Lunch time, 2016

Annunci

Etruscan Mystery – VIII.1-3

Riaprì le palpebre incrostate di terra, schiacciando tra i denti una manciata di fango che era penetrata in bocca. Un dolore sordo gli tagliava in due la nuca e gli saettava nel petto, alimentato dai battiti del cuore. Si rese conto d’essere carponi, con un peso enorme che premeva sulla gabbia toracica e l’avvolgeva in una stretta soffocante.
Appena tentò di spostare un braccio, due pietre gli rotolarono giù dalla testa liberandogli una violenta fitta nel cervello e negli occhi, mentre la massa di detriti gli si assestava intorno al corpo. Con le dita serrate sulla torcia elettrica, ancora al suo fianco, girò faticosamente la testa e affondò le pupille nel buio. Il braccio destro era teso in avanti, a cercare una via di fuga che non aveva trovato. Si sforzò di sentire i piedi, che sembravano non esserci più.
Ora che gli occhi s’erano abituati al nero assoluto, credette di vedere lo spazio vuoto in cui stava respirando, odoroso di terra e legno fradicio. Si accorse d’avere freddo, un gelo ingigantito dalla prigione angusta che pareva volerlo schiacciare a ogni piccolo movimento.
Riuscì a scivolare in avanti lentamente, mugolando per i dolori al torace e trattenendo il respiro al sottile tremore che scuoteva ogni cosa, pietre, terriccio, pezzi di legno appuntiti che gli incombevano addosso in equilibrio precario.
Dopo qualche metro sostò per un attimo, respirando il filo d’aria che gli accarezzava la faccia. Soffiò affannoso, con un nodo in gola che gli si ingigantì pian piano fino a riempirgli gli occhi di lacrime dense. Si rese conto d’esser vivo per miracolo. Qualcosa l’aveva protetto, impedendo a una massa pesantissima di pietre e terra di stritolarlo. Pianse incredulo, sforzandosi di reprimere i brevi singhiozzi che lo perforavano come pugnali.
Avanzò ancora stringendo i denti, liberandosi gradualmente dalla morsa dei detriti. Con uno strattone riuscì a districare la mano sinistra e a premere l’interruttore della torcia: il vetro s’era frantumato ma la lampadina era incredibilmente intatta e funzionante. Gettò il fascio di luce davanti a sé e vide una selva di travi di sostegno spezzate e incastrate fra loro che reggevano una delle enormi lastre del soffitto. Lo spazio per muoversi era minimo, ma il buio s’inoltrava a perdita di luce, e un filo d’aria fredda continuava a sfiorargli la fronte bagnata.
D’istinto si passò le dita nelle orecchie per ripulirle dalla terra, ma il dolore gli si propagò sul collo, sulle spalle, sul capo. Ricominciò a percepire le dita dei piedi, poi le piante, le caviglie, i polpacci. Li contrasse ripetutamente, illuminando il budello nero e insondabile, e provò a lanciare un grido, ma lo sforzo gli causò un dolore violento al busto e il fragore gli rintronò nei timpani, lasciandovi un ronzio intenso e incomprensibile.
Restò immobile a boccheggiare, la mente confusa e il corpo formicolante, finché decise che doveva muoversi a ogni costo. Afferrò con una mano la sacca, ancora legata al suo fianco, e cominciò a scivolare carponi nel cunicolo, puntando la torcia dinanzi a sé.

