Terrorismo culturale

Guido Piovene mentre firma una copia de Le Furie, 1963. Giorgio Lotti/Getty Images)

“Per quanto possa esibire veleni, l’impressione d’insieme, che resta nei lettori più in là della lettera, è che sia un panegirico a molte voci. E che anche le critiche contrarie nascano dipendenti da quelle laudative. E che esista una mappa d’autori e di gruppi d’autori, fluida, mal definibile, di cui si dice solo bene. Lo spettacolo sembra quello di una perpetua incensatura, come nelle funzioni sacre, dove si vede sempre un prete che gira con turibolo e incensa gli altri a turno. Un tempo ogni grande giornale, per ogni ramo importante della cultura, la letteratura inventiva, la saggistica, le arti, il teatro di prosa, la musica, più tardi il cinema, aveva un critico autorevole e insindacabile, su cui nemmeno il direttore osava intervenire. La sua era una cattedra, di cui difendeva il prestigio, sostenuto dalla città intera. Oggi, in alcuni rami, al posto di quel critico ve n’è uno sciame, la cattedra è svanita, la città ha altro per la testa, nessuno vuole compromettersi in queste condizioni. Gli interessi premono. Le case editrici e i giornali sono ormai diventati vasi intercomunicanti. Il critico di giornale è autore di rubriche fisse in riviste settimanali delle case editrici, direttore di collezioni, lettore, consulente. Tutti ammirano, ne sono certo, la raffinatezza raggiunta dai «risvolti» pubblicitari che accompagnano i libri, vere e sottili critiche elogiative. L’autore è qualche volta lo stesso del libro, ma più frequentemente un critico. Nessuna meraviglia se gli articoli di giornale assomigliano poi ai risvolti”.

www.pangea.news/guido-piovene-critica-culturale/

Adelphi II

Milano. Via Brentano, la via delle edizioni Adelphi, molti tassisti non sanno dov’è. Meglio dirgli «una traversa di una traversa di corso Magenta», e farsi lasciare all’angolo. Poi la via fa un gomito, poi si gira ancora, con un movimento a chiocciola. Ci si sente isolati, protetti. «Non c’è protezione contro le chiacchiere» dice Luciano Foà, fondatore e presidente dell’Adelphi. «Ancora stamattina» fa il nome di un grande quotidiano, «parlano di crisi del libro, e sembra che le vendite si sian ridotte al venti percento. Si son ridotte del venti percento». Di crisi del libro si è parlato troppo? «A parlar tanto di certe cose non le si aggiusta, e può essere pericoloso. Già la gente ha meno soldi e compra meno libri. Poi senton dire tutti i momenti che nessuno va più in libreria: allora una frangia di pubblico si sente giustificata, quasi incoraggiata a non andarci proprio più del tutto». Un suo collega ha detto che dopo il ’68 i giovani leggevano molto; adesso han ricominciato a studiare e quindi leggono meno. «I giovani compravano molti libri di un certo tipo: politica, sociologia, marxismo. Avevano soldi da spendere. Adesso a queste cose non credono più e cercano altri libri. Riscoprono la letteratura, la religione, altre filosofie. Questo non riguarda solo l’Italia: in gran parte dell’Occidente i giovani si trovano di fronte un mondo al quale non credono più, hanno sempre meno fiducia nella civiltà tecnologica, e cercano libri che parlino di altri tipi di civiltà, di altri modelli. L’Oriente, l’India, Alce Nero…». Sono proprio i giovani che comprano questi vostri libri? «Risulta dalle librerie che fanno le maggiori vendite: per esempio le librerie Feltrinelli, in tutte le città tranne Milano. Sono librerie con un pubblico molto giovane». I prezzi di copertina, perché sono cresciuti? «Per due ragioni. Primo, per l’inflazione. Secondo, perché certi editori, dovendo mettersi a fare i conti con uno scrupolo che prima non avevano, si sono accorti che già prima i prezzi erano inadeguati, non coprivano il costo del denaro. L’editoria italiana è mediamente sottocapitalizzata, vive di prestiti bancari». E il costo del lavoro? «Si parla di una certa casa editrice che è in crisi. Si viene a sapere che aveva un fatturato doppio del nostro. Ma noi siamo tredici persone, e loro non erano ventisei, erano settantacinque». Certi giornali han dato la colpa della crisi editoriale a un demone meschino chiamato riflusso: Lei invece è d’accordo con chi ha tracciato diagnosi prevalentemente economiche. «In un paese che non va bene non si vede perché dovrebbero andar bene proprio i libri. Ma quando molte cose vanno storte si genera anche uno stato di incertezza, nel paese: quanta gente prende la macchina e va a fare un giro perché è l’ultima cosa che gli resta». Questo stato di incertezza, nel mercato librario, dove si vede? «Si vede in quel tipo di editoria che fa libri fungibili, dove un libro può sostituire l’altro per un pubblico indifferenziato, senza faccia, che vien fuori dalle indagini di mercato. L’editoria “in grande” pubblica certi libri non perché piacciono a chi li sceglie, ma perché si crede che piaceranno al pubblico senza faccia». Allora per l’Adelphi le cose vanno bene? «Bene no. Anche noi risentiamo della crisi. Ma non vogliamo unirci al coro dei piagnistei».

