Sirena

Antonietta Raphaël, Sirena, olio su tavola

«A un certo punto Mafai dovette sentirsi tallonato dal genio incondito e smisurato della moglie, fino a compiere quello che ai nostri giorni sarebbe stato considerato un gesto indebito e deplorevole, di obbligare la moglie ad abbandonare la pittura, in cui rischiava di apparire superiore al maschio di casa, per imbracciare la scultura, nel che Antonietta non si sentì per nulla spiazzata, anzi, continuò a modellare con le materie plastiche i suoi mascheroni, le sue cariatidi slabbrate, aperte a conca, ad abbracciare tanto spazio. In sostanza, anche in quell’arte che non era proprio la sua prima scelta, seppe manifestare il fondo leggendario e stupefacente che si portava dietro dalla nascita, risultando anche su questo fronte ben lontana dai nostri migliori scultori del suo tempo, che si portavano dietro un senso delle misure, tenendosi non lontani dal mantenimento di un cauto equilibrio, anche se poi per la forza dei tempi alcuni di loro scivolarono verso il geometrismo astratto».

Infanzia

Ingmar Bergman by Irving Penn, 1964

In realtà io vivo continuamente nella mia infanzia: giro negli appartamenti nella penombra, passeggio per le vie silenziose di Uppsala, e mi fermo davanti alla Sommarhuset ad ascoltare l’enorme betulla a due tronchi, mi sposto con la velocità a secondi, e abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà.