Eccola, la morte. Una morte che non avrebbe mai immaginato, nel ventre buio d’una collina bassa e spelacchiata, esausto, soffocato, sporco, lontano dagli occhi di chiunque. Le forze erano allo stremo e dalla torcia non usciva quasi più luce, solo un filo pallido che rischiarava le rocce nere. Tevis si maledisse per la sua stupida curiosità, per l’imprudenza puerile che l’aveva ridotto a un’entità inutile, scorticata dalle pietre, ricacciata in un’oscurità obbrobriosa e senza senso.
Aveva percorso un labirinto di cunicoli per un tempo interminabile, avanzando coi gomiti e le ginocchia, attanagliato dalla paura e dalla tentazione di tornare indietro, le guance impastate di terra e lacrime e il dolore divenuto tutt’uno con i muscoli e le ossa. A un certo punto le pareti s’erano allargate, assumendo il disegno di massi squadrati da cui stillava acqua gelida. L’aria, pesantissima, si faceva respirare a fatica e nel buio i suoni rimbombavano.
Era strisciato per il lungo corridoio senza fermarsi, fino a sbucare in quella che sembrava una camera sotterranea. Il vuoto intorno era spaventoso e freddo, perforato a malapena dal raggio della torcia. Una porta sbilenca era sbarrata da un mucchio di pietre, in mezzo al quale pareva esser stato praticato un varco per passare. Simboli erano scolpiti sull’architrave e accanto ai battenti, e strane figure erano sparse sulla roccia come scure macchie d’umidità. Sembravano uccelli, ma le batterie della torcia si stavano esaurendo e Tevis non era riuscito a mettere a fuoco.
Aveva notato impronte di scarpe sul pavimento di terra battuta, e diversi pezzi di legno abbandonati lungo le pareti. Nella camera si apriva una grande nicchia, quasi un altro vano, e Tevis ci si era infilato sperando che portasse verso un’uscita. Lo spazio s’era stretto rapidamente, riducendosi a un budello lungo il quale s’era trascinato con fatica, sempre più spossato. Il condotto sembrava antico, ma una serie di puntelli di legno incastrati lungo i fianchi rivelava un passaggio recente.
Alla fine si fermò, scosso da violenti crampi allo stomaco, le membra fredde e indolenzite, e s’abbandonò sulla terra gelida. L’affanno gli affondava gli artigli nel petto, mischiandosi all’infelicità come non l’aveva mai vissuta, squallida, assoluta, irreversibile.
Restò immobile, lasciandosi cullare dal ronzio che gli risuonava nelle orecchie da quando gli era crollato addosso l’ipogeo. Prima di perdere coscienza, immaginò gli occhi verdi di Laura, i capelli raccolti sulla nuca come fili preziosi. La rivide seria e assorta, che guardava dinanzi a sé come una piccola dea dipinta su un cratere etrusco.

(VIII.1-3  ―  continua)

Etruscan Mystery – V.4

L’ispettore capo Gentilini si grattò la mascella, perplesso. Davanti a sé, tre cartelle in cartoncino azzurro vergate col pennarello lo guardavano beffarde, ciascuna col numero di protocollo scritto di traverso in alto a destra. Pieralli, Fanelli, Cecconi. Tre persone apparentemente diverse, ma in un modo o nell’altro collegabili al morto.
Prendiamo la figlia del lavandaio, rifletté: è brutta forte, eppure Massi se la portava a letto. Evidentemente amava la carne giovane. Ma che il padre l’avesse ammazzato per questioni d’onore era altamente improbabile, per non dire assurdo.
Il viceispettore s’affacciò alla porta dell’ufficio: «La macchina del caffè s’è inchiodata…» mormorò con espressione ferale.
«Cosa?» L’ispettore capo si alzò di scatto. «Non dire sciocchezze, Asciuti. Vengo io.»
S’avviò spedito per il corridoio, come se l’avessero chiamato a un sopralluogo d’urgenza, col sottoposto che lo seguiva inarcando le sopracciglia. Gentilini si piccava d’essere un grande risolutore, nei problemi importanti come in quelli piccoli, ed effettivamente in questi ultimi eccelleva. Non c’era distributore automatico che non s’arrendesse ai suoi colpi calibrati e potenti. Punta, tacco, piatto interno, piatto esterno, taglio della mano destra, pugno chiuso e, nei casi più difficili, il pugno stretto sul calcio della pistola. Ma questa volta la faccenda era grave, il viceispettore Asciuti se n’era accorto.
«Cazzo!» finì per gridare Gentilini dopo essersi ammaccato la mano contro gli spigoli di ferro della macchina. Nemmeno i colpi di tacco avevano sortito effetti, e il rumore di ferraglia che usciva dalle lamiere non lasciava presagire nulla di buono. Doveva essersi rotto qualcosa.
«Cazzo» ripeté attonito, con gli occhi fissi a terra. «E adesso?»
Tornò nell’ufficio con le pulsazioni accelerate e un’onda di frustrazione che gli strisciava nel corpo. Di domenica non si poteva chiamare nessuno, così sarebbero rimasti senza caffè fino al giorno dopo. Sarebbe dovuto uscire, e non ne aveva voglia. Quando aprì la finestra per saggiare l’aria, un refolo caldo e secco gliela fece richiudere all’istante.
Sulla scrivania, le tre cartelle infami continuavano a guardarlo. Respirò, prese un sorso d’acqua da una bottiglia che teneva nell’armadietto e tornò a leggere il verbale d’interrogatorio del lavandaio.
Quell’uomo non poteva aver ucciso nessuno, più ci pensava e più se ne convinceva. Di certo non era tipo da voler lavare l’onta della figlia col sangue. Era solo un miserabile, un verme gigante a cui erano cresciute braccia e gambe, il cui concetto di decenza doveva essere parecchio flessibile, a giudicare dalla minorenne deflorata in macchina.
Il professor Fanelli, invece, aveva il fare untuoso e guardingo di chi ha la coscienza sporca. Lui sì che doveva sapere qualcosa sulle attività di Massi. I due erano stati in contatto, e la faccenda dell’assegno non era affatto irrilevante. Scartabellò nella scarna documentazione del dossier, senza trovare nulla di nuovo. I risultati del confronto sull’impronta di pneumatico ancora non c’erano, segno che quelli del gabinetto scientifico dormivano, come al solito. Aveva una mezza voglia di andare di sopra a dare un’occhiata, chissà che non ci fosse qualcuno.
Aprendo il faldone intestato ad Alvaro Cecconi, scritto a pennarello nella grafia ondivaga dell’agente Gambaro, scoprì qualcosa d’inaspettato: dieci pagine di relazione confidenziale, battute a computer nel linguaggio involuto e dialettal-burocratico del viceispettore Asciuti. Era lui ad aver ricopiato in bella gli appunti presi dagli informatori, non c’era dubbio. Lo si capiva fino dall’incipit:

Soggetto alquanto equivoco, oltreché violento, a giudicare dalle prime indicazioni attestanti una serie di comportamenti antisociali, conseguenti allo sfogo di possibili tarature familiari e/o all’ottenimento di vantaggi economici derivanti da incidenti sui quali opportune polizze assicurative sulla vita consentivano al soggetto di conseguire arricchimenti tali da permettere ai componenti della di lui famiglia di spartire il ricavato senza apparentemente versare lacrime, oltreché dall’intensificarsi dell’attività di cacciagione illecita esercitata con armi di dubbia provenienza, che, secondo segnalazioni precise, venivano spesso puntate contro i propri vicini a scopo d’intimidazione e di supremazia, a seguito non solo di possibili sconfinamenti, ma anche di semplici bravate sorte per futili motivi legati al conteggio dei punti nelle gare di tiro al piccione o di corsa del maiale che la famiglia del soggetto organizzava…

La frase continuava per un bel po’ senza punti, con un affastellarsi di notizie che non dava respiro e non aiutava a comprendere nei dettagli di cosa si stesse parlando. Il solito vizio di Asciuti, voler riassumere tutto in un cappello introduttivo prima di affrontare singolarmente i diversi punti, e, naturalmente, la solita debolezza grammaticale. Le bravate erano litigi, le tarature non si riferivano ovviamente alla messa a punto di una macchina, e cacciagione significava sparare alla selvaggina.
Era da un po’ che aspettava quell’incartamento. Tutte informazioni raccolte da amici e parenti, e nel piccolo bar che Cecconi frequentava. Purtroppo, quand’erano passati di lì non l’avevano trovato in casa, quindi non era riuscito a interrogarlo. Meglio così. Forse leggendo quella roba si sarebbe chiarito le idee.
Le fonti interpellate non avevano avuto peli sulla lingua, a quanto pareva. Fin dalle prime righe il Cecconi veniva descritto come un uomo chiuso, scontroso, misantropo e misogino, oltreché sadico. Da ragazzo catturava piccoli animali selvatici con trappole a laccio di sua invenzione, che disseminava per la campagna e nelle proprietà boschive circostanti. Una volta catturati gli animali, aveva l’abitudine di seviziarli infilando loro dei bastoncini attraverso gli orifizi. Catturava anche le rane, per venderle abusivamente al mercato, e s’era fatto la nomea di truffatore perché spesso spacciava per rane anche i rospi.

