16. Un gesto semplice

Il generale in pensione Carlo D’Eril uscì dalla Centrale di Milano e, come gli accadeva di solito nella capitale lombarda, accelerò il passo. Poi si girò di scatto verso l’iscrizione sulla facciata, vide l’ombra delle parole cancellate e sospirò: — PD… Porca Democrazia!
Per un attimo, l’onda dei ricordi lottò con le necessità impellenti del generale. Era atteso.
Scrollando il capo, puntò il primo tassì sulla piazza come una facile preda dei suoi famosi safari giovanili.
— Mi porti all’Hotel Superior.
Erano anni che il generale non pronunciava quella meta, un tempo così usuale per lui. Non fosse stato per il rimbambimento che, da qualche tempo, aveva colpito i non più lucidissimi nervi militari, sarebbe riuscito a trattenere la lacrimuccia che adesso gli scorreva tra le rughe.
Il tassista era un cinese di mezza età; sullo specchietto retrovisore esibiva la capigliatura liscia spiovente sulla fronte. Per rompere il silenzio, cercò di aggiornare il cliente sui risultati calcistici del turno infrasettimanale; i nomi delle squadre scorrevano mangiucchiati in un italiano dalla forte cadenza milanese.
Senza ascoltare il tassista, il generale guardava il Pirellone dove anche era atteso, ma nel primo pomeriggio. Poi, distrattosi (era sempre stato un soldato ligio al dovere, ma senza quel sesto senso da agente del Servizio, il suo sogno proibito…), si accorse finalmente dell’origine del tassista: — Lei sa che Mao ha scritto un libro intitolato “La contraddizione”? Niente a che vedere con quelle stronzate del “Libro rosso”! Lì Hegel è riuscito a far capire persino a quel suo connazionale testardo che lo stato sociale era quello stabilito da noi italiani già negli anni Trenta. Mi intende?
Il cinese non capì; ma ricordò che un suo zio aveva chiamato con quel nome, Mao, un grosso gatto preso per stanare i topi del retrobottega di via Sarpi, bestia che lo zio prendeva spesso a calci perché non faceva il suo dovere di compagno lavoratore. Uso al mestiere, l’uomo fece allora un cenno come a dire “altroché se non lo sapeva” e guardò di sottecchi il tassametro, rallentando in vista della piazzola del Superior.
Il generale pagò soddisfatto e, con un abbrivio ancor più baldanzoso di quello preso alla Stazione, varcò la bussola del grosso hotel. Senza guardare la hall, e senza esserne guardato, svoltò a sinistra verso la batteria degli ascensori di quel grattacielo. Entrato nella scatola, pigiò il tasto 25 e, contemporaneamente, frugò nel taschino della giacca, dove teneva quella tentazione in blu alla quale, virilmente, decise per quella volta di resistere.
Il corridoio era vuoto. Come ai vecchi tempi, la porta della camera 250 era appena socchiusa. Entrato, il generale sentì l’odiata, democratica musica pop di sottofondo, che veniva dalla stanza dove si trovava l’amico dell’amica.
Trovò Irina seduta sul letto che messaggiava col telefonino. Il generale ripensò ai tempi in cui le popolane lo attendevano con lo smalto fresco ai piedi e i fotoromanzi in mano. — Altro che questa babele ultrademocratica! — borbottò tra sé, pensando che la civiltà italiana era scomparsa con i bordelli della sua adolescenza, prima di decadere. Si rinfrancò subito, pensando a quella stupenda ragazza, conterranea del camerata Putin.
L’ora trascorse, forse più rapida del tempo reale, per entrambi. Insieme ai soldi, il generale estrasse dal portadocumenti, col piglio di un mago dal cilindro, un libretto intitolato “La mia conversione” e lo porse alla ragazza.
— Chi è Mirabeù? — chiese Irina. Il generale le disse che era un maledetto francese, il cui unico merito stava tutto in quel gingillo. Aggiunse una piccola digressione di filosofia della storia sulla Rivoluzione dell’Ottantanove — il vaso di Pandora, l’origine di tutti mali! — che Irina non comprese. Con la suprema indifferenza di un felino della Kamchatka, la donna celiò: — Grazie dei regalini. Ciaù, ci vediamo presto.
L’ascensore partì, per subito fermarsi al piano sottostante. Entrò un uomo in blazer sulla cinquantina, che salutò il generale con un cenno d’intesa. Un’istintiva simpatia corse tra i due uomini. L’hotel era solito regalare ai suoi visitatori delle piacevoli discussioni di contorno al piatto forte. Felice di quelle rapide occasioni cameratesche, “madeleines” delle sue prime esperienze in caserma, il generale guardò con compiacimento l’uomo in blazer. Il quale, per un ironico gioco delle parti, intuì che quello con cui condivideva le debolezze era un militare, e anticipò il generale con un attacco erudito: — Lei ha letto “Le Soirées de Saint-Pétesbourg”?
Felice della domanda e dei suoi sottintesi il generale rispose lapidario: — Ma sa, durante una mia missione in Egitto un vecchio diplomatico algerino mi regalò la “princeps” dell’opera omnia del Comte de Maistre; la lessi tutta di un fiato all’ombra delle Piramidi.
— Ottimo! — esclamò l’uomo in blazer, presentandosi: — Permette, sono il professore Mattia De Meis.
— Piacere, Generale Carlo D’Eril. E cosa insegna Lei di bello?