Ingmar Bergman, La lanterna magica

16. Un gesto semplice

Il generale in pensione Carlo D’Eril uscì dalla Centrale di Milano e, come gli accadeva di solito nella capitale lombarda, accelerò il passo. Poi si girò di scatto verso l’iscrizione sulla facciata, vide l’ombra delle parole cancellate e sospirò: — PD… Porca Democrazia!
Per un attimo, l’onda dei ricordi lottò con le necessità impellenti del generale. Era atteso.
Scrollando il capo, puntò il primo tassì sulla piazza come una facile preda dei suoi famosi safari giovanili.
— Mi porti all’Hotel Superior.
Erano anni che il generale non pronunciava quella meta, un tempo così usuale per lui. Non fosse stato per il rimbambimento che, da qualche tempo, aveva colpito i non più lucidissimi nervi militari, sarebbe riuscito a trattenere la lacrimuccia che adesso gli scorreva tra le rughe.
Il tassista era un cinese di mezza età; sullo specchietto retrovisore esibiva la capigliatura liscia spiovente sulla fronte. Per rompere il silenzio, cercò di aggiornare il cliente sui risultati calcistici del turno infrasettimanale; i nomi delle squadre scorrevano mangiucchiati in un italiano dalla forte cadenza milanese.
Senza ascoltare il tassista, il generale guardava il Pirellone dove anche era atteso, ma nel primo pomeriggio. Poi, distrattosi (era sempre stato un soldato ligio al dovere, ma senza quel sesto senso da agente del Servizio, il suo sogno proibito…), si accorse finalmente dell’origine del tassista: — Lei sa che Mao ha scritto un libro intitolato “La contraddizione”? Niente a che vedere con quelle stronzate del “Libro rosso”! Lì Hegel è riuscito a far capire persino a quel suo connazionale testardo che lo stato sociale era quello stabilito da noi italiani già negli anni Trenta. Mi intende?
Il cinese non capì; ma ricordò che un suo zio aveva chiamato con quel nome, Mao, un grosso gatto preso per stanare i topi del retrobottega di via Sarpi, bestia che lo zio prendeva spesso a calci perché non faceva il suo dovere di compagno lavoratore. Uso al mestiere, l’uomo fece allora un cenno come a dire “altroché se non lo sapeva” e guardò di sottecchi il tassametro, rallentando in vista della piazzola del Superior.
Il generale pagò soddisfatto e, con un abbrivio ancor più baldanzoso di quello preso alla Stazione, varcò la bussola del grosso hotel. Senza guardare la hall, e senza esserne guardato, svoltò a sinistra verso la batteria degli ascensori di quel grattacielo. Entrato nella scatola, pigiò il tasto 25 e, contemporaneamente, frugò nel taschino della giacca, dove teneva quella tentazione in blu alla quale, virilmente, decise per quella volta di resistere.
Il corridoio era vuoto. Come ai vecchi tempi, la porta della camera 250 era appena socchiusa. Entrato, il generale sentì l’odiata, democratica musica pop di sottofondo, che veniva dalla stanza dove si trovava l’amico dell’amica.
Trovò Irina seduta sul letto che messaggiava col telefonino. Il generale ripensò ai tempi in cui le popolane lo attendevano con lo smalto fresco ai piedi e i fotoromanzi in mano. — Altro che questa babele ultrademocratica! — borbottò tra sé, pensando che la civiltà italiana era scomparsa con i bordelli della sua adolescenza, prima di decadere. Si rinfrancò subito, pensando a quella stupenda ragazza, conterranea del camerata Putin.
L’ora trascorse, forse più rapida del tempo reale, per entrambi. Insieme ai soldi, il generale estrasse dal portadocumenti, col piglio di un mago dal cilindro, un libretto intitolato “La mia conversione” e lo porse alla ragazza.
— Chi è Mirabeù? — chiese Irina. Il generale le disse che era un maledetto francese, il cui unico merito stava tutto in quel gingillo. Aggiunse una piccola digressione di filosofia della storia sulla Rivoluzione dell’Ottantanove — il vaso di Pandora, l’origine di tutti mali! — che Irina non comprese. Con la suprema indifferenza di un felino della Kamchatka, la donna celiò: — Grazie dei regalini. Ciaù, ci vediamo presto.
L’ascensore partì, per subito fermarsi al piano sottostante. Entrò un uomo in blazer sulla cinquantina, che salutò il generale con un cenno d’intesa. Un’istintiva simpatia corse tra i due uomini. L’hotel era solito regalare ai suoi visitatori delle piacevoli discussioni di contorno al piatto forte. Felice di quelle rapide occasioni cameratesche, “madeleines” delle sue prime esperienze in caserma, il generale guardò con compiacimento l’uomo in blazer. Il quale, per un ironico gioco delle parti, intuì che quello con cui condivideva le debolezze era un militare, e anticipò il generale con un attacco erudito: — Lei ha letto “Le Soirées de Saint-Pétesbourg”?
Felice della domanda e dei suoi sottintesi il generale rispose lapidario: — Ma sa, durante una mia missione in Egitto un vecchio diplomatico algerino mi regalò la “princeps” dell’opera omnia del Comte de Maistre; la lessi tutta di un fiato all’ombra delle Piramidi.
— Ottimo! — esclamò l’uomo in blazer, presentandosi: — Permette, sono il professore Mattia De Meis.
— Piacere, Generale Carlo D’Eril. E cosa insegna Lei di bello?
— Vede, sono confinato in una cattedra di scienze della comunicazione. Ma non creda… Il mio ultimo saggio, una robetta eh, è dedicato a Corrado Gini. Conosce? Figura interessantissima della storia della statistica, quasi un precursore della nostra società mediatica.
— Gini Corrado? Ma certo! — il generale pensava intanto a come un professore milanese, e di scienze della comunicazione per giunta, conoscesse quel grande studioso, che lui reputava un genio del periodo migliore della storia patria.
I due uscirono dall’ascensore, varcarono la bussola, e di comune accordo si sedettero ai divanetti del bar di fronte all’hotel, ordinando senza perdere tempo due birre ghiacce.
Difficile richiamare il dialogo che i due uomini intrattennero per un paio d’ore. Di sicuro possiamo solo dire che per entrambi il tempo perse consistenza più di quanto fosse già accaduto nel ventre dell’hotel. Il succo della conversazione, proceduta a strappi e impennate come una corsa in acqua, era il seguente: per il generale il mondo attuale, in cui viveva come una statua, era dominato ora da sbarbatelli senza testicoli — peggio di Rosseau!, inveiva — che vivevano nelle “californiane selve” come bestioni vichiani, leggendo manuali di programmazione informatica dentro Playboy. Dall’altro lato, il professore cercava di istruire il generale sulle potenzialità dell’informatica ai fini del dominio delle masse. La scienza statistica, vera passione del De Meis, era per quello scienziato la chiave del passato recente e del futuro del globo. In qualche modo, a battute e allusioni, il professore era riuscito a impressionare il generale che, salutato il suo interlocutore, rigirò a lungo una boutade che lo aveva conquiso: — Il “like” è il nuovo me ne frego!
Con questo chiodo fisso, D’Eril non si accorse nemmeno che il tassì lo aveva lasciato all’ombra del Pirellone. Lì dentro incontrò, come da programma, l’assessore alla cultura del partito di maggioranza, il “Movimento delle vacche nostrane”. Motivo dell’incontro, la posa di una lapide commemorativa in piazzale Loreto, che mettesse definitivamente una pietra sopra la ben nota questione storiografica. Il generale, piena la testa dei suoi studi sapientemente revisionisti, cercava di convincere l’assessore dell’opportunità della lapide. Forse a causa del pensiero fisso alle rivelazioni del professor De Meis, o forse ancora per la poca sensibilità storica dell’assessore, il generale non riuscì persuasivo.
Nonostante avesse investito gli ultimi anni alla messa in piedi prima, e al necessario impacchettamento storiografico poi, di un comitato scientifico per la lapide storica, il generale non era uscito dall’incontro fallimentare del tutto insoddisfatto. — Maiora premunt! — si disse, e senza perdere tempo si fece accompagnare alla Biblioteca di via del Senato. Aveva forse in mente una pista da battere a caldo.
Non salutò quasi la gentile bibliotecaria alla quale, altre volte, aveva dedicato uno sguardo più che compiaciuto e, preso il faldone che lo aspettava sulla scrivania, si immerse nella lettura di quelle carte, in cui credeva di poter trovare la soluzione all’impasse politica italiana. Il libro che questa volta tirò fuori dal portadocumenti, per confrontare con lo scartafaccio, era Tecnica del colpo di stato del Malaparte. Ma per il dritto o per il rovescio, il generale non riusciva a togliersi quel “like” che lo torturava da un paio d’ore. Forse aveva sbagliato tutto. Forse stava solo perdendo tempo con quelle carte “vergate da uno scrittore dalla pettinatura equivoca”, come omofobicamente amava dire.
Alzò lo sguardo e vide una giovane ragazza, sicuramente tesista, che lavorava su degli inutili tomoni giuridici di un noto avvocato meridionale della Milano umbertina. Ancora più in là, un anziano con le dita incartapecorite, al ritmo di un valzer che sentiva solo lui, sfogliava una Bibbia del Diodati appartenuta a una congregazione spirituale, della quale si credeva reincarnazione e massimo esperto al contempo.
Il generale sospirò, poi bofonchiò, forse una bestemmia; infine, gettando uno sguardo in fondo al tavolo, lo vide. Lui. La soluzione: il me ne frego! Chiuse di scatto il faldone; si dimenticò del libro e con il dito sulla polvere scrisse, come un ragazzino ringalluzzito (o come un bibliotecario redivivo):
ALLA BIBLIOTECA
E AL GENIO ATTUALISTICO
DI CHI LA DOTÒ
DI UN CALCOLATORE ELETTRONICO.
Corse al macchinario che sembrava aspettarlo in fondo alla sala. Chiuse la pagina di quell’inutile catalogo librario online che quasi aveva scavato lo schermo, e aprì una pagina social. Il vecchio dito, che non aveva tremato al confezionare bombe negli anni della tensione e a falsificare documenti durante i passaggi più concitati del revisionismo, quel vecchio dito ebbene tremò all’inserire i dati anagrafici nella pagina di registrazione di Facebook.
“Alea iacta est”, sussurrò il generale.
Con un “like” per la rivoluzione, la dittatura era una favola che viaggiava sul web.

