Revolutionary Road

François Duhamel, Kate Winslet in Revolutionary Road directed by Sam Mendes

Come ti ho detto, la sensazione che ho condiviso con la protagonista di Revolutionary Road è stata quella di sentirsi in trappola, senza scampo: di vedersi chiudere, seppure in modo morbido e subdolo, le vie di fuga. Di vedersi negare l’anelito a vivere in modo approriato, accettabile, a esercitare un livello minimale di scelte, secondo le proprie inclinazioni.
Così la vita ti frega, portandoti alle scelte sbagliate, facendo scegliere te (quindi con tua responsabilità) ma condizionandoti in modo irreversibile. Da lì non puoi più nulla, puoi solo rammaricarti e recriminare, quindi soffrire. Nei casi estremi, estirparti. Oppure puoi, se hai la forza, rasserenarti e fregare tutti, semplicemente estirpandoti i desideri e mantenendo il livello biologico nella norma: vivere e godere delle non-disgrazie e della conseguente normalità, e degli indubbi privilegi che ciò comporta. Quindi, restare nella gabbia e osservare il fuori con occhio pacificato, con la sola consolazione di aver capito.

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Materiali 22. Obscura Mens

L’idea che i fascicoli scomparsi fossero all’origine di tutto gli lasciò la mente piena di interrogativi. Prima l’assassinio di De Bellis, poi un furto nel luogo del delitto… erano stati trafugati anche l’Obscura mens, il Saturnia regna, le carte stellari… e Hans era stato falciato da un pirata della strada. Come rientrò a casa, chiuse il cancello con la catena e sprangò le porte. Ora gli toccava mettersi sotto, non aveva scelta. Doveva trovare un qualche bandolo in quella strana matassa.
Salì nello studio, dove la visuale era più favorevole per scoprire eventuali intrusioni, e tornò a squadernare le carte ingiallite del manoscritto. Lesse con attenzione quella grafia aguzza e inclinata, densa di abbreviazioni, graffe e asterischi. Nelle pagine in cui si ipotizzavano le cause che avevano portato all’insuccesso degli esperimenti trovò una citazione inaspettata. L’autore indicava chiaramente la fonte dalla quale aveva tratto la pratica operativa: Obscura mens in naturalium rerum mutatione, di Elzevius Panthèus. Eccolo, il collegamento.
Dunque, l’oscurissimo Obscura mens era stato effettivamente utilizzato da come manuale per le sue operazioni alchemiche: tra le righe di quel compendio aveva trovato tutte le istruzioni per procedere nell’Opera, ma il fallimento degli esperimenti indicava che non era riuscito a interpretare correttamente tutte le informazioni che la chiave gli forniva. I riferimenti alle pagine di quel libro s’infittivano, le interpretazioni di certi termini si alternavano a disegni allegorici e a formule numeriche. Mazza si maledisse per non averlo preso subito con sé: avrebbe potuto fare dei confronti e, forse, capire meglio.
Esaminò quella parte del manoscritto parola per parola. La cosa più evidente era che le dodici operazioni del Liber Duodecim Portarum di George Ripley, riprese nell’Obscura mens e raffigurate nelle sue xilografie, non erano quelle seguite dal Crisaore. Lui le aveva ridotte a sette fasi, secondo le corrispondenze indicate in uno schema, e quelle sette fasi erano precedute dal lavoro preliminare con cui si ottenevano l’acqua delle sette quintessenze e l’olio filosofico.

 

Idolatry

Damien Hirst, Idolatry

— Qual è oggi il potere di collezionisti, galleristi e case d’aste? E quale potere resta davvero all’artista?

«Direi che tutti questi elementi contano, negarlo sarebbe assurdo, ma che l’equilibrio resta assai precario. Quando ero giovane non mi piaceva che le gallerie potessero avere tutto quel potere su un artista, soprattutto sui giovani, facendo crescere chi volevano e tagliando le gambe a chi non piaceva loro.Anche per questo, nel 2008, ho fatto da Sotheby’s un’asta che bypassava gallerie e galleristi vendendo direttamente le opere: sono stato il primo artista a farlo e, oggi posso dirlo, la stessa asta in fondo non era altro che un’opera o una performance. Quando ho fatto questa scelta ho pensato a una “prova di democrazia” che rendeva l’arte accessibile a tutti. perché detesto la snobberia di certe gallerie: l’arte è di tutti e per tutti. Per questo amo fare libri: è un modo meno costoso e più accessibile di fare arte, perché l’arte vale anche per quello che qualcuno è disposto a pagare per comprarla».

