John Elkann e Jeff Bezos

Corriere della Sera, pag. 21: riuniti i vertici di alcune delle testate più importanti del mondo per i 150 anni de La Stampa. Dalla selezione d’interventi, ne pesco alcuni.

«Il rapporto tra i nostri media, Facebook e Google? Loro sono i padroni di casa, noi siamo gli inquilini. Ci stanno alzando l’affitto.»

«Abbiamo il dovere civico di rendere le notizie interessanti.»

«Nei giornali dobbiamo ricreare ogni giorno “Il Trono di Spade”: una storia così interessante che non possiamo restare fuori.»

«Le redazioni saranno più piccole, agili, non formate necessariamente da soli giornalisti.»

«L’indipendenza editoriale è fondamentale, ma giornalisti e aziende devono imparare a lavorare insieme.»

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Elogio della critica

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Di norma le recensioni sono talmente tediose che stenti a finire anche quelle che elogiano il tuo libro. Le più modeste svelano la trama, lodano parti del romanzo a scapito di altre, rivelano influenze letterarie (come se a qualcuno importasse). Le buone recensioni sono quelle che hanno il coraggio di parlare d’altro. Il Recensore brillante dà peso alle inezie e se ne infischia delle idee generali; sfoggia gusti, non dissimula manie. Talvolta non si perita neppure di finire il libro recensito (i più impudenti leggono solo la scheda editoriale o il risvolto di copertina). Tale atto di disonestà ermeneutica non poi così esecrabile. A un sommelier non chiediamo mica di scolarsi l’intera bottiglia. Oscar Wilde la chiamava «la prova del cucchiaino» (da non confondersi con quella del cuoco). È vero, sono pochi quelli che riescono a parlare con grazia e abilità di libri che non hanno letto, ma proprio per questo vanno elogiati e incoraggiati.

Alessandro Piperno in La Lettura #208, pag. 3

I libri sul comodino 2

elsa morante

Dicembre, 1985

(…) Ormai i ragazzini, trasformatisi in “zombi”, in “mutanti”, non potevano più salvare il mondo, e le persone con cui colloquiava erano pochissime, e nessuno – ribadiva – le voleva bene. Alle mie proteste rispondeva implacabile: Non occupo il primo posto nella vita di nessuno”.
Ma di nuovo nell’autunno scorso bastava poco – il passaggio casuale di un gatto, il rito dell’accensione della sigaretta, l’arrivo di una rivista desiderata, il dono di un vasetto di miele che la piaceva particolarmente – per far riaffiorare quella sua misteriosa e fulgida allegria, e far sgorgare il suo irresistibile umorismo con cui lei per prima si abbandonava dispiegando quella voce così ricca di tonalità accese, una delle più belle che abbia mai sentito. Gli occhi splendevano e divampava tutta la sua maliziosa, zingaresca civetteria.
Poi tutto di nuovo si spense con l’arrivo di un ennesimo tracollo fisico, seguito da una buia disperazione.
Sono costretta a ridurre in poche righe il ricordo di una persona che ha contato tanto per me, e che più di una volta, leggendola (e penso soprattutto a Menzogna e sortilegio e ad Aracoeli, due grandi libri del nostro secolo) e, parrà strano, ancor più ascoltandola, mi aveva dato l’impressione, quasi atterrita, di aver a che fare con un genio.
Nell’affollamento dei ricordi che premono nella mente e nel cuore, prevalgono persino oggi, con Elsa appena scomparsa, quelli lieti, quasi solari, degli anni Settanta, quando Elsa veniva a Milano e passava a volte un paio di giorni con me e i miei amici, che erano diventati anche suoi. Allora, girando per Milano con lei che indossava lunghi abiti messicani e foulard azzurri, mi divertivo enormemente quando si fermava a fare i complimenti a un chiotto cagnone, o consolava un bambino in lacrime, o applaudiva un gruppo di anarchici in sparuto corteo, o discuteva animatamente con un tassista che replicava divertito alle sue divertite aggressioni, o si sedeva trionfalmente a tavola gustando i piatti prediletti di cui era ghiottissima, intervenendo ad alta voce nei discorsi di tutti i commensali: si recuperava così la dimensione più alta della convivialità. Parlava sempre in tono vibrante, senza mai usare perifrasi, affrontando direttamente ogni argomento, alternando folgoranti fendenti ad abbandoni teneri, quasi fanciulleschi. Eravamo un gruppo di amici oscuri, che mai avrebbero avuto successo, con la precisa vocazione dei perdenti. Forse anche o soprattutto per questo ci amava.
Ora, senza di lei, il paesaggio si è fatto più brullo e desolato, e i demoni dell’aridità e dello scoramento moltiplicheranno i loro agguati.