La madre, contadina di vecchio stampo defunta cinque anni fa, viene descritta dai testi come un uomo che vestiva da donna, ma su questo punto le versioni si fanno contrastanti. Secondo Secondo Sozzi, mezzadro del podere Pignatelli, la madre del Cecconi non era altri che lo zio del medesimo che, approfittando della grande somiglianza fisica con la madre (del Cecconi), ne aveva vestito i panni per continuare a riscuotere la sua pensione. Secondo Primo Cecconi invece, cugino per parte di padre del Cecconi Alvaro, la voce sarebbe infondata e alimentata a suo dire dal semplice fatto che la donna aveva baffi e sopracciglia molto folti e gambe pelose, con la circonferenza dei polpacci che misurava…

Secondo Secondo, secondo Primo… A volte sembrava che Asciuti si stesse bevendo il cervello, pensò l’ispettore con una punta d’irritazione.
E che c’entravano i polpacci?

Interrogato in merito, Terzo Diodati afferma di non avere elementi…

Ecco il Terzo, naturalmente. Quasi ci avrebbe scommesso. Il custode della tenuta dei Romanelli, tuttavia, non aveva fornito elementi utili per la soluzione del dilemma.

Quanto alle attività violente…

Eccoci di nuovo alla questione. Una zia paterna sosteneva che era stata la madre a educare il Cecconi alla scuola della violenza: la donna sapeva tirare col fucile e riusciva a catturare la selvaggina a mani nude. Era stata lei a insegnargli a sottrarre dai nidi gli uccellini appena nati e a utilizzarli come esca per i pesci di grossa taglia. Dopo la caccia, infatti, la grande passione del Cecconi era la pesca, praticata con tutti i metodi. Nel dossier c’erano due denunce a suo carico per aver pescato di frodo con bombe artigianali che aveva fabbricato da sé.
Bombarolo, quindi, oltre che sparatore. Il capitolo fucili era nutrito: i confinanti erano d’accordo nel riferire che il Cecconi festeggiava ogni capodanno sparando in aria con le doppiette d’ordinanza insieme all’amico del cuore, un mezzo spostato che in gioventù era stato ricoverato cinque anni per disturbi mentali alla clinica Villa Elena. C’era chi giurava di aver sentito il Cecconi vantarsi d’aver sparato fino a settecento cartucce, e di avergliele viste portar via a mucchi con la carriola.
Seguiva un breve capitolo dedicato alla madre del Cecconi. La donna, una specie di virago in sottana, spesso faceva a gara col marito e i figli a chi colpiva più uccelli in volo, e di norma non la batteva nessuno. Organizzava anche delle gare a cui partecipavano parenti e amici, dove venivano messe in palio oche, anatre, galline, e a volte un maiale intero. Le gare si svolgevano lungo un percorso disseminato di cassette da frutta: dopo aver lasciati liberi gli animali, i partecipanti dovevano correr loro dietro e fare in modo che s’infilassero nelle cassette. Il maiale, invece, lo si lasciava a digiuno tutto il giorno, e chi indovinava quanti chili aveva perso lo vinceva.
Gentilini finì di scorrere il rapporto con impazienza. Tutte quelle notizie del cavolo non fornivano nulla di significativo, erano i fatti concreti che servivano. Possibile che non si sapesse… Ah, ecco. Finalmente un punto che poteva essere rilevante. Cecconi era vedovo, come aveva dichiarato lui stesso. La moglie era morta in un incidente automobilistico in cui lui, che era alla guida, se l’era cavata con semplici fratture. E sempre lui, in seguito a quell’incidente, aveva riscosso una forte somma grazie all’assicurazione sulla vita della donna.

Fonti attendibili sostengono che i due figli del Cecconi, ora maggiorenni e senza occupazione, spartirono col padre una parte del denaro riscosso dall’assicurazione. Quando i medesimi, all’epoca domiciliati in una comunità-appartamento, a distanza di alcuni mesi si sono ripresentati al padre per batter cassa, il Cecconi è stato udito distintamente dichiarare (secondo la testimonianza sottoscritta di Quinto Casalini, bracciante agricolo del podere La Zirona, che in quel frangente si trovava sul posto per raccogliere legna): ‘Andateci piano, che non ho un’altra moglie da ammazzare’.