— Vede, sono confinato in una cattedra di scienze della comunicazione. Ma non creda… Il mio ultimo saggio, una robetta eh, è dedicato a Corrado Gini. Conosce? Figura interessantissima della storia della statistica, quasi un precursore della nostra società mediatica.
— Gini Corrado? Ma certo! — il generale pensava intanto a come un professore milanese, e di scienze della comunicazione per giunta, conoscesse quel grande studioso, che lui reputava un genio del periodo migliore della storia patria.
I due uscirono dall’ascensore, varcarono la bussola, e di comune accordo si sedettero ai divanetti del bar di fronte all’hotel, ordinando senza perdere tempo due birre ghiacce.
Difficile richiamare il dialogo che i due uomini intrattennero per un paio d’ore. Di sicuro possiamo solo dire che per entrambi il tempo perse consistenza più di quanto fosse già accaduto nel ventre dell’hotel. Il succo della conversazione, proceduta a strappi e impennate come una corsa in acqua, era il seguente: per il generale il mondo attuale, in cui viveva come una statua, era dominato ora da sbarbatelli senza testicoli — peggio di Rosseau!, inveiva — che vivevano nelle “californiane selve” come bestioni vichiani, leggendo manuali di programmazione informatica dentro Playboy. Dall’altro lato, il professore cercava di istruire il generale sulle potenzialità dell’informatica ai fini del dominio delle masse. La scienza statistica, vera passione del De Meis, era per quello scienziato la chiave del passato recente e del futuro del globo. In qualche modo, a battute e allusioni, il professore era riuscito a impressionare il generale che, salutato il suo interlocutore, rigirò a lungo una boutade che lo aveva conquiso: — Il “like” è il nuovo me ne frego!
Con questo chiodo fisso, D’Eril non si accorse nemmeno che il tassì lo aveva lasciato all’ombra del Pirellone. Lì dentro incontrò, come da programma, l’assessore alla cultura del partito di maggioranza, il “Movimento delle vacche nostrane”. Motivo dell’incontro, la posa di una lapide commemorativa in piazzale Loreto, che mettesse definitivamente una pietra sopra la ben nota questione storiografica. Il generale, piena la testa dei suoi studi sapientemente revisionisti, cercava di convincere l’assessore dell’opportunità della lapide. Forse a causa del pensiero fisso alle rivelazioni del professor De Meis, o forse ancora per la poca sensibilità storica dell’assessore, il generale non riuscì persuasivo.
Nonostante avesse investito gli ultimi anni alla messa in piedi prima, e al necessario impacchettamento storiografico poi, di un comitato scientifico per la lapide storica, il generale non era uscito dall’incontro fallimentare del tutto insoddisfatto. — Maiora premunt! — si disse, e senza perdere tempo si fece accompagnare alla Biblioteca di via del Senato. Aveva forse in mente una pista da battere a caldo.
Non salutò quasi la gentile bibliotecaria alla quale, altre volte, aveva dedicato uno sguardo più che compiaciuto e, preso il faldone che lo aspettava sulla scrivania, si immerse nella lettura di quelle carte, in cui credeva di poter trovare la soluzione all’impasse politica italiana. Il libro che questa volta tirò fuori dal portadocumenti, per confrontare con lo scartafaccio, era Tecnica del colpo di stato del Malaparte. Ma per il dritto o per il rovescio, il generale non riusciva a togliersi quel “like” che lo torturava da un paio d’ore. Forse aveva sbagliato tutto. Forse stava solo perdendo tempo con quelle carte “vergate da uno scrittore dalla pettinatura equivoca”, come omofobicamente amava dire.
Alzò lo sguardo e vide una giovane ragazza, sicuramente tesista, che lavorava su degli inutili tomoni giuridici di un noto avvocato meridionale della Milano umbertina. Ancora più in là, un anziano con le dita incartapecorite, al ritmo di un valzer che sentiva solo lui, sfogliava una Bibbia del Diodati appartenuta a una congregazione spirituale, della quale si credeva reincarnazione e massimo esperto al contempo.
Il generale sospirò, poi bofonchiò, forse una bestemmia; infine, gettando uno sguardo in fondo al tavolo, lo vide. Lui. La soluzione: il me ne frego! Chiuse di scatto il faldone; si dimenticò del libro e con il dito sulla polvere scrisse, come un ragazzino ringalluzzito (o come un bibliotecario redivivo):
ALLA BIBLIOTECA
E AL GENIO ATTUALISTICO
DI CHI LA DOTÒ
DI UN CALCOLATORE ELETTRONICO.
Corse al macchinario che sembrava aspettarlo in fondo alla sala. Chiuse la pagina di quell’inutile catalogo librario online che quasi aveva scavato lo schermo, e aprì una pagina social. Il vecchio dito, che non aveva tremato al confezionare bombe negli anni della tensione e a falsificare documenti durante i passaggi più concitati del revisionismo, quel vecchio dito ebbene tremò all’inserire i dati anagrafici nella pagina di registrazione di Facebook.
“Alea iacta est”, sussurrò il generale.
Con un “like” per la rivoluzione, la dittatura era una favola che viaggiava sul web.