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997

I libri sul comodino

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Dicembre, 1985

Un mese fa sono andata a trovare, per l’ultima volta, Elsa Morante. Le notizie che avevo erano senza speranza, mali e malanni si succedevano sovrapponendosi.
Non c’era nessuno: ormai da tempo i visitatori si erano diradati al punto che per intere settimane Elsa restava sola con la devotissima Lucia.
La trovai ancora addormentata: nella stanza un’aria di abbandono. I libri (che gran lettrice era!) sistemati lontano da lei (mentre fino a pochi mesi prima erano accatastati sul comodino, a portata di mano, un paio anche sul letto), e molti ancora chiusi nelle buste delle case editrici; le piantine che prediligeva (quelle grasse, quelle di basilico…) lontane anch’esse dalla vista, e non più a portata di mano il telefono, che ormai a fatica riusciva a usare.
Quando riaprì gli occhi prese a gemere terribilmente. Con gli occhi sbarrati attendeva la fitta che le faceva artigliare con la mano destra la testa; quando la fitta calava di intensità la mano tornava a premere sull’altra, poi, dopo un paio di minuti, tornava ad artigliare i capelli.
Rispose al mio saluto in un modo per cui mi sembrò mi riconoscesse, ma per il tempo in cui rimasi vicino a lei, non mi rivolse mai lo sguardo.
Nel giro di pochi giorni, esauritisi quei dolori (provocati dal fuoco di Sant’Antonio), prese a tenere gli occhi ostinatamente chiusi, anche quando mangiava, e a occhi ostinatamente chiusi accolse un amico, Goffredo Fofi, da lei sempre molto amato. Era il suo ultimo, definitivo modo di esplicitare il suo grande rifiuto del mondo e di attendere una morte che, seppur invocata, tardava troppo a venire.
“Perché mi volete sadicamente impedire di morire?”, aveva subito ricominciato a sperare. Elsa aveva ripreso a leggere, a conversare, girava su e giù per la clinica sulla sua carrozzella, e un giorno che andai a trovarla la vidi attorniata da due bambini africani, lì ricoverati, che intratteneva superbamente: sapeva parlare e far parlare chiunque, soprattutto la gente sola e diseredata, con regale naturalezza.
Mi disse allora che, dopo tanto tempo, sentiva muoversi nella fantasia delle immagini, delle presenze in cerca di una voce. Le ricordai una frase che mi aveva detto un giorno, ai tempi in cui stava scrivendo
Aracoeli. Mentre si accomiatava da me dopo colazione per ritirarsi a scrivere nello studio al piano di sopra, mi aveva detto: “Sono proprio curiosa di sapere cosa farà adesso Aracoeli: è in un momento molto difficile!” Sperava di scoprirlo in quello stesso pomeriggio, come noi quando avremmo letto questo splendido romanzo che mi parve, già allora, un grande congedo dalla vita.
Trovandola inaspettatamente come ai tempi migliori, presi a interrogarla febbrilmente su tutto, quasi a saziare una fame arretrata come mi era mancata la prodigiosa originalità e schiettezza dei suoi giudizi! Mi rimprovero all’improvviso, in una pausa, di non dire mai niente di me, “neanche adesso che ti è successo qualcosa di importante”, indovinò fulmina. Ho già avuto occasione di scriverlo: Elsa aveva qualcosa del medium, intuiva tutto, se voleva, anche se, verso certe cose, aveva delle sdegnose sordità, e certi aspetti della psiche la infastidivano moltissimo: ricordava allora, con puntigliosa precisione, i giudizi sbagliati, le gaffe, le cadute di stile dell’interlocutore. Sulla difensiva, parafrasando Manzoni, le dicevo allora: “Che gran donna! Ma che tormento!”.
Il suo odio per le melensaggini era pari a quello per la brutalità, l’accidia, l’avarizia di sé e l’invidia, che, mista a ostilità, imputava a un certo establishment letterario da lei detestato e col quale da tempo aveva rotto ogni rapporto; ricordava solo qualche amico morto: Saba, Savinio, Penna, Pasolini… e leggeva con passione le poesie di Guerra, Giudici, Raboni, Volponi…

(segue…)