Gentilini, concentrato come un falco che sta per lanciarsi sulla preda, corse con gli occhi alle righe successive.

I due giovani, dopo un anno dalla morte della donna, hanno denunciato il padre per violenza e maltrattamenti, quasi certamente per ritorsione contro il rifiuto di questi di concedere altro denaro: vedi copie acquisite agli atti. In seguito al procedimento avviato, al Cecconi è stata revocata la licenza di caccia ed è stato proibito l’uso delle armi da fuoco al di fuori della sua proprietà. Secondo la linea di difesa adottata nel procedimento…

Il viceispettore si alzò e uscì nel corridoio.
«Asciuti!» gridò. Era arrivato il momento di fare sul serio. Quel Cecconi andava preso e rivoltato come un guanto. Quante armi aveva? Cos’aveva fatto nell’ultimo mese? Con chi intratteneva rapporti?
Dal fondo del corridoio spuntò Caviglia, l’agente della scientifica, che si mise ad armeggiare attorno alla macchina del caffè.
«Non funziona» gli urlò Gentilini. «Ehi, da dove vieni?» aggiunse eccitato, «dal di sopra?»
«Sì» rispose Caviglia. Poi, rivolto al macchinario: «E qui, che facciamo?»
«Lascia stare lì, adesso.» Visto che il gabinetto scientifico era aperto, avrebbe approfittato per sollecitare il referto sull’impronta del pneumatico. «Accompagnami su, che devo vedere quella refertazione. Non dirmi che non è ancora pronta.»
«Non so, non me ne sono occupato io. Dovremmo cercarla…»
«E cerchiamola.»

(V.4  ―  continua)

Etruscan Mystery – V.2

Athina Misoglou, Greece. LensCulture Exposure Awards 2017

Il tempo, il moto, il luogo. La distanza. L’essere qui e ora. Ma dove? La domanda rotolò nel cervello di Fazzini come una palla, facendogli rallentare il ritmo delle bracciate. Dopo un centinaio di metri premette con decisione il freno binario e si fermò sul ciglio della strada. La frescura dell’erba gli s’irradiò nei piedi incrostati di nero, aiutandolo a riflettere.
In effetti, pensò accigliato, non c’è nulla che provi che io sono qui e ora. Se con me ci fosse un’altra persona, ne sarebbe testimone, ma la questione è ingannevole: nemmeno lui ne avrebbe la prova, se non il fatto della mia stessa presenza. E io non avrei altre prove all’infuori del suo esserci. Le nostre due presenze, allora, si eliderebbero l’una con l’altra: niente prove, quindi. E che ne era di tutti gli spezzoni di realtà che trascorrevano inspiegati, senza lasciarsi consumare? Come si riusciva a fissarli? Se ne poteva tracciare una topografia?
Con gli interrogativi che galleggiavano in testa, Fazzini afferrò i pedali e ripartì, mulinando vigorosamente. Il vento gli separava in due la matassa di capelli crespi e il pizzicore del sole si faceva sentire attraverso lo strato di lurido che proteggeva la pelle, scura come cuoio usato. Da un lato della strada i cipressi e le acacie riverberavano di verde, intercalati a compatti filari di viti, mentre dall’altro lato il tappeto d’un campo di grano faceva da contrappunto al cielo senza nuvole. Dopo alcune centinaia di metri una parata di girasoli gonfi di semi puntuti gli si presentò imponente e meravigliosa. Fazzini respirò eccitato, aumentando le pedalate, per guardarseli scorrere accanto come un esercito in fuga.
Prima di affrontare l’ultima curva, tese le orecchie. La strada era maledettamente stretta, e ogni tornante era coperto da querce secolari da cui poteva spuntare qualsiasi cosa. L’ultima volta era stato sbalzato nel campo di girasoli che confinava con la casa di Massi, e il biciclo l’aveva dovuto ricostruire di sana pianta. Forse, pensò, una carenatura di protezione sarebbe servita a limitare i danni, in caso di scontro…
Come sbucò dinanzi alla casa colonica, la volante della polizia parcheggiata sotto la quercia che ombreggiava l’aia gli scatenò un bombardamento neuronale. Tirò il freno d’istinto, virò verso sinistra, sobbalzò nell’erba del fossetto e proseguì zigzagando tra due filari di viti.