Giampaolo Dossena, Tuttolibri della Stampa, 18 luglio 1981

Adelphi

 

Caro direttore, sono lieto dell’occasione che mi offre l’amico Pampaloni, con la sua lettera pubblicata nel numero del 14 giugno di Tuttolibri, di rendere noti ai lettorI del Suo giornale alcuni fatti riguardanti l’editoria che, forse, potranno interessarli. Preferisco rispondere in questo modo anche all’amico Pampaloni che, pur ammettendo per sua esperienza di «sapere bene come certe cose possono andare» e pur «apprezzando moltissimo» il nostro lavoro, ci rimprovera pubblicamente di aver «umiliato» uno scrittore che stima molto, Angelo Fiore, perché dopo cinque mesi dal ricevimento del manoscritto di un suo nuovo romanzo noi non abbiamo ancora risposto se intendiamo pubblicarlo oppure no. Occorre dunque sapere che un editore di modeste dimensioni come l’Adelphi che, nel campo della narrativa italiana non pubblica più di due o tre novità all’anno, ha ricevuto dal primo gennaio 1980 ben ottantotto manoscritti da esaminare, cioè un po’ più di uno ogni due giorni. Quanti ne abbiano ricevuti nello stesso periodo Mondadori, Rizzoli, Garzanti, Einaudi e altri editori ben più grossi di noi, non è difficile immaginare. Un popolo come il nostro, che notoriamente legge poco, scrive dunque moltissimo, e non è improbabile, almeno a giudicare dal modesto livello della grande maggioranza dei manoscritti ricevuti che i due fatti siano strettamente collegati.
Comunque sia, per quel che ci riguarda, tutti questi manoscritti vengono esaminati da tre di noi, e ciò in virtù d’un principio a cui una casa editrice come la nostra non può né deve rinunciare: noi non facciamo ricorso a lettori esterni e occasionali come avviene invece, direi per necessità, nelle case editrici più grandi. Ciò significa che queste tre persone dovrebbero esaminare, e discutere, più di diciassette manoscritti al mese e, oltre a ciò, condurre un lavoro di ricerca e di lettura che, svolgendosi nell’ambito di diverse letterature straniere, dei nostri e di altri tempi, è comprensibilmente di maggiore mole. Ciò è praticamente irrealizzabile. È chiaro che la maggior parte dei manoscritti italiani che riceviamo cadono a una prima lettura, senza possibilità di appello, e vengono restituiti agli autori nel giro di due o tre mesi. Ma per gli altri, che giudichiamo più interessanti, si passa a una seconda e, talora, a una terza lettura, con la conseguenza che i tempi si allungano. Questo è appunto il caso del libro di Fiore a cui si riferisce la lettera dell’amico Pampaloni. Che Fiore, e Pampaloni come proponente, meritassero una procedura speciale, più sollecita, sono io il primo ad ammettere, e qui voglio scusarmi con loro, ma anche spiegare, non soltanto a loro, la situazione non facile in cui un editore italiano si trova di fronte a un numero esorbitante di proposte, di cui molte con carattere d’urgenza. Potrei, a questo punto, consigliare gli autori desiderosi di una risposta sollecita di rivolgersi alle grandi case editrici e non a noi, se non sapessi per diretta esperienza che anche con loro magari per motivi diversi, i tempi d’attesa sono press’a poco gli stessi, se non maggiori. Francamente non credo che si tratti di un malcostume editoriale da denunciare pubblicamente, ma del risultato di una situazione obiettiva. L’amico Pampaloni vuole infine allontanare da noi il sospetto che la scoperta di Morselli sia stata soltanto «una benevolenza della sorte». Mi permetto di dissentire, su questo punto, da chi è stato, tra i critici, uno dei primissimi e più convinti «scopritori» di Morselli: la benevolenza della sorte ci è gradita, e noi vorremmo ogni anno averne prova concreta con la scoperta di altri autori come lui. Ricordo il piacere di chi, tra noi, lesse per primo un suo manoscritto, e come questo piacere, comunicandosi, rese gli altri due impazienti di leggerlo. Un’ultima cosa vorrei dire, visto che ne ho l’occasione, a coloro che volessero, anche dopo questa mia lettera, inviarci i loro manoscritti in lettura: di esaminare prima il nostro catalogo per rendersi ben conto dei limiti della nostra attività e dei criteri che ispirano le nostre scelte. Ciò avrebbe, per noi e per gli autori, il vantaggio di accelerare la procedura che ho cercato sopra di descrivere.