Damien Hirst intervistato da Stefano Bucci, la Lettura #269, pag. 5

Ispirazione

— Da dove arriva l’ispirazione?

«Dai libri, dai miei figli, negli aeroporti, nei supermarket, camminando per la strada oppure direttamente nella mia testa quando guardo fuori dal finestrino dell’auto. Insomma, da tutto; perché non c’è niente che non possa essere o diventare arte. L’arte è la vita e non può essere altro perché non è altro che questo. Avere dei figli può essere di grande aiuto e, soprattutto, osservare come i bambini e i giovani in generale vivano l’arte in modo gioioso e fortunatamente inconsapevole. In qualche modo ho cercato di fare qualcosa di simile con i miei spin paintings, realizzati dipingendo su una superficie circolare in rotazione come si trattasse di un vinile nel giradischi: montre li dipingevo non sapevo assolutamente cosa stavo davvero facendo, ma in quel momento sentivo che buttare tutto quel colore sulla tela era l’unica cosa che avrei potuto fare. Ricordo ancora la sensazione bellissima che ho provato quando, da piccolo, ho usato i colori per la prima volta. Per questo mi piace lavorare con gli altri, uno di questi spin paintings l’ho dipinto con David Bowie, ma soprattutto lavorare fianco a fianco con i bambini».

Damien Hirst intervistato da Stefano Bucci, la Lettura #269, pag. 4

I giovani

Lawrence Ferlinghetti by Brian Flaherty for The New York Times

— Non ci sono giovani che, come tra gli anni Cinquanta e Sessanta, possono costituire un movimento di opposizione?

«I giovani oggi vivono tutti incollati al computer. Gli intellettuali di oggi sono i tecnici della Silicon Valley. Che però sembrano non vedere quello che succede, non gliene importa niente. Da loro non verrà certo la nuova leadership della sinistra. E oggi è veramente difficile trovare qualcuno che possa rappresentare, coagulare un’opposizione di sinistra. Uno che potrebbe raccogliere consensi è Noam Chomsky, ma non è giovane, è vecchio (ride). Io sono più vecchio, lo so, ho 97 anni, quasi 98, ma anche lui ormai è molto avanti con l’età. Chomsky è uno che dice la verità, solo che le televisioni nazionali non lo chiamano, non lo vogliono: proprio perché dice la verità, e le tv nazionali non lo permettono. Le radio sono  un po’ meglio ma nemmeno tanto».

Lawrence Ferlinghetti intervistato da Ranieri Polese, la Lettura #269, pag. 17

Beat

Jack Kerouac fotografato da Allen Ginsberg, Manhattan, 1953

«Ero letteralmente in fasce quando Ginsberg ha scritto Urlo, ma quella dei Beat è una generazione di scrittori la cui influenza non svanisce mai, e mai svanirà. Né mai svanirà il fatto altrettanto evidente che sono stati loro i primi romanzieri e poeti a essere cool, belli e con le idee “avanti” e con uno stile di vita interessante. Mi spiego: al liceo sognavo di diventare un poeta e la voce di Ginsberg, il suo Urlo, fu una rivelazione e un’ispirazione assoluta. Una voce così intensa e totalmente americana di cui soltanto Whitman poteva dirsi predecessore a pieno titolo».
Secondo McInerney nonostante il tema del viaggio, nonostante il loro pellegrinaggio per il mondo, dal messico al Marocco, i Beat restano profondamente, assolutamente, al cento per cento americani. «La loro è la reazione all’America degli anni ’50, quella di Eisenhower, conservatrice e dominata dai bianchi suburbani: quell’America, non è una coincidenza, che suscita una tale nostalgia in molti americani da avere spinto Donald Trump alla Casa Bianca sulla semplice promessa di “rendere di nuovo grande l’America”, cioè di farla tornare a quei tempi. Non a caso prima degli anni ’60, e della loro grande democratizzazione di tutto. Quella era l’America del maccartismo, e i Beat dicevano: fermi tutti, c’è un altro modello, un mondo nuovo da esplorare. Hanno annunciato il cambiamento. E, forse più importante di tutto, scrivevano di cultura pop».
McInerney, insieme con altri romanzieri americani della sua generazione — Bret Easton Ellis prima di tutti — venne attaccato da tanti critici, negli anni ’80, perché c’era tanta cultura pop nelle pagine dei suoi libri, tanta musica. «Sono stati i Beat a scoprire che la cultura pop poteva coesistere tranquillamente con la cultura letteraria, con i libri, con quella che sbrigativamente e non troppo correttamente potremmo definire “cultura alta”. Hanno scoperto la continuità del discorso culturale che ora diamo per scontata ma che negli anni ’50 doveva essere sembrata pura follia».