Milano, 12 aprile 2018

Andrea Bianchi

15. Il materiale fragile

Paul Cézanne, I giocatori di carte, 1890

Leggendo “Il materiale fragile” di Alessandro Agostinelli si ha la sensazione di una poesia concettuale, metafisica al modo inglese del Cinquecento, se non altro meditativa. Tanto è vero che uscendo dal solco esclusivamente tradizionalista della poesia italiana, Agostinelli si reimmette — per logica delle cose — in altro contesto, più internazionale e forse per questo anche più feriale. Si ha la sensazione di leggere Auden e rileggere Brodsky, più che Montale o Dante. E questo è un bene non tanto per la storia letteraria, ché quella si sa che si fa da sé lontano da ogni storiografo, ma proprio per colui o colei cui capiti di prendere il libretto e sfogliarlo a sera.
Sfogliarlo: è poesia meditativa, o piuttosto un collasso della vita che si restringe in episodio lirico. E piacerebbe citare a profusione, ma non sapendo fare recensioni dove si estrapola di continuo dai testi, andrò a selezionare un passaggio rapido di Agostinelli che consegno volentieri ai lettori a venire. È il punto XIII della sezione “Bianco e nero”:

tutto ciò che vi hanno detto deve ancora essere verifcato
tutto ciò che hanno scritto è solo meraviglia del proprio 
sentire
tutto ciò che pensate sia
a portata di mano
è fuori dalle coordinate quotidiane
tutto ciò che sovrasta il giorno è bugia.

e l’eccezione che pare di sentire
la stravaganza che apprezziamo provare
qui come su una giostra luccicante
in questo preciso istante
dura il tempo di un budino inchiodato al muro.

* Il materiale fragile di Alessando Agostinelli è edito da peQuod, Ancona, €14,00

Andrea Bianchi

14. Tre ragazze

 Marie-Denise Villiers, Une étude de femme d’après nature, ca. 1830

Indossa stivali e gonna, oltre a calze a rete sottilissime. Vista di profilo sembra dimostrare anni che non ha. Gliene si darebbero comunque al massimo diciassette. Legge un libro di Madeline Miller con una copertina dai colori arcani neri e oro. Verrebbe in mente Henry Miller ma così non è, continuano a esistere letture generazionali nuove che si mettono nella borsetta a fine tragitto. La ragazza deve essere al liceo classico e legge nel percorso di venti minuti che la porta al centro città senza perdere tempo. Quando scende dal bus, e quasi si mischia con la folla, vista da dietro con quelle spalle così piccole e quei capelli castano-biondi, pare ancora più piccola. 
La seconda ragazza siede sui gradini di un residence universitario e ha i capelli ricci, folti, scuri tendenti al nero. Indossa delle ciabatte rosa con un pon pon sulla punta. Potrebbe essere iscritta a lettere come a medicina. A geologia come ad astrofisica. Forse. Sta per fare una telefonata a casa, la domenica sera. Ché viene sera già alle cinque.
La terza ragazza compare come la prima anche lei sul bus. Ha lo sguardo esotico, si direbbe del Marocco. Il fisico è robusto, anche lei indossa comodi stivali in tinta nera. Come la prima. Tiene sulle ginocchia un piccolo zaino che semmai sarebbe adatto a una ragazza più piccola e non a una come lei, grande senza volerlo con quello zaino che ha la forma di un orsetto. Lo conserva stabilmente sulle ginocchia e taglia lo spazio con il colore profondo degli occhi. Certamente deve trattarsi del Marocco. Anche se non ci sono altri indizi, deve essere così. 
Sarebbe ingiusto dare altre interpretazioni, volevano essere rappresentate per come sono. Tre ragazze che non sono sole nonostante tutto sembri dire il contrario e che catturano l’attenzione più del resto con le sue apparenze.

Andrea Bianchi

13. Come camminano

Andrew Wyeth, Above the Narrows, 1960

Come camminano gli innamorati sulle spiagge in Giappone? Ci sono delle costanti diciamo così “universali” in tutte queste sensazioni ma in fondo la loro declinazione nel sistema di vivere occidentale è quella verso cui le riconduciamo noi — voi lettori e io — adesso e nel futuro che vivremo.
Al di là di ogni rivalutazione dell’amore romantico, c’è come la sensazione che gli innamorati camminino proprio in “quel” modo sulla spiaggia anche per l’ombra di chi è stato prima di loro. Nonostante le nostre ipocrisie e le mezze verità scoperte, siamo figli della storia e dei nostri tempi. 
Quelle due ombre sul banco di nebbia spiaggiato alle nove sono figli di Keats e di Kleist, di Calvino e di Comisso, di Lawrence d’Arabia e di quello di “Figli e amanti”. Non tutti direttamente romantici ma esito di una storia qualitativa virata sotto il vento moderno che parte nei secoli delle rivoluzioni. 
E non lo sanno. Questo è spaventoso e tremendamente bello nello stesso istante. Ché non passeggiano come una coppia egiziana al mattino, o come si può vedere sulle spiagge di Creta. Passeggiano come Keats sull’isola di Wight sognando un amore borghese, come Kleist sui campi in primavera, come Lawrence tra le gole e gli avvallamenti di Siria.