“L’uomo procede di gran carriera in direzione sud,” annotò scrupoloso l’ispettore capo. “Alla vista dell’auto di servizio ha bloccato il mezzo con gran difficoltà, abbandonando la strada e dandosi alla fuga attraverso i coltivi.”
Dopo l’ultimo caso di omicidio, Gentilini aveva ripreso l’abitudine di scrivere appunti sul vecchio taccuino che da più di un anno teneva sepolto nel cassetto.
“La sagoma dell’uomo riconduce infallibilmente al sospetto Aristide Fazzini,” scribacchiò, “che seguita a orbitare intorno al terreno di Carlo Massi. Ciò fa ritenere probabile una sua implicazione nel caso, ancorché trasversale…”
L’ispettore chiuse il taccuino, intascò la penna e rientrò nella frescura della rimessa, mentre il sovrintendente Tampieri continuava a carabattolare tra i mobili. In quella specie di bazar le cianfrusaglie erano un’enormità, e non ci si poteva permettere di trascurare la minima traccia. La dottoressa Marchini diventava ogni giorno più nervosa, oppressa com’era dalla delicatezza del caso e dalla mancanza d’indizi univoci. E la pista del lavandaio rischiava seriamente di sgonfiarsi, bastava che la macchia di sangue non risultasse di Massi. Rimaneva l’impronta dello pneumatico sull’aia, che il calore di giugno aveva definitivamente seccata in una scolpitura chiara e friabile, protetta da una bordatura di nastro. Ma anche su quell’indizio non c’era da farsi illusioni.
Gentilini riprese a perlustrare il pavimento scabro. Ormai avevano raccolto anche le pagliuzze, e negli spazi fra i mobili non restavano che rotoli di sporcizia misti a terriccio. Avevano dovuto smontare le cataste pezzo per pezzo e riammucchiarle alla meglio, alla ricerca di tracce che in un ambiente come quello avrebbero potuto portare a tutto e a niente.
«Dove hai messo i sacchetti?» chiese al sovrintendente.
Tampieri gli indicò con un colpo di tosse il vecchio inginocchiatoio: «Lì, nella ribaltina». Le maniche rimboccate della camicia lasciavano scoperti gli avambracci imbrattati di polvere.
Gentilini estrasse le bustine di plastica e le allineò sul piano. Contenevano alcuni pezzetti di carta strappati, con cifre scritte sopra; ciuffi di filamenti non identificati, forse capelli o fibre sintetiche; due frammenti di carta stagnola su cui era distinguibile una stampigliatura; il manico d’un piccolo attrezzo per lavorare il legno, secco e spaccato, dimenticato da chissà quanto; una ventina di palline scure di natura imprecisata, del diametro di tre millimetri, trovate dentro un cassetto; alcune carte da gioco annerite dall’uso. Tutti reperti emersi nell’ultima perquisizione, dopo aver setacciato ogni angolo del capannone.
Il sovrintendente si schiarì la gola e andò fuori a sputare. «Ispettore, qua abbiamo mangiato abbastanza polvere. Mi sembra non ci sia più niente. Che dice, chiudiamo?»
«Sì, andiamocene» soffiò Gentilini. Raccolse i sacchetti e li mise in valigia assieme alle attrezzature.
Mentre il collega s’avviava alla macchina a prendere i sigilli, si fermò a riflettere. C’era un’altra persona da tenere d’occhio: quell’Alvaro Cecconi, il contadino con la faccia scavata e il naso rosso. Un forcone avrebbe saputo maneggiarlo bene, lui. Ma naturalmente aveva un alibi che calzava alla perfezione. Troppo alla perfezione. Quello stronzo aveva la fascia oraria esatta in cui era stato a ballare con la sua donna, una piccoletta coi capelli tinti di biondo, le sopracciglia scure e l’apparecchio ai denti. Dalle otto a mezzanotte, al Pamela, un locale da ballo ricavato in un capannone artigianale lungo la strada per Sesto. Dopo, stando alla sua versione, la serata sarebbe proseguita a letto, e la donna aveva confermato.
La cosa non convinceva. Troppo lineare. Intanto, per gente abitudinaria come quella, andare a ballare il mercoledì sera era un’anomalia. Poi non era affatto escluso che Massi fosse stato ucciso dopo mezzanotte: l’orario stabilito dal medico legale valeva comunque per approssimazione. Quindi, una verifica al Pamela era più che opportuna.
Il sovrintendente innestò la marcia e diede gas.
«Quando siamo davanti a casa di quel Cecconi fermati, che se c’è scambiamo due chiacchiere» gli disse l’ispettore capo. Una torchiatina al contadino non avrebbe guastato, quanto meno per sapere qualcosa di più.