Jay McInerney intervistato da Matteo Persivale, la Lettura #269, pag. 14

Studi letterari

Firmin Baes, Petite fille du Condroz, pastel on paper on canvas

Oggi ne sappiamo più di ieri e di ieri l’altro, domani ne sapremo di più ancora, e così via. Per il vero, si estende anche, in proporzione – e questo è ben più di un effetto collaterale – la consapevolezza delle cose che sfuggono alla nostra comprensione: quanto maggiore è il numero di cose che impariamo, tanto più grande è il numero delle cose che ci accorgiamo di ignorare. È tuttavia fuor di dubbio che noi sappiamo sulla struttura della materia o sulla variabilità genetica molto di più di quanto non sapessero i ricercatori più autorevoli di un secolo fa. E questo è il motivo per cui le bibliografie degli articoli scientifici non si spingono mai molto indietro nel tempo, mentre noi letterati seguitiamo impunemente a citare non solo Giacomo Debenedetti o Francesco De Sanctis, ma anche Aristotele o Sant’Agostino. Nella scienza propriamente intesa le conoscenze via via acquisite si sommano e si saldano, come i mattoni di un edificio, mentre da noi le cose non stanno così. Non esattamente. Non principalmente.

Si dà progresso, negli studi letterari? Sì, in parte, ma in parte soltanto: e non sono sicuro che sia quello l’aspetto decisivo. Lo studio della letteratura – e questo vale anche per altri ambiti, ad esempio per la storia – produce un sapere diverso. Esistono anche, inutile dirlo, le pure scoperte, le vere e proprie acquisizioni. La pubblicazione di un epistolario, l’allestimento di un’edizione critica, la composizione di una biografia, l’accertamento di dati storici o testuali rappresentano estensioni oggettive delle conoscenze. Però il nocciolo della nostra attività ha a che vedere con l’interpretazione e con la valutazione: ossia con qualcosa di decisamente più problematico, di più provvisorio e aleatorio, di opinabile, di contingente. Poniamoci una domanda: c’è ancora qualcosa da dire su Leopardi, su Manzoni, su Dante?

Mario Barenghi su Doppiozero, 13 marzo 2018
http://www.doppiozero.com/materiali/perche-insegnare-letteratura-e-non-solo-agli-studenti-di-lettere

Produttività

Si dice, e spesso si strilla: occorre fare ricerca, accrescere la produttività, immettere nuovi prodotti, vincere la concorrenza e così creeremo nuovi posti di lavoro qualificati. In Italia questa cantilena risuona da anni ad ogni angolo di strada. Ma con scarsi risultati reali. Le classi dirigenti del nostro Paese non hanno mai superato la loro storica indifferenza nei confronti di tutto ciò che è ricerca, università, mondo degli studi. La loro rozzezza culturale fa oggi spettacolo sulla scena della vecchia Europa.
Ma bisogna porsi serenamente delle domande e placare la gazzarra propagandistica. Occorre essere competitivi, si dice, vincere la concorrenza. Intanto la concorrenza di chi? Nel mercato globale siamo tutti concorrenti. Chi vince, chi perde? Ogni capitalismo nazionale esorta i propri connazionali a competere, e usa le sue retoriche come una frusta ideologica per sottomettere l’intera società ai suoi ritmi e ai suoi obiettivi. In una società che ormai affonda in un oceano di merci tutti dovremmo curvare la schiena per impegnarci in una lotta allo spasimo per produrne sempre di più. Ma questa lotta, poi, ha risultati finali a somma zero. Si vince in un settore e si perde in un altro. Nessuno vince dappertutto. E poi vincono solo alcuni, sempre più pochi, i più grandi e potenti, e perdono tutti gli altri. E nel corso di questa lotta si producono picchi inauditi di ricchezza per una minoranza e bassi redditi per la grande massa. Mentre si distruggono ricchezza, imprese, macchinari, tecnologie, che soccombono come armate sconfitte sotto i colpi di chi vince temporaneamente la battaglia.

Piero Bevilacqua, Il grande saccheggio, Laterza, Roma-Bari 2011, pagg. XXVI-XXV

Stramonio

Georgia O’Keeffe, Jimson Weed/White Flower No. 1, 1932.
Sold by Sotheby’s in November 2014 for $44.4 million, roughly tripling the high estimate of $15 million and becoming the most expensive painting by a female artist ever.