Luciano Foà, Tuttolibri della Stampa, 28 giugno 1980

La vita segreta

Siamo divenuti schiavi del web molto prima di capire in che misura la tecnologia avrebbe cambiato le nostre vite. In un certo senso internet ha fornito gli strumenti della creazione letteraria a chiunque avesse un computer e fosse disposto a nuotare in quel pozzo senza fondo di alterità che è la rete. J.G. Ballard aveva previsto che lo scrittore non avrebbe più avuto un ruolo nella società — che sarebbe presto diventato superfluo, come certi personaggi dei romanzi ottocenteschi russi. «Dal momento che la realtà esterna è pura finzione,» scrisse Ballard «lo scrittore non ha bisogno di inventare nulla, tutto è già dato». Ogni giorno in rete si ha la riprova delle sue parole; internet è un mercato dell’identità. Grazie alle mail, ognuno può comunicare in maniera istantanea e invisibile, nei panni di se stesso o in quelli di qualcun altro. Ci sono sessantasette milioni di nomi ‘inventati’ su Facebook, molti dei quali conducono chiaramente una seconda vita, meno ordinaria, e comunque meno tracciabile. Nessuno sa chi siano realmente. La crittazione ha reso l’utente medio un fantasma —uno pseudonimo, un simulacro, un riflesso. In questo contesto, solo il nostro potere d’acquisto ci rende reali, e quell’io di cui ancora possiamo disporre è bersagliato da offerte di potenziamento – un nuovo colore degli occhi, un’assicurazione migliore, un corpo più snello — da parte di aziende di marketing e compagnie telefoniche che poi trasmettono i nostri dati ai governi, i quali mirano a renderci nuovamente visibili nell’interesse della sicurezza nazionale.