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997

L’eptalogo di Spinazzola

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Nella raccolta di saggi di Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria (Net – Il Saggiatore, 2005), incentrata sul genere romanzo dell’ultimo secolo, si ragiona sulla contrapposizione fra testi facili e difficili, fra produzione d’élite e di largo intrattenimento, e sulla dialettica dei rapporti – per lo più contrastati ma necessari – del mondo letterario con l’imprenditoria editoriale.
Nel Prologo, intitolato “Leggere e saper leggere”, Spinazzola enuncia un vero e proprio eptalogo: sette regole auree per la corretta fruizione delle opere letterarie e per il giusto funzionamento dell’industria editoriale e delle strutture culturali legate al libro, visto ancora nella tradizionale struttura di distribuzione cartacea.

1. Il lettore moderno ha innanzitutto diritto a esigere una formazione scolastica che lo metta in grado non solo di leggere ma di saper leggere: cioè intendere adeguatamente il sistema di norme linguistico-letterarie secondo cui i testi che gli interessano sono stati scritti, e apprezzare con proprietà le intenzioni espressive di chi li ha creati.
2. In secondo luogo, ha diritto che le istituzioni statali gli rendano disponibile un sistema di biblioteche pubbliche articolato ed efficiente, dove possa rifornirsi senza difficoltà e senza spesa delle opere necessarie a soddisfare i suoi bisogni di lettura.
3. Se non un diritto, certo un’esigenza primaria è che il commercio librario sia organizzato in modo da rendere largamente accessibile la merce-libro, attraverso punti di vendita diversificati rispetto alle librerie tradizionali: grandi empori, concepiti come contenitori universali bene ordinati; reparti librari dei grandi magazzini, per la produzione di maggior smercio; librerie specializzate, provviste non solo delle ultime novità, ma delle opere più durevoli per un pubblico competentemente motivato; oltre beninteso ai vari tipi di remainders.
4. Un’altra esigenza indiscutibile è quella di provvidenze legislative a sostegno di una distribuzione, magari in forma cooperativistica, che non penalizzi inesorabilmente i piccoli editori ma consenta l’ingresso nei circuiti di mercato anche dei prodotti a bassa tiratura e confezione artigianale.
5. Agli editori il lettore non può che chiedere un maggior sforzo di intelligenza imprenditoriale, come capacità di mediare razionalmente i rapporti tra autori e lettori, senza prevaricare né sugli uni né sugli altri; il che certo significa tenere conto delle domande e attese reali dei vari settori di pubblico, ma non implica la rinuncia all’impegno di prevederne gli sviluppi, fuori delle oscillazioni nevrotiche tra lo sfruttamento smanioso dei filoni di successo consolidato e il rinnovo frenetico dei cataloghi.
6. Un diritto vero e proprio riguarda la richiesta che le attività di promozione libraria rispettino un codice di lealtà, evitando di far passare opere mediocri per capolavori assoluti o libri sofisticatissimi per testi di agevole lettura: tendenze destinate a produrre effetti di frustrazione e disorientamento che si traducono in una diffidenza complessiva verso il prodotto librario.
7. Infine, il lettore ha diritto di chiedere ai critici di svolgere il loro lavoro pensando soprattutto a lui. La questione è di evitare sia l’asservimento agli interessi dei grandi gruppi editoriali sia anche i pregiudizi rigidi a favore di determinate correnti letterarie: e non per la solita pretesa di neutralità informativa, anzi al contrario per fornire indicazioni di lettura chiaramente motivate, ma non imposte autoritariamente. L’importante è che il lettore sappia come regolarsi, dinnanzi alle preferenze dimostrate dal critico: e se ne senta anzi sollecitato a responsabilizzarsi personalmente di fronte al testo. La facoltà di valutare come ognuno crede i libri che legge è un diritto di tutti, da salvaguardare ed estendere sempre più largamente.