Milano, 12 aprile 2018

Andrea Bianchi

15. Il materiale fragile

Paul Cézanne, I giocatori di carte, 1890

Leggendo “Il materiale fragile” di Alessandro Agostinelli si ha la sensazione di una poesia concettuale, metafisica al modo inglese del Cinquecento, se non altro meditativa. Tanto è vero che uscendo dal solco esclusivamente tradizionalista della poesia italiana, Agostinelli si reimmette — per logica delle cose — in altro contesto, più internazionale e forse per questo anche più feriale. Si ha la sensazione di leggere Auden e rileggere Brodsky, più che Montale o Dante. E questo è un bene non tanto per la storia letteraria, ché quella si sa che si fa da sé lontano da ogni storiografo, ma proprio per colui o colei cui capiti di prendere il libretto e sfogliarlo a sera.
Sfogliarlo: è poesia meditativa, o piuttosto un collasso della vita che si restringe in episodio lirico. E piacerebbe citare a profusione, ma non sapendo fare recensioni dove si estrapola di continuo dai testi, andrò a selezionare un passaggio rapido di Agostinelli che consegno volentieri ai lettori a venire. È il punto XIII della sezione “Bianco e nero”:

tutto ciò che vi hanno detto deve ancora essere verifcato
tutto ciò che hanno scritto è solo meraviglia del proprio 
sentire
tutto ciò che pensate sia
a portata di mano
è fuori dalle coordinate quotidiane
tutto ciò che sovrasta il giorno è bugia.

e l’eccezione che pare di sentire
la stravaganza che apprezziamo provare
qui come su una giostra luccicante
in questo preciso istante
dura il tempo di un budino inchiodato al muro.