Andrea Bianchi

12. Reclutamento

6 agosto 9:30

Caro Bianchi, vada a www.affari-esteri.it e si legga il n. 181, l’ultimo.

Se è al sud, come mi dice, vada a Napoli e visiti la Cappella del Principe di Sansevero. Si legga prima il libro di Giancarlo Elia Valori Raimondo di Sangro, Il principe di Sansevero e la magia dell’Illuminismo che è la chiave migliore e iniziatica per leggere la cappella/loggia. Mi scusi per gli sms, ma il mio cetel non funziona bene qui. Quando la armée svizzera aveva ancora i piccioni viaggiatori, tutto andava meglio. Un saluto e buon Sud. Ma il migliore libro di viaggio rimane sempre Goethe.

Allora, mi va bene il 17 agosto. Se vi saranno contrattempi Le saranno indirizzati in tempo. Per il libro che Le ho segnalato, si ricordi che possiede, al suo interno, la ricetta della velatura di marmo per il Cristo Velato. Che è una citazione dalla Qabbalah, il Principe di Sangro sapeva l’ebraico. Se il Messia ha il Velo, può coprirsi dal mondo nella Sua realizzazione finale. Mga

8 agosto 5:11

C’è un libretto di Carl Schmitt curato da Giorgio Galli, su Hobbes, dove il nesso tra maleficio (che è una escatologia, per così dire, negativa) e costruzione del politico (Das Politisches) diventa il tema chiave. Galli, che è un mio collega allo IASSP di Milano, ha studiato l’esoterismo nazista e, in generale, il tema delle culture esoteriche nella formazione del Politico. E nella famosa democrazia. Di Taubes mi ricordo un libro di lettere con Gershom Scholem e un testo sul messianesimo, che è il tema del katèkhon paolino. Che è, ancora, il tema chiave dell’esoterismo islamico sciita e, quindi, dell’arrivo del XII Imam Finale e Nascosto. Ma chi è l’Imam? Colui che era stato deciso all’inizio, e ritorniamo al Cristo Velato, che è appunto velato per non mostrarsi al mondo prima della fine dei tempi. Tout se tient.

Ciampi? Aveva rotto er cazzo. Laicità, che poi andava a Messa tutte le domeniche, cavurrismo senza cinismo, onestà/onestà/onestà, manco fossimo cinquestelle. La moglie insopportabile, come da copione, tutto un distillato di virtù civili. E stiamo zitti sul resto. Uso tipico della SNS per un allievo che ha avuto successo.

Museo o non museo, la biblioteca di Cantimori era una armeria per freikorps. Visto il saggio di Ventura sull’esoterismo islamico. Sei e mezzo, compito scolastico. Si procuri invece il libro di Giancarlo Elia Valori sul Principe di Sangro, lì ci sono semi con l’oro alimentare, come faceva un grande cuoco milanese anni fa. Ciociola è un mio vecchio compagno di corso, ma mi sembra un impiegato. Piegato dalla vita, dalla “carriera”, dalle furberie dello Scapino normalistico. Ringrazio il cielo di aver avuto a che fare con i servizi sovietici e Usa, non con questa povera gente.

Perfetto. Gomez Dàvila, un maestro per color che sanno. Marco Tangheroni era un caro amico, forse persosi nelle chiacchiere populiste di certa destra, anche non cattolica. Io cosa ci facevo alla sns? credevo, da perfetto analfabeta, e la mia famiglia era borghese ma certo non intellettuale, anche se mio zio era coltissimo, ma sine titulo, che pure era direttore del Grand Hotel di Forte dei Marmi. C’è chi ha avuto la carezza del papa, in quegli anni, io mi sono limitato a Mina e Ornella Vanoni, amiche di mio zio e che potevo visitare, con la scusa dell’età impubere, in camerino. Poi, pensavo che fosse quella vera, napoleonica, che creava una élite dello Stato. Dirigente dello Stato sono comunque divenuto, ma non certo per quelle scorregge comuniste della sns. Kojeve era un tegame, come diciamo noi toscani, ma non certo privo di una sua dignità intellettuale, che poi dispiegherà come creatore del comunismo, ovvero della comunità Europea e della CECA, la storia del carbone e dell’acciaio, una balla marxista alla quale, spero, non aveva mai creduto. Io lunedì sono a Montecatini, e poi vado in conclave con i miei capi. Poi, a Forte dei Marmi, ma senza camerini aperti. In ogni caso, mi scriva, io parto sempre con tutti i miei strumenti.

Già, il Platone erotico dei rinascimentali, che spesso fanno cadere le braccia con il loro laicismo da quattro soldi. Burckhardt, non ricordo di aver letto le lezioni numismatiche. Mi rifarò presto. Per quanto riguarda il 18, per me va bene. Ne riparleremo al telefono al momento giusto.