(V.2  ―  continua)

Realtà insormontabile

Illustrazione di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte

Una sera di dicembre due sorelline adolescenti escono per andare a un concerto e scompaiono nel nulla, a Chicago. Passano dieci, poi venti, poi trenta giorni. Chicago — come si dice — viene passata al setaccio. C’è chi sostiene di avere visto Babs e Pattie Grime entrare in un cinema, chi di averle avvistate salire su una Buick nera, chi giura che era una Chevy verde. Arriva la primavera; quando la neve si scioglie le ragazzine vengono ritrovate in un fosso, nude. Il coroner non riesce a pronunciarsi sulla causa della morte. La stampa si scatena: fotografie, vignette, interviste con la mamma disperata, con i vicini di casa. Le solite ovvietà: erano brave ragazze, andavano in chiesa, studiavano. Poi salta fuori un balordo di 35 anni di nome Benny Bedwell che confessa di averle uccise dopo averci convissuto per qualche settimana in un motel affollato di pulci. La madre delle ragazze gli dà del bugiardo, le sue figlie non avrebbero mai fatto una cosa simile. I giornali intervistano due suore, le quali affermano che a scuola non erano eccezionali, perché non avevano hobby.
A questo punto qualcuno organizza un servizio fotografico con la madre delle ragazze e la madre dell’assassino, due donne sovrappeso distrutte dalla fatica e dal dolore, ma desiderose di fare bella figura e perciò in posa. Due settimane dopo Benny Bedwell tiene una conferenza stampa in cui ritratta tutto e viene rilasciato. Un locale di Chicago gli offre un ricco contratto per suonare la chitarra. Benny Bedwell Blues diventa il disco più ascoltato in città. Un quotidiano lancia un concorso a premi: «Come sono state uccise secondo voi le sorelle Grime?». Alla mamma delle ragazzine cominciano ad arrivare donazioni, per lo più anonime. Un giornale tiene pubblicamente il conto: 10 mila, 15 mila… La signora Grime decide di ridecorare la casa. Un produttore di cucine le regala una cucina nuova, lei esultante dice alla figlia superstite: «Immagina me in quella cucina!». Poi compra due pappagallini e li chiama come le figlie uccise, Babs e Pattie. È a questo punto della vicenda che Benny Bedwell viene estradato in Florida con l’accusa di avere stuprato una ragazzina di dodici anni.
«E qual è la morale della storia?», si domanda Philip Roth nel celebre saggio del 1960 Writing in America today , che ha (in)formato una generazione di scrittori americani, incluso chi lo detesta come Jonathan Franzen. «Semplicemente questa — risponde— che lo scrittore americano che cerchi di capire, descrivere, e rendere credibile la realtà americana della metà del XX secolo, ha davanti a sé un compito insormontabile. Questa realtà lascia sbalorditi, dà la nausea, fa infuriare, e per finire mette non poco in imbarazzo la nostra misera immaginazione. L’attualità non fa che superare il nostro talento, e quasi ogni giorno tira fuori figure che farebbero l’invidia di qualunque romanziere».
Di conseguenza, conclude Roth, allo scrittore di narrativa non rimaneva che ritirarsi dai grandi temi sociali e politici, e concentrarsi su se stesso.

