Torri Gemelle

Più che il film – ancora straordinario: risponde al nostro intimo desiderio di avventura, di azzardo, di giustizia – il romanzo di J.R.R. Tolkien è un’immane riflessione sul male. Il male esiste. Il male esiste per tentare, tenta d’impossessarsi del giusto. Tutti, nel romanzo, sono tentati dal male, raffigurato dall’anello, altrimenti simbolo nuziale, di verticale dignità, vergine. Soprattutto, ne è tentato chi vuole usare il potere per fare del bene: il male piega il virtuoso, il virtuosismo dell’ego. Spesso, indica il romanzo, il malvagio – chi è additato dagli altri come tale – può avere un ruolo decisivo nell’ambito del bene (Gollum); di certo, nessuno si salva solo, soltanto l’amicizia – il patto, non solo tra simili – è necessaria risorsa, salutare. Se il male assoluto esiste – ineludibile, ineluttabile, benché impalpabile – è il bene, assolutamente, a non esistere. Tutte le creature del mondo di Arda, anche quelle più perfette – gli elfi – sono parziali, piccole, facili all’idolatria e al tradimento, meschine. Un conto, però, è la creatura meschina – che può ravvedersi – un conto il male, che pretende accoliti o fa cadaveri.

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Quaresima, quarantena

Ci sono stati, sì, dei fidanzati…
con piccolo piacere e grande pena…
Quaranta giorni al più sono durati:
una quaresima, una quarantena:

un critico, un poeta, un giornalista,
un impiegato, un ex-commercialista,
un medico, un commerciante fascista,
uno pesudo-architetto ex terrorista.

Goethe vs/Hesse

«Come tutti i grandi spiriti lei, signor Goethe, ha visto e sentito esattamente quanto sia problematica e disperata la vita umana: ha visto la magnificenza dell’istante e il suo misero appassire, l’impossibilità di pagare l’altezza del sentimento altrimenti che con la prigionia della vita quotidiana, la quale è in lotta perpetua e mortale col sacro amore per la smarrita innocenza della natura, questa terribile sospensione nel vuoto e nell’incerto, la condanna a subire ogni cosa come transitoria, sempre priva di valore universale, sempre tentativo da dilettanti: insomma tutta la bruciante disperazione, l’esaltazione, la mancanza di prospettive dell’esistenza umana. Lei ha visto tutto ciò, lo ha sempre ammesso, eppure in tutta la vita ha predicato il contrario, ha espresso la fede e l’ottimismo, ha dato a sé stesso e agli altri un senso illusorio di tutti i nostri sforzi intellettuali. Lei ha respinto e represso gli apostoli dell’abisso, le voci della verità disperata, tanto in sé stesso quanto in Kleist e in Beethoben. Per decenni lei è vissuto come se accumulare nozioni, fare collezioni, scrivere e raccogliere lettere, come se tutta la sua esistenza a Weimar fosse effettivamente un mezzo per eternare l’istante che lei poteva soltanto mummificare, per spiritualizzare la natura che invece lei poteva soltanto stilizzare in una maschera. Questa è la mancanza di sincerità che le rinfacciamo».
Il vecchio ministro, la bocca sempre sorridente, mi guardò negli occhi pensieroso. Poi domandò con mia grande sorpresa: «Allora il Flauto magico di Mozart le deve essere molto antipatico, vero?». E prima che io potessi protestare aggiunse: «Il Flauto magico rappresenta la vita come un canto delizioso, esalta i nostri sentimenti che pur sono passeggeri come qualche cosa di eterno e di divino, non si accorda né con il signor Kleist né col signor Beethoven, ma predica l’ottimismo e la fede».
«Lo so, lo so!» esclamai infuriato. «Ci sa perché le è venuto in mente proprio il Flauto magico che è quanto di più caro io abbia al mondo? Ma Mozart non è arrivato a ottantadue anni e non ha avuto nella vita personale le pretese di durata, di ordine, di rigida dignità che ha lei! Lui non si dava tante arie d’importanza. Ha cantato le sue melodie divine e fu povero e morì presto, in povertà, senza riconoscimenti…»

  • Il lupo della steppa, trad. di Ervino Pocar, pagg. 134-135

Maeve Brennan

La videro, l’ultima volta, nella redazione del “New Yorker”, di cui era stata regina, quarant’anni fa, era il 1981. Vagava, imbruttita, ossessa, preda di paure, abulica da quel mondo che le pareva pieno di chiodi, di serrature. Da quasi dieci anni non scriveva più, il libro che l’aveva resa leggendaria – quel repertorio di sketch sagaci, leggeri, spesso crudeli, che svelavano la sotterranea violenza della società newyorchese –, The Long-Winded Lady era stato pubblicato nel 1969. John Updike adorava quella scrittrice dalla “vista acuta di un passero, attenta alle briciole della realtà, a quanto udito per caso, visto di sfuggita”; Edward Albee, l’autore di Chi ha paura di Virginia Woolf?, semplicemente, la idolatrava, credeva fosse la reincarnazione, femmina, di Anton Čechov. Morì sola, dimenticata, come una briciola, come chi vive di sfuggita, in fuga, nel 1993, in una casa di cura del Queens; a William Maxwell, mentore e amico, mandava alcuni biglietti, in uno è scritto “tutto quanto è una favola”; si chiamava Maeve, come la mitica regina irlandese del Connacht, di cui ereditò la forza, ma non la fortuna.