Geminello Alvi, nipote del fondatore della casa editrice massonica ufficiale Atànor, aveva fondato un centro di ricerche economiche denominato appunto “Kaspar Hauser”. Daumer non poteva non essere allievo di Hegel, che vede gli spiriti del mondo a cavallo. Probabilmente Kaspar era davvero un “figlio della colpa”, e si comportava di conseguenza. Una maschera di ferro tedesca? Probabile. Ma la storia tedesca è piena di apparizioni più o meno mistiche. E’ un popolo di visionari, che ha bisogno della metafisica. Et voilà già spiegata la questione della moneta unica.

Heidegger non ce la fa, e non per l’età. Il jargon der Eigentlichkeit, come diceva Adorno, è l’heideggerismo come slang filosofico-mafioso, e quindi accademico. La figlia di Mugnai con ristorante etodemocratico e naturista? Et voilà, la philosophie devoilée.

Ezra era un genio dell’economia, molto più pratico di tanti citati  dall’accademia teorica. Il libro di Giano Accame era un piccolo capolavoro. Lo legga, se riesce a trovarlo.

*   *   *

L’estensore di queste rapide note, messaggi via social, è Marco Giaconi Alonzi (1954-2020). È stato un servitore dello Stato e le parole più giuste sono quelle di Le Carré: «anche la semplice menzione del suo nome fu sottoposta all’ordine generale di tenere la bocca cucita, ordine osservato da ogni giornale e televisione patriottica del suo Paese. Tale è il destino di tutti gli agenti segreti, in ogni luogo della terra».

Andrea Bianchi

11. La Mia Jessica

Henri Rousseau, Il sogno, 1910

Diceva che gli uomini sono educati dalla società a non piangere diversamente dalle donne e quindi si liberano con la sessualità. Sosteneva che dopo aver pianto si vedeva finalmente il mondo senza una patina blu davanti, e a chi le faceva notare che dopo il pianto le sacche lacrimali sono vuote e perciò più leggere, ribatteva che era proprio la vista che si faceva più ariosa e leggera. O qualcosa di simile. Aveva affermato che con gli anni stando da soli e non in coppia fissa si diventa più esigenti e selettivi, indipendentemente che si sia uomini oppure ragazze. Ragazzi o invece donne. Ribatteva che uno agli inizi non le andava bene perché le aveva ricordato troppo la madre di lei — per la tenerezza — e per questa ragione agli inizi lo aveva messo da parte sinché alla fine non si era riconciliata con la madre e quindi anche col tenero e sentimentale amatore. Arguiva dai suoi ventisei anni ricolmi di vita e di esperienza e di passione e di fede in queste sostanze elencate che: — dopo un certo periodo una regina veniva sempre spodestata — e che comunque anche la regina successiva si sedeva anche lei sopra lo stesso genere di tesoro, che è suo e solo di lei e della donna soltanto — e perciò stesso cercava di innamorarsi di altri uomini che non le ricordassero finalmente più il padre — anche perché il padre anni prima aveva un amico che ci aveva provato con  lei e dopo che lei lo disse al padre al telefono quasi vent’anni dopo, pianse — il padre e non lei — la figlia lo dedusse dal silenzio che le arrivava dall’altra parte del telefono — ché gli uomini sembra sappiano piangere in telefono mentre le donne piangono sempre al momento giusto e attribuiscono le colpe alle persone che se le sono meritate — mentre chi non piange, incassa e poi riversa tutto al momento sbagliato, nelle circostanze sbagliate. Aveva un tatuaggio piccolo e colorato di Alice e dello Stregatto sul braccio destro. Un braccio sottile come l’albero da cui era entrato il Bianconiglio, suppongo. 

Andrea Bianchi

10. Immagine dell’albergatore stanco

Jack Vettriano, The Picnic Party, 2017

L’ho rivisto questa sera, dall’altra sponda del porto canale. Rientrava in hotel a fare il suo turno, dopo 70 anni di onorato servizio o quasi. È l’albergatore che mi ha dato lavoro per primo in questa città anseatica di Romagna, due anni fa. Era vivace allora e immagino lo sia rimasto dopo questi anni. Soprattutto questa sera che scrivo da un ristorante dopo aver salutato il Caribe e essermi scontrato con una società che non conosco, in pizzeria, ripenso a lui con candore e simpatia. È alto. Slanciato. Gli occhi chiari. Una figura balzata fuori da Tondelli. 
Ho detto che mi viene da parlarne sull’onda della rivisitazione di questa sera. È stato l’impatto visivo da lontano. Era un uomo godereccio di buona famiglia piacentina che aprì campi da golf venti anni fa e hotel a cinque stelle una decina di anni orsono. E qui entro io nel discorso.
Giancarlo è un uomo padre di una bella mia coetanea e ammiratore degli uomini. Lo rivedo in questo padre alla pizzeria di età avanzata con la figlia adolescente. Stesso livello di Giancarlo. E questi uomini in pizzeria. Una coppia di gay over sessanta. Le coppie etero che entrano nel locale per ostentare. Prima lei davanti alle altre lei e lui a rimorchio davanti alle lei di altri lui. 
In tutto ciò Giancarlo si perde o meglio si ridefinisce. Noi non siamo quello che vogliamo o facciamo. Siamo e basta. A volte soli come questi padri con consorte e figlia, come voi che leggete e io che rammemoro.