Livia Manera, la Lettura #301, pag. 5
(segue) https://www.corriere.it/la-lettura/18_ottobre_20/philip-roth-why-write-recensione

Paradiso Perduto

La stupidità, questo inconfessabile amore, esercita su di noi un potere ipnotico, una invincibile attiranza. Più volte l’ho sperimentato nel tram, nei luoghi pubblici, al caffè. Sto seduto al caffè, e accanto a me che vado errando nei più inesplorati continenti dell’intelligenza, seggono alcuni sconosciuti. Come avviene di solito, esalano i discorsi di costoro una stupidità ineffabile, ispirata, incantatrice. A poco a poco la mia avventura si offusca, perdo la traccia del mio viaggio solitario, cedo al richiamo primordiale della stupidità, il mio orecchio è pieno della voce della sirena. Intelligenza, ti saluto! Non penso più, non cerco più, non voglio più. Un dolcissimo languore m’invade, come in capo a un’insonnia prolungata i nostri nervi finalmente si disciolgono nello sfinimento voluttuoso del sonno. Ora mi rivolgo a voi e vi domando: “Per noi figli dell’Intelligenza, per noi figli del Peccato, questo richiamo non è forse quello lontanissimo, nostalgico del Paradiso Perduto?

Alberto Savinio, Nuova Enciclopedia, pp. 353-354

Deliri

Peter Saul, Criminal Being Executed, 1964

Il delirio è una patologia squisitamente umana, non rappresentabile in altre forme vitali (il nostro cane può essere ansioso ma non delirante).  La capacità di legare due fenomeni con l’attribuzione di un sottilissimo concetto di causa ed effetto costituisce la trama razionale del nostro mondo. Una modalità di lettura che ha permesso ai nostri antenati di anticipare eventi, di costruire strategie di lotta e di crescita, di sfuggire a un presente sempre uguale e di sfidare il destino di un animale costretto a vivere tra foresta e savana e capace di andare oltre il limite.
Ma ciò che è la dirompente novità della specie umana si trasforma nell’abisso della follia. L’attribuzione di causa, di significato sfugge a un sistema di regolazione, l’uomo precipita in una lettura della realtà del tutto pregiudiziale e incomprensibile agli altri. Il delirio ricostruisce attorno all’individuo una maschera del mondo in cui egli è solo.
A volte l’artista è capace di porsi nel mezzo, di trasformare il suo delirio nell’interpretazione più lucida della realtà, spingendosi oltre il limite nella capacità di comprendere e descrivere. Per fare questo cancella le regole della ragione per poi ricomporle in un nuovo scenario in cui tutto appare nuovamente chiaro.
Il delirio (delusion in inglese, Wahn in tedesco) è quello lucido con una coscienza vigile.  Il delirio e la sua rappresentazione o comunicazione è spesso preceduto o accompagnato nel suo formarsi da uno stato d’animo o umore predelirante (wahnstimmung) o coscienza predelirante. Si tratta di un’esperienza indescrivibile e incomunicabile se non per gli artisti dove perplessità, preoccupazione, talora terrore, dominano il soggetto che vede dissolversi i punti di riferimento che lo legavano al mondo. L’ovvio diventa ignoto, il comune nuovo, il semplice sconcertante, il sicuro imprevedibile.
Sono tanti i contenuti deliranti, da quelli persecutori, di nocumento, di veneficio, di rivendicazione (querulomani) a quelli più rappresentati artisticamente, di trasformazione dell’ambiente, cosmico (immanente globale cambiamento del mondo) o metempsicosico nella convinzione di vivere nel corpo di un’altra persona o delirio zoo-antropico, trasformazione del corpo in quello di un animale (licantropia di Nabucodonosor) fino alla trasformazione dei propri organi (il cuore di pietra, il fegato di cristallo) e al delirio ipocondriaco e nichilistico. A concludere la lunga esperienza umana, nel delirio mistico viene esperito Dio, si sente fortemente la divinità e ci si identifica con essa. I deliri sono di vario genere: di grandezza, di ambizione, di genealogia, di potenza, di megalomania, di gelosia, di colpa e rovina. Al di là delle tante basi biologiche e genetiche, il desiderio rimane un’esperienza originaria e inderogabile, un’alterazione del rapporto con la realtà che coinvolge tutta la personalità.

Claudio Mencacci, la Lettura #295, pag. 31