.
preferisco chiamarlo letterato invece che giornalista anche se a questo punto sono abbastanza sicuro che la professione ci definisca, aggiungendo o scartando al fondo del carattere o della tempra (quando c’è, s’intende rapidamente).
il mio letterato viene dalle stesse terre in cui alfierianamente ho vegetato sino all’uscita per l’università e all’ingresso nella scuola dove ho incontrato massimo, oggi disperso. ma era anche l’università del grande professore catanese anglista, l’uomo che mi diede il referto della letteratura come lasciapassare alla città antica, come introibo alle fortificazioni del nucleo storico: laddove invece il mio letterato, il fante della provincia, né uomo né donna incartato tra i suoi libri, la trova fine a se stessa, gioco orribile per sollazzarsi con onan e rotolarsi poi nel fango, acclimatandosi con le ninfette che accorrono a frotte, suggestionate dal fango, scambiandolo per un tatuaggio: o chissà che cosa.
il professore catanese diceva insomma che la letteratura aiuta a comprendere, e se cediamo al passo dei dervisci finiamo nel gigionismo, e allora tanto vale percorrerlo fino in fondo, caricarlo insomma: fare del sollazzo di queste righe proprio uno strumento, una carta di riconoscimento personale. e non significa fare i giullari, come invece si diletta a svolgere il suo compito il letterato, ma proprio calare la celata e scendere nella giostra disarcionando il fantoccio di tela che vede nei libri l’accalappiasogni delle fanciulle.
di questo s’ha da parlare, del sogno giovanilista del mio letterato, incrocio di quei sogni e tormenti che furono nostri, di tutti a quattordici anni – e poi dismessi – poi suffragati dalla realtà.
di lui sarebbe improbo svelare arcani e fasti, dilettarsi delle altrui passioni o intemperanze: basti dire che si circondava delle bestioline da collegio ed è pur capitato di incontrarne due. il suo unico presunto allievo era un estensore di referti psichiatrici in forma di dialogo, un altro insomma che la scienza forse definirebbe psicotico, mai in pace con la madre come il mio letterato mai era acquietato nei confronti del padre: ché si ostinava a ripetere, a ripercorrere tutti i passi di quell’uomo.
verso il mio letterato-fante senza scudiscio dei giornali e delle recensioni nutro l’affetto che si deve ai trapassati, misto di rimpianto e commiato storico, per le sue fragilità che lo porteranno a distruggersi da sé. e ignoro se sia davvero un’altra storia, o se non possa ricapitolarsi invece, più banalmente, sotto il segno di un mio ‘cogito ergo sum’. se lo penso esiste, se non lo provo è già scomparso nelle nebbie di internet, jack immobile, mai cresciuto, in uno scenario impazzito che gli rotea attorno.

Andrea Bianchi