Vittorio Spinazzola, La modernità letteraria, Net (Il Saggiatore), Milano 2005

Zafòn e il mondo letterario

Zafòn

Il protagonista del romanzo, David Martìn, medita sul mondo letterario: «Non hai voluto essere uno di loro, ti rinchiudi nella tua casona». È lei che parla?
«Non c’è niente in quel mondo che possa interessarmi, per me è come l’associazione amici dell’operetta: non ho un interesse particolare, né nel bene né nel male, a creare gruppetti o a prendere caffè. È una cosa tipica di questo mondo. Si partecipa a queste cose per necessità, non per piacere, gli autori vi prendono parte perché è un modo di sopravvivere: un lavoretto qua o là; tutto quello che si dice in questi contesti è motivato da interessi, mascherati da princìpi; ho avuto la fortuna di poter svicolare da tutto questo. Il presunto microcosmo letterario è letterario all’1 per cento e microcosmo al 99 per cento. Ci si entra, ripeto, perché non si ha altra scelta, perché chi ha altra scelta non ci entra.»
[…]
Alta letteratura in televisione?
«Il 99 per cento della migliore letteratura che si produce oggi, della letteratura di qualità, di gente professionale, che non è pretenziosa, non è pedante, non si atteggia, di quelli che sanno veramente costruire storie e personaggi, in altre parole di quelli che sanno scrivere veramente, la trovi nella televisione o nel cinema, ma soprattutto in televisione. Gente con ambizione, abilità e talento ormai praticamente non si dedica più alla letteratura. La letteratura è diventata un ghetto di mediocrità, di noia, di pretenziosità e di gente che se la tira.» […]
Il lettore se ne accorge di tutto questo?
«Certo, tutto questo i lettori lo percepiscono, perché sono molto più avanti delle recensioni ufficiali della critica, questo bunker degli anni ’70 che è rimasto fermo inchiodato ed è stato scavalcato dalla gente. Qualsiasi lettore ora ha una cultura cinematografica, televisiva, fumettistica o fotografica. Ci sono tante cose che sappiamo leggere e che ormai sono dei referenti inconsapevoli.»

(Da un’intervista a Carlos Ruiz Zafòn, El Paìs – la Repubblica, 2 giugno 2008)

Premio Strega 2014

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Tutte le coincidenze che portano il Premio Strega 2014 a essere un Premio Piccolo Piccolo. Dal ritiro di Michele Serra alla candidatura di Serra dal Premio Strega alle 2 interviste a “Che Tempo che fa” (di cui Piccolo è coautore con Michele Serra). “UN ROMANZO DI AUTOCOSCIENZA COLLETTIVA DELLA SINISTRA ITALIANA” che non impedisce a Piccolo di pubblicare per Einaudi (di proprietà Einaudi, gruppo Mondadori Berlusconi). Mondadori manda allo Strega Antonella Cilento allo Strega dopo 5 giorni 5 dall’uscita nelle librerie: una presa in giro per i lettori, no? Chi collabora alla Fondazione Bellonci Premio Strega? Ma certo: la moglie di Piccolo. Con chi pubblica ad Ottobre il direttore Stefano Petrocchi il suo romanzo d’esordio? Ma certo! Con Mondadori. E il conflitto d’interessi? Ah già, in Italia riguarda solo Berlusconi (che in effetti è proprietario di Einaudi Mondadori).

http://www.satisfiction.me/gian-paolo-serino-il-premio-strega-piccolo-piccolo-le-prove

 

Scambi e classifiche

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Per quanto mi riguarda, le classifiche di vendita e l’oroscopo del giorno sono degni della stessa attenzione. Voi leggete i libri in top ten? Io no, già a naso mi dico che a spingerli è l’editore col suo rodato carrozzone d’esperti di marketing e l’investimento – non solo di bottiglie e panettoni a Natale – rivolto a questo e a quello.
E mandalo in televisione, e fallo slinguazzare dal critico di turno, e metti le pilette accanto alla cassa, e compra le vetrine… Insomma, soldi e panettoni ben spesi. E mi saluti tanto la sua signora… a casa tutto bene?, conosce mica qualcuno tra i Lettori della Domenica?

http://gaialodovica.wordpress.com/2014/05/29/scambio-di-recensioni-e-recensioni-di-scambio-recensioni-richieste-e-richieste-strane-quando-a-fare-non-ci-prendi-mai-e-a-non-fare-uguale-uguale

 