Andrea Bianchi

9. il capitalismo (cinese) riuscirà a digerire anche comunisti e massoni

Alessandro Vascotto, Cattività, acquerello su carta

È uscito, per le edizioni Golem di qualche torinese che stampa in Calabria per andare a risparmio, una raccolta di medaglioni italiani illustri:  Figure dell’Italia civile, dell’accademico di Francia — lapsus: Torino — Gianfanco Quaglieni.
Viene naturale, per chi abbia un minimo di educazione storica (e appartenga a uno di quei popoli burckhardtiani, infelici), riprendere un classico per i risorgimentali incalliti come l’Italia di minoranza  di Spadolini. Testo uscito per gli esangui e nobili tipi Le Monnier nel 1983, ma che non avrebbe avuto bisogno di raccogliere benedizioni — cosa che invece fa Quaglieni — da  buonisti osceni e velenosi come Gramellini.
E che avviene, domanderà lecitamente il lettore sportivo e fattivo, paragonando Spadolini e Quaglieni? Paragonato al primo, al suo stile e alla sua lucidità, il testo del secondo (che potremmo dire “povero”, ma non declinato alla toscana, che vuol dire “defunto”: tuttavia ci piacerebbe che il povero Quaglieni fosse a conoscenza di questa possibile declinazione, per vedere se sul fondo del suo  piemontesismo agisca anche qualche refolo mediterraneo!), ne esce un po’ svilito. 
Ciò pone un’altra domanda: è chiaro che, rispetto allo spessore culturale dei liberali del Risorgimento (nel bene e nel male), vi è stata una  “caduta”  verso una cultura di massa (come dicono anche gli accademici veri, quelli comunisti, ma con disprezzo) che non ha, indubbiamente, quell’intensità qualitativa e, soprattutto, etica. Di certo se il povero Quaglieni è più povero di Spadolini, noi siamo poverissimi (nonostante il maiestatico) come tutti i nostri coetanei sebbene studiosi e normalisti, i quali hanno proseguito sulla via sterrata della ricerca. Bene è descritto (usiamo il piglio professorale per indicare un libro che altezzosamente punta a lettori istruiti e non profani…) il mondo della Normale di Pisa dal romanzo L’etica dell’acquario di una scrittrice che se l’è permesso per la sua discendenza accademica e per la sua avvenenza. Poveri normalisti, brutti e condannati a servire nei feudi marxisti (volevamo dire delle università italiane, con poche e meritorie eccezioni).
Di tutto ciò — di questa erbaccia che raccogliamo in modo malapartiano in un solo fascio — la colpa è anche dell’egemonia culturale e accademica dei marxisti che quand’anche hanno fatto studiare tanto i loro allievi (e loro stessi hanno studiato tanto), si sono imbucati in un  tunnel senza uscita: hanno predicato per gli altri la cultura di massa e per sé si sono tenuti l’elitarismo degli intellettuali organici (anche se Gramsci non la vedeva così!) autoriproducendosi in mostri stizzosi e altezzosi incapaci di apprezzare veramente le masse (anzi disprezzandole nei loro  adelphiani castelli di carta), né di fatto promuoverle al benessere sociale e intellettuale, se non applicando una forzosa meritocrazia che non è migliore di quella liberale e assomiglia molto a quella cattolica, dove il povero è pure poveretto e quindi va spinto in su, purché obbedisca (o  perché obbedisca?). 
Ma anche questi liberali hanno fatto il loro tempo – e ci perdoni Bedeschi che saggiamente distingue  à la Benedetto Croce tra quelli buoni e quelli meno buoni, separando tutti quanti dai “migliori”. Questi signori hanno  effettivamente segnato il passo con l’idea stantia degli eretici e delle minoranze: lo diciamo in quanto laureati sui fascisti documenti d’archivio di Delio Cantimori, documenti che sembra impossibile stampare in Italia. Ma si sa che la maturità intellettuale  de’ noantri  non permette di dire  certe cose: che l’Italia sia stata fascista non va detto, come ai bambini considerati bebè si nasconde “quel che fanno mamma e papà”. Pratica, questa, perfettamente spiegabile con la radicata e secolare tendenza del pensiero italo-cattolico di bassa marca gesuitica: certe cose si fanno, ma non si dicono. E se ci dicessero: fa’ armi e bagagli, non è questo il Paese per te… noi diremmo solo che capire Manzoni e i piccoli italioti ci permette di viverci meglio, in Italia. Staremo a vedere chi cadrà per primo. Intanto si sappia questo: chi scrive esce da cinque anni di “scuola di eccellenza”, la roccaforte italiana del marxismo — senti senti — la Scuola Normale di Pisa.
E per tornare a queste benedette minoranze intellettuali (o sedicenti tali): gli eretici o bruciano (la fine delle castagne, diceva il beato Pomponazzi) o fuggono (come i ricercatori italiani formati a spese pubbliche alla Normale e passati a rimpolpare la classe ricercatrice di altri Stati-nazione, novelli cittadini cosmopoliti dell’isola di Laputa).  
I liberali non fanno altro che dire che sono i migliori incompresi di sempre e, intanto, fanno i generali nell’esercito, gli avvocati dei ricchi, gli industriali di successo, i  giornalisti paraculati: insomma, i massoni che si sono scordati che il loro fine è migliorare se stessi per migliorare tutti, non soltanto quegli che gli assomigliano. 
Su una cosa Spadolini aveva ragione (e anche Marx, in fondo): non c’è nessuna terza via. Quindi o si accetta il capitalismo, cercando di mitigare in tutti i modi possibili le sue tendenze più egoistiche e conflittuali, oppure ci se ne porta fuori radicalmente e totalmente e si pensa una società collettivista dove c’è assoluta divisione del lavoro (con il solito  refrain: chi decide chi e come?) ed equa distribuzione delle risorse: un formicaio, insomma. Ma siamo nel  kafkiano: e ci piacerebbe immaginarlo, questo grande formicaio umano comandato dai cinesi, soltanto per inserirlo nel borgesiano bestiario fantastico. Perché tutta la letteratura, diceva qualcuno, è fantastica. Anche quello che state leggendo…
Ma siccome nessuno, in Occidente, vorrebbe entrare in un bestiario, e preferisce invece tenersi stretti il proprio ego e il conseguente libero arbitrio (e la possibilità di essere qualcosa di più degli altri), crediamo che, almeno per quanto ci riguarda, tutti si possa anche smettere di far finta di essere marxisti: e non serve neppure dire che fino ad ora ci siamo sbagliati, tanto quello  si era capito  benissimo lo stesso. 
Nel frattempo la Cina — assecondando il sistema capitalistico — va rapidamente in tutt’altra direzione (il formicaio) e tra una decina di generazioni sarà pressoché inutile porsi questi problemi, essendo biologicamente superati dallo stato delle cose (lo vedete un cinese, in lingua cinese, cercare di ragionare del modello liberale? porsi i problemi di Gramsci? o di qualsiasi altro pensatore occidentale? l’Occidente, che ora sembra dominare più che mai, ha sempre meno argomenti, quanto più capitale addensano in Oriente).
Come normalisti ed ex-allievi di salesiani vogliamo dire soltanto una cosa: i  preti, almeno, finito il ciclo di studi, non avevano pretese di controllare gli alunni dalla culla alla bara — come invece usa nella grande cricca che è quel paesone di Pisa.