I libri sul comodino 2

Dicembre, 1985

(…) Ormai i ragazzini, trasformatisi in “zombi”, in “mutanti”, non potevano più salvare il mondo, e le persone con cui colloquiava erano pochissime, e nessuno – ribadiva – le voleva bene. Alle mie proteste rispondeva implacabile: Non occupo il primo posto nella vita di nessuno”.
Ma di nuovo nell’autunno scorso bastava poco – il passaggio casuale di un gatto, il rito dell’accensione della sigaretta, l’arrivo di una rivista desiderata, il dono di un vasetto di miele che la piaceva particolarmente – per far riaffiorare quella sua misteriosa e fulgida allegria, e far sgorgare il suo irresistibile umorismo con cui lei per prima si abbandonava dispiegando quella voce così ricca di tonalità accese, una delle più belle che abbia mai sentito. Gli occhi splendevano e divampava tutta la sua maliziosa, zingaresca civetteria.
Poi tutto di nuovo si spense con l’arrivo di un ennesimo tracollo fisico, seguito da una buia disperazione.
Sono costretta a ridurre in poche righe il ricordo di una persona che ha contato tanto per me, e che più di una volta, leggendola (e penso soprattutto a Menzogna e sortilegio e ad Aracoeli, due grandi libri del nostro secolo) e, parrà strano, ancor più ascoltandola, mi aveva dato l’impressione, quasi atterrita, di aver a che fare con un genio.
Nell’affollamento dei ricordi che premono nella mente e nel cuore, prevalgono persino oggi, con Elsa appena scomparsa, quelli lieti, quasi solari, degli anni Settanta, quando Elsa veniva a Milano e passava a volte un paio di giorni con me e i miei amici, che erano diventati anche suoi. Allora, girando per Milano con lei che indossava lunghi abiti messicani e foulard azzurri, mi divertivo enormemente quando si fermava a fare i complimenti a un chiotto cagnone, o consolava un bambino in lacrime, o applaudiva un gruppo di anarchici in sparuto corteo, o discuteva animatamente con un tassista che replicava divertito alle sue divertite aggressioni, o si sedeva trionfalmente a tavola gustando i piatti prediletti di cui era ghiottissima, intervenendo ad alta voce nei discorsi di tutti i commensali: si recuperava così la dimensione più alta della convivialità. Parlava sempre in tono vibrante, senza mai usare perifrasi, affrontando direttamente ogni argomento, alternando folgoranti fendenti ad abbandoni teneri, quasi fanciulleschi. Eravamo un gruppo di amici oscuri, che mai avrebbero avuto successo, con la precisa vocazione dei perdenti. Forse anche o soprattutto per questo ci amava.
Ora, senza di lei, il paesaggio si è fatto più brullo e desolato, e i demoni dell’aridità e dello scoramento moltiplicheranno i loro agguati.