* Il materiale fragile di Alessando Agostinelli è edito da peQuod, Ancona, €14,00

Andrea Bianchi

imbecillitas 2

Hieronymus Bosch, La nave dei folli, 1490-1500

Al polo opposto di questa natura di tenebre, la follia affascina perché è sapere. Essa è sapere, in primo luogo, perché tutte quelle figure assurde sono in realtà gli elementi di un sapere difficile, chiuso, esoterico. (…)
Un altro simbolo del sapere è l’albero (l’albero proibito, l’albero dell’immortalità promessa e del peccato); un tempo piantato in mezzo al Paradiso terrestre, esso è stato sradicato e forma ora l’albero maestro della nave dei folli, come si può vedere sull’incisione che illustra la Stultiferae naviculae di Josse Bade; è certamente esso che dondola sopra la Nave dei folli di Bosch.

Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica

imbecillitas

Nell’antichità ogni malattia veniva interpretata come un messaggio divino. Le cure erano affidate a sacerdoti e sciamani. Con Ippocrate, IV secolo, le malattie non sono più solo figlie degli dèi e cominciano a essere considerate a partire dall’essere umano e dal suo funzionamento. Si pensa che la salute sia il risultato di un equilibrio dinamico tra gli umori del corpo: bile gialla, bile nera, sangue, flegma. L’equilibrio tra questi liquidi genera benessere, mentre l’eccesso di uno di essi determina un’alterazione del temperamento – collerico, melanconico, sanguigno, flemmatico – e quindi la malattia. Nel Medioevo, una visione superstiziosa della malattia mentale, come male di origine soprannaturale, demoniaca o astrale, si alterna e si mescola a osservazioni alchemiche e in qualche modo «cliniche». Nel 1520, Paracelso scrive Delle malattie che ci derubano della ragion, e propone di distinguere le malattie della mente in cinque tipologie. Fioriscono i tentativi di classificare le malattie mentali (lo svizzero Plater, per esempio, le suddivide in imbecillitas, costernatio, alienatio e defatigatio) e lentamente si affaccia l’idea del malato mentale come «problema sociale». La distinzione tra malati mentali, delinquenti, asociali, eretici rimane tuttavia molto sottile. Le conseguenze sul piano delle «terapie» sono facilmente immaginabili. Alle erbe e ai salassi si affiancano trattamenti «comportamentali»: dal gettare i malati nell’acqua gelata al farli vorticare su un seggiolino mobile in modo da «riassestargli la mente». Il «matto» spaventa e inquieta, pochi sentono il bisogno di studiarlo e capirlo, i più preferiscono escluderlo e recluderlo.

Diagnosi e destino, pagg. 97-98

14. Tre ragazze

 Marie-Denise Villiers, Une étude de femme d’après nature, ca. 1830

Indossa stivali e gonna, oltre a calze a rete sottilissime. Vista di profilo sembra dimostrare anni che non ha. Gliene si darebbero comunque al massimo diciassette. Legge un libro di Madeline Miller con una copertina dai colori arcani neri e oro. Verrebbe in mente Henry Miller ma così non è, continuano a esistere letture generazionali nuove che si mettono nella borsetta a fine tragitto. La ragazza deve essere al liceo classico e legge nel percorso di venti minuti che la porta al centro città senza perdere tempo. Quando scende dal bus, e quasi si mischia con la folla, vista da dietro con quelle spalle così piccole e quei capelli castano-biondi, pare ancora più piccola. 
La seconda ragazza siede sui gradini di un residence universitario e ha i capelli ricci, folti, scuri tendenti al nero. Indossa delle ciabatte rosa con un pon pon sulla punta. Potrebbe essere iscritta a lettere come a medicina. A geologia come ad astrofisica. Forse. Sta per fare una telefonata a casa, la domenica sera. Ché viene sera già alle cinque.
La terza ragazza compare come la prima anche lei sul bus. Ha lo sguardo esotico, si direbbe del Marocco. Il fisico è robusto, anche lei indossa comodi stivali in tinta nera. Come la prima. Tiene sulle ginocchia un piccolo zaino che semmai sarebbe adatto a una ragazza più piccola e non a una come lei, grande senza volerlo con quello zaino che ha la forma di un orsetto. Lo conserva stabilmente sulle ginocchia e taglia lo spazio con il colore profondo degli occhi. Certamente deve trattarsi del Marocco. Anche se non ci sono altri indizi, deve essere così. 
Sarebbe ingiusto dare altre interpretazioni, volevano essere rappresentate per come sono. Tre ragazze che non sono sole nonostante tutto sembri dire il contrario e che catturano l’attenzione più del resto con le sue apparenze.

Andrea Bianchi