Andrea Bianchi

8. c’è troppa bellezza

Miniatura dall’Aurora consurgens, tardo XIV sec.

Si legge per davvero solo in gioventù. Da ragazzi voi scivolate per terra davanti alla bellezza. Come quel grande scrittore andaluso che dice O Signore. C’è troppa bellezza al mondo. Fa’ che non ci sia così tanta bellezza. Se siete sensibili alle cose noterete che la poesia non appartiene solo alla mitologia greca, al tramonto, all’amore perduto, alla speranza di un amore in arrivo. Dovremmo pensare alla poesia come una cosa che sta sempre con noi. Immaginate che Dio veda il mondo in questo modo: dopotutto non c’è altro che il presente perché le nostre memorie sono parte del presente. Le nostre speranze e le nostre paure, la nostra incertezza riguardo il futuro: è tutto parte del presente. (…)
Pensiamo poco all’eternità come la somma stabile dei giorni. Pensiamo a lei come dice Shakespeare: è tutti i nostri ieri, oggi e tutti i nostri domani. Ma l’eternità è molto più inesplicabile. Eternità è un eterno ora dove Dio vede le invasioni di Gengis, le guerre puniche, la scoperta dell’America di Enrico il Rosso, la guerra d’indipendenza argentina, le due guerre mondiali e tutto quel che si prospetta più avanti, che deve ancora succedere. (…) Dovete essere fedeli al vostro sogno. Forse non stiamo creando specchi dell’universo ma qualcosa che sia tanto reale come gli specchi, tanto reale come il resto dell’universo.

Dopo un po’ lo scrittore capisce che le parole non devono occludere. Molti bravi scrittori hanno fatto questo errore. Il punto è che le parole prevaricano e gli scrittori si mettono a cercare come dei sentieri luminosi. Così però le parole sono troppo visibili. Io immagino che in una buona pagina dovrebbero invece esser invisibili. Dovremmo sentire quel che sta succedendo al di là delle parole. Come nei romanzi di Cervantes di Conrad e di Tolstoj che sopravvivono a tutte le traduzioni.

Immagino ci siano persone infelici, o piuttosto felici, che hanno una felicità in magazzino: devono ancora leggere il Chisciotte. A loro direi di cominciare dalla seconda parte di quel libro dove troveranno personaggi che hanno già letto la prima parte: come in Pirandello ma in modo più elegante, più sottile. (…) Márquez come scrittore è molto meglio di me certamente. Ma non so se gli sono stato di aiuto, se avrebbe scritto le stesse cose se lo avessi aiutato. Temo che molti scrittori contemporanei siano troppo simili a me. E allora non mi interessano.