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997

I libri sul comodino

Dicembre, 1985

Un mese fa sono andata a trovare, per l’ultima volta, Elsa Morante. Le notizie che avevo erano senza speranza, mali e malanni si succedevano sovrapponendosi.
Non c’era nessuno: ormai da tempo i visitatori si erano diradati al punto che per intere settimane Elsa restava sola con la devotissima Lucia.
La trovai ancora addormentata: nella stanza un’aria di abbandono. I libri (che gran lettrice era!) sistemati lontano da lei (mentre fino a pochi mesi prima erano accatastati sul comodino, a portata di mano, un paio anche sul letto), e molti ancora chiusi nelle buste delle case editrici; le piantine che prediligeva (quelle grasse, quelle di basilico…) lontane anch’esse dalla vista, e non più a portata di mano il telefono, che ormai a fatica riusciva a usare.
Quando riaprì gli occhi prese a gemere terribilmente. Con gli occhi sbarrati attendeva la fitta che le faceva artigliare con la mano destra la testa; quando la fitta calava di intensità la mano tornava a premere sull’altra, poi, dopo un paio di minuti, tornava ad artigliare i capelli.
Rispose al mio saluto in un modo per cui mi sembrò mi riconoscesse, ma per il tempo in cui rimasi vicino a lei, non mi rivolse mai lo sguardo.
Nel giro di pochi giorni, esauritisi quei dolori (provocati dal fuoco di Sant’Antonio), prese a tenere gli occhi ostinatamente chiusi, anche quando mangiava, e a occhi ostinatamente chiusi accolse un amico, Goffredo Fofi, da lei sempre molto amato. Era il suo ultimo, definitivo modo di esplicitare il suo grande rifiuto del mondo e di attendere una morte che, seppur invocata, tardava troppo a venire.
“Perché mi volete sadicamente impedire di morire?”, aveva subito ricominciato a sperare. Elsa aveva ripreso a leggere, a conversare, girava su e giù per la clinica sulla sua carrozzella, e un giorno che andai a trovarla la vidi attorniata da due bambini africani, lì ricoverati, che intratteneva superbamente: sapeva parlare e far parlare chiunque, soprattutto la gente sola e diseredata, con regale naturalezza.
Mi disse allora che, dopo tanto tempo, sentiva muoversi nella fantasia delle immagini, delle presenze in cerca di una voce. Le ricordai una frase che mi aveva detto un giorno, ai tempi in cui stava scrivendo Aracoeli. Mentre si accomiatava da me dopo colazione per ritirarsi a scrivere nello studio al piano di sopra, mi aveva detto: “Sono proprio curiosa di sapere cosa farà adesso Aracoeli: è in un momento molto difficile!” Sperava di scoprirlo in quello stesso pomeriggio, come noi quando avremmo letto questo splendido romanzo che mi parve, già allora, un grande congedo dalla vita.
Trovandola inaspettatamente come ai tempi migliori, presi a interrogarla febbrilmente su tutto, quasi a saziare una fame arretrata come mi era mancata la prodigiosa originalità e schiettezza dei suoi giudizi! Mi rimprovero all’improvviso, in una pausa, di non dire mai niente di me, “neanche adesso che ti è successo qualcosa di importante”, indovinò fulmina. Ho già avuto occasione di scriverlo: Elsa aveva qualcosa del medium, intuiva tutto, se voleva, anche se, verso certe cose, aveva delle sdegnose sordità, e certi aspetti della psiche la infastidivano moltissimo: ricordava allora, con puntigliosa precisione, i giudizi sbagliati, le gaffe, le cadute di stile dell’interlocutore. Sulla difensiva, parafrasando Manzoni, le dicevo allora: “Che gran donna! Ma che tormento!”.
Il suo odio per le melensaggini era pari a quello per la brutalità, l’accidia, l’avarizia di sé e l’invidia, che, mista a ostilità, imputava a un certo establishment letterario da lei detestato e col quale da tempo aveva rotto ogni rapporto; ricordava solo qualche amico morto: Saba, Savinio, Penna, Pasolini… e leggeva con passione le poesie di Guerra, Giudici, Raboni, Volponi…

(segue…)

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997

John Elkann e Jeff Bezos

Corriere della Sera, pag. 21: riuniti i vertici di alcune delle testate più importanti del mondo per i 150 anni de La Stampa. Dalla selezione d’interventi, ne pesco alcuni.

«Il rapporto tra i nostri media, Facebook e Google? Loro sono i padroni di casa, noi siamo gli inquilini. Ci stanno alzando l’affitto.»

«Abbiamo il dovere civico di rendere le notizie interessanti.»

«Nei giornali dobbiamo ricreare ogni giorno “Il Trono di Spade”: una storia così interessante che non possiamo restare fuori.»

«Le redazioni saranno più piccole, agili, non formate necessariamente da soli giornalisti.»

«L’indipendenza editoriale è fondamentale, ma giornalisti e aziende devono imparare a lavorare insieme.»

Elogio della critica

00

Di norma le recensioni sono talmente tediose che stenti a finire anche quelle che elogiano il tuo libro. Le più modeste svelano la trama, lodano parti del romanzo a scapito di altre, rivelano influenze letterarie (come se a qualcuno importasse). Le buone recensioni sono quelle che hanno il coraggio di parlare d’altro. Il Recensore brillante dà peso alle inezie e se ne infischia delle idee generali; sfoggia gusti, non dissimula manie. Talvolta non si perita neppure di finire il libro recensito (i più impudenti leggono solo la scheda editoriale o il risvolto di copertina). Tale atto di disonestà ermeneutica non poi così esecrabile. A un sommelier non chiediamo mica di scolarsi l’intera bottiglia. Oscar Wilde la chiamava «la prova del cucchiaino» (da non confondersi con quella del cuoco). È vero, sono pochi quelli che riescono a parlare con grazia e abilità di libri che non hanno letto, ma proprio per questo vanno elogiati e incoraggiati.

Alessandro Piperno in La Lettura #208, pag. 3

I libri sul comodino 2

elsa morante

Dicembre, 1985

(…) Ormai i ragazzini, trasformatisi in “zombi”, in “mutanti”, non potevano più salvare il mondo, e le persone con cui colloquiava erano pochissime, e nessuno – ribadiva – le voleva bene. Alle mie proteste rispondeva implacabile: Non occupo il primo posto nella vita di nessuno”.
Ma di nuovo nell’autunno scorso bastava poco – il passaggio casuale di un gatto, il rito dell’accensione della sigaretta, l’arrivo di una rivista desiderata, il dono di un vasetto di miele che la piaceva particolarmente – per far riaffiorare quella sua misteriosa e fulgida allegria, e far sgorgare il suo irresistibile umorismo con cui lei per prima si abbandonava dispiegando quella voce così ricca di tonalità accese, una delle più belle che abbia mai sentito. Gli occhi splendevano e divampava tutta la sua maliziosa, zingaresca civetteria.
Poi tutto di nuovo si spense con l’arrivo di un ennesimo tracollo fisico, seguito da una buia disperazione.
Sono costretta a ridurre in poche righe il ricordo di una persona che ha contato tanto per me, e che più di una volta, leggendola (e penso soprattutto a Menzogna e sortilegio e ad Aracoeli, due grandi libri del nostro secolo) e, parrà strano, ancor più ascoltandola, mi aveva dato l’impressione, quasi atterrita, di aver a che fare con un genio.
Nell’affollamento dei ricordi che premono nella mente e nel cuore, prevalgono persino oggi, con Elsa appena scomparsa, quelli lieti, quasi solari, degli anni Settanta, quando Elsa veniva a Milano e passava a volte un paio di giorni con me e i miei amici, che erano diventati anche suoi. Allora, girando per Milano con lei che indossava lunghi abiti messicani e foulard azzurri, mi divertivo enormemente quando si fermava a fare i complimenti a un chiotto cagnone, o consolava un bambino in lacrime, o applaudiva un gruppo di anarchici in sparuto corteo, o discuteva animatamente con un tassista che replicava divertito alle sue divertite aggressioni, o si sedeva trionfalmente a tavola gustando i piatti prediletti di cui era ghiottissima, intervenendo ad alta voce nei discorsi di tutti i commensali: si recuperava così la dimensione più alta della convivialità. Parlava sempre in tono vibrante, senza mai usare perifrasi, affrontando direttamente ogni argomento, alternando folgoranti fendenti ad abbandoni teneri, quasi fanciulleschi. Eravamo un gruppo di amici oscuri, che mai avrebbero avuto successo, con la precisa vocazione dei perdenti. Forse anche o soprattutto per questo ci amava.
Ora, senza di lei, il paesaggio si è fatto più brullo e desolato, e i demoni dell’aridità e dello scoramento moltiplicheranno i loro agguati.