J. L. Borges alla University of Wisconsin, Milwaukee, 9 aprile 1976

(traduzione di Andrea Bianchi)

7. le notizie di metà settimana

Tra le otto e le nove di sera ci si può riempire a sazietà di notizie da tutti i fronti: le si sente e risente (e ci si ne risente), passando da una rete televisiva privata a una nazionale. La prima avrà toni più d’impatto, la seconda – tanto più se ascoltata alle 20.30 – parrà aver messo la sordina. Quando la notizia trasmessa sia la medesima, e riguardi l’istruzione, occorrerà tenere presenti le statistiche per non scivolare in equivoci.
Ci scusiamo per il preambolo, ma quando si parla di cultura ci si deve togliere il cappello. E rimanere coi piedi ben in terra. Perché quello che si sentiva ieri sera (26 aprile) nei notiziari aveva dello scandalistico: erano riportati i dati (o meglio i referti autoptici) dei livelli d’istruzione universitaria degli italiani.
Giova premettere che la storia del cameriere, quella snobbata dei magnifici e che è molto utile sentire, faceva un cappello assai interessante. Proprio così: il telegiornale di Italiauno, che va in onda prima di quello su Canale 5, riferiva che in un questionario distribuito recentemente su territorio nazionale l’Amleto veniva attribuito a Manzoni e, in seconda battuta, a Leopardi. Mentre I promessi sposi erano riconosciuti (quasi) all’unanimità come lavoro di messer Giovanni Boccaccio.
Ora domandiamo solo una cosa, semplice semplice: a che serve parlare di titoli universitari non in parametro, quando non ci sono i presupposti per parlare di cultura? Non di cultura “con la kappa”, ma di semplice nozionismo senza cui in Italia non si va (non si deve) andare avanti.
E sarebbe utile andarsi a leggere, a proposito di nozionismo, quel racconto gogoliano scritto da Sciascia per il Corriere di Spadolini nel 1970 e intitolato, appunto, La laurea (ora disponibile nella raccolta Il fuoco nel mare, Adelphi 2014, prezzo di catalogo 18,00 euro). Ma lasciamo stare, è risaputo che Sciascia posava da intellettuale avvolto nel fumo della sigaretta ed era più tragico quando voleva far ridere che non quando rappresentava drammi e ammazzamenti.
Ci domandiamo a cosa serva l’attestato universitario in un Paese che non sappia leggere e intendere e abbia perso il lume della ragione. Perché questo significa voler seguire sempre e comunque le novità statistiche dell’Europa: non sapere più cosa si è stati, cosa si è. O far finta di ignorare.
Il problema è, semmai, un altro: l’abbandono scolastico, come abbiamo riportato nel notiziario D’Anna molto recentemente. Se tutti si fermano, nessuno arriva alla fine. Nozione assai difficile da digerire per i giornalisti catastrofisti che ieri davano in pasto la notizia delle poche lauree in Italia.
E siamo ai fatti. Come diceva Sciascia nel racconto La laurea, «la scienza è scienza: due e due fanno quattro». Bastava questo, nel suo racconto, per diventare professori di lettere. Facciamo i professori di lettere.
Per l’abbandono della scuola prima della maturità, l’Eurostat dà l’Italia nel fanalino di coda, quintultima. Mentre un progresso notevole è stato registrato riguardo al numero di trentenni laureati (a cosa serva un trentenne laureato, e non impiegato, è mistero non sciolto dall’indagine…). Nell’Italia del 2002 solo il 13,1% della popolazione tra 30 e 34 anni era laureata. Oggi questo numero è esattamente il doppio: 26,2%. L’Unione Europea vorrebbe alzare la soglia al 40% per il 2020. Sembrerebbe che il 40 sia il numero cabalistico da venerare. O c’è dell’altro? C’è, eccome, perché l’Unione Europea dice che i laureati altrove sono assai di più: 58% Lituania, 54% Lussemburgo e 53% Cipro.
Almeno ci resta il vanto (anzi: è merito di tutta l’Europa contro la Germania che inverte la tendenza) di avere più donne laureate (32,5%) che uomini (19,9%).
Sono diverse le reazioni giunte nel corso della giornata, a seguito dei dati diffusi da Eurostat. A chi sembrasse che il tono adottato, eccezion fatta per le cifre, sia gogoliano, indichiamo la lettura della notizia sul sito “tecnica della scuola”. La quale termina con il commento a caldo di Arturo Scotto, deputato di MDP, secondo cui i dati «sono un segno evidente del declino del Paese. Così come il dato sugli abbandoni scolastici che tra i 18 e i 24 anni restano al 14%. La buona scuola e i tagli continui all’istruzione non aiutano e nemmeno il clima di sfiducia generale e l’impoverimento delle famiglie. L’istruzione non è stata al primo posto nell’agenda del Governo e nemmeno in quella dei passati Governi fotocopia e questo è il risultato».
Un filosofo della politica direbbe che siamo in un declino e quindi non c’è possibilità di uscita se non tramite una crisi critica, come per quelle malattie che richiedono uno shock molto forte per superarle indenni. Ma preferiamo stare dalla parte del professore di lettere sciasciano e lasciare i filosofi alla politica.

Andrea Bianchi