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997

I libri sul comodino

000

Dicembre, 1985

Un mese fa sono andata a trovare, per l’ultima volta, Elsa Morante. Le notizie che avevo erano senza speranza, mali e malanni si succedevano sovrapponendosi.
Non c’era nessuno: ormai da tempo i visitatori si erano diradati al punto che per intere settimane Elsa restava sola con la devotissima Lucia.
La trovai ancora addormentata: nella stanza un’aria di abbandono. I libri (che gran lettrice era!) sistemati lontano da lei (mentre fino a pochi mesi prima erano accatastati sul comodino, a portata di mano, un paio anche sul letto), e molti ancora chiusi nelle buste delle case editrici; le piantine che prediligeva (quelle grasse, quelle di basilico…) lontane anch’esse dalla vista, e non più a portata di mano il telefono, che ormai a fatica riusciva a usare.
Quando riaprì gli occhi prese a gemere terribilmente. Con gli occhi sbarrati attendeva la fitta che le faceva artigliare con la mano destra la testa; quando la fitta calava di intensità la mano tornava a premere sull’altra, poi, dopo un paio di minuti, tornava ad artigliare i capelli.
Rispose al mio saluto in un modo per cui mi sembrò mi riconoscesse, ma per il tempo in cui rimasi vicino a lei, non mi rivolse mai lo sguardo.
Nel giro di pochi giorni, esauritisi quei dolori (provocati dal fuoco di Sant’Antonio), prese a tenere gli occhi ostinatamente chiusi, anche quando mangiava, e a occhi ostinatamente chiusi accolse un amico, Goffredo Fofi, da lei sempre molto amato. Era il suo ultimo, definitivo modo di esplicitare il suo grande rifiuto del mondo e di attendere una morte che, seppur invocata, tardava troppo a venire.
“Perché mi volete sadicamente impedire di morire?”, aveva subito ricominciato a sperare. Elsa aveva ripreso a leggere, a conversare, girava su e giù per la clinica sulla sua carrozzella, e un giorno che andai a trovarla la vidi attorniata da due bambini africani, lì ricoverati, che intratteneva superbamente: sapeva parlare e far parlare chiunque, soprattutto la gente sola e diseredata, con regale naturalezza.
Mi disse allora che, dopo tanto tempo, sentiva muoversi nella fantasia delle immagini, delle presenze in cerca di una voce. Le ricordai una frase che mi aveva detto un giorno, ai tempi in cui stava scrivendo
Aracoeli. Mentre si accomiatava da me dopo colazione per ritirarsi a scrivere nello studio al piano di sopra, mi aveva detto: “Sono proprio curiosa di sapere cosa farà adesso Aracoeli: è in un momento molto difficile!” Sperava di scoprirlo in quello stesso pomeriggio, come noi quando avremmo letto questo splendido romanzo che mi parve, già allora, un grande congedo dalla vita.
Trovandola inaspettatamente come ai tempi migliori, presi a interrogarla febbrilmente su tutto, quasi a saziare una fame arretrata come mi era mancata la prodigiosa originalità e schiettezza dei suoi giudizi! Mi rimprovero all’improvviso, in una pausa, di non dire mai niente di me, “neanche adesso che ti è successo qualcosa di importante”, indovinò fulmina. Ho già avuto occasione di scriverlo: Elsa aveva qualcosa del medium, intuiva tutto, se voleva, anche se, verso certe cose, aveva delle sdegnose sordità, e certi aspetti della psiche la infastidivano moltissimo: ricordava allora, con puntigliosa precisione, i giudizi sbagliati, le gaffe, le cadute di stile dell’interlocutore. Sulla difensiva, parafrasando Manzoni, le dicevo allora: “Che gran donna! Ma che tormento!”.
Il suo odio per le melensaggini era pari a quello per la brutalità, l’accidia, l’avarizia di sé e l’invidia, che, mista a ostilità, imputava a un certo establishment letterario da lei detestato e col quale da tempo aveva rotto ogni rapporto; ricordava solo qualche amico morto: Saba, Savinio, Penna, Pasolini… e leggeva con passione le poesie di Guerra, Giudici, Raboni, Volponi…

(segue…)

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997