I manager

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Settembre, 1987

I manager hanno invaso l’editoria. Con non poche conseguenze. Vediamone una, significativa: sono i protagonisti di qualcosa di molto simile alla compravendita dei calciatori. I componenti delle formazioni tipo, che so, della Mondadori e della Rizzoli, stanno per entrare in campo, quand’ecco arrivano trafelati negli spogliatoi due nuovi giocatori, un difensore (acchiappa-autori?) e un “libero” (con aerei e lingue facili?). Si procede subito allo scambio delle maglie, cosa che avviene con rapidità e disinvoltura: non è la prima volta. Giù le maglie n° 3 e n° 5 della Rizzoli e su quelle della Mondadori. E viceversa.
C’è anche, per la verità, il dirigente che non sa di avere i giorni (o le ore) contati, ma avendo avvertito qualcosa di malaugurante nell’aria se ne sta asserragliato nella sua stanza. Ma la porta viene d’improvviso spalancata e vi si staglia con sorriso da squalo il nuovo inquilino (ricordo che in tempi meno birichini un amico dirigente, col dono della preveggenza, teneva sempre una valigia celata tra i libri, mentre indumenti adatti ad ogni stagione se ne stavano ripiegati nei cassetti della scrivania.)
In particolare quest’anno per seguire gli spostamenti dei dirigenti editoriali è stato necessario prendere appunti, che andavano aggiornati di mese in mese, come per gli scioperi dei trasporti. Chi ci sarà mai alla saggistica Bompiani? E avendo bisogno di un libro, chi risponderà all’ufficio stampa Bollati Boringhieri? Capita per esempio che un dirigente addetto a una nuova collana di élite, appena prima di consegnare l’elenco definitivo dei primi raffinati sedici titoli, esca a colazione con il manager di un’altra ditta. All’imbrunire è intento a raccogliere i suoi oggettini personali: dal 2 gennaio p.v. dal manager prandiale la “varia incolta”. È così che migrano oggi i dirigenti, di qua e di là, aspirati dal miglior offerente, nei secoli infedeli, contenitori pronti a tutti i contenuti, essendo i contenuti pronti a tutti i contenitori.
Ma, a detta di chi ci lavora, questi manager oggi ai vertici dell’editoria, una cosa di buono ce l’hanno: si disinteressano totalmente dei dipendenti. È finito così, forse per sempre, il gioco di diventare i favoriti del principe, e il successivo, fatale cadere in disgrazia (sia ascesa che crollo erano astutamente regolati dall’imprevedibile cappriciosità dell’editore-padrone delle ferriere, comunque al fine di creare competitività); finita la necessità di spiare l’umore dell’editore-re sole fin dal suo ingresso in azienda – e se non si riusciva a intravederlo, si poteva capire qualcosa già dal modo, secco o soft, di chiudere la porta del suo bunker; basta con l’essere trasferiti repentinamente in un altro ufficio non appena nel precedente si era instaurata un’atmosfera di pericoloso affiatamento. Ma è anche finita, bisogna dirlo, la figura carismatica, dalla seduzione pitonesca, dell’editore padre-padrone, difficilissimo da lasciare per via di assurdi ma acuti sensi di colpa. Dell’editore che ha dedicato la vita a quel mestiere: che sarà per lui un hobby, un giocattolo, ma anche l’impegno di tutta la sua esistenza.
Ora però bisogna rimboccarsi le maniche per recuperare, se si è fatto parte della corte di questi carismatici e spesso infantili e ancor più spesso megalomani personaggi, la capacità di giudizio che si è decisamente arrugginita, e andare per esempio alla ricerca dei propri gusti perduti. A tutti questi mutamenti-migrazioni assiste in silenzio il popolo sottopagato dei redattori, delle segretarie, dei grafici, per i quali il problema non è di cambiar posto ma di perderlo.

da: Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997

L’Italia che scrive

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Dicembre, 1985

Da qualche lustro, e non per hobby, leggo dattiloscritti di narrativa italiana. Dico subito che il mestiere di lettore implica, oltre a una certa propensione al masochismo, anche il carico di una notevole responsabilità morale: forse anche per questo è tra i peggio pagati d’Italia.
Chi manda questi dattiloscritti? Un po’ tutti. Infatti, com’è noto, tutti credono di saper scrivere un romanzo. Carta e penna sono di uso generale e, così si crede, la lingua italiana, il cui vocabolario fra l’altro va sempre più comodamente riducendosi. Quindi il tassista come il cardiologo, il commercialista come il portiere prima o poi un romanzo rischiano di scriverlo.
Di qui il flusso ininterrotto di narratori che si abbatte su case editrici e riviste letterarie. L’unica modesta proposta che ho avuto occasione di fare per arginare l’ondata è il razionamento della carta: tot carta pro capite, e deve bastare per tutta la vita.
Per di più oggi, a causa dello “scrittore star” (fotografato, intervistato, televisionato) il settore qui da noi è in espansione. Dura infatti già da un bel po’ lo show degli scrittori quarantenni nostrani, e pare inarrestabile la loro promozione anche a giornalisti-costumisti su quotidiani e settimanali. Cosicché l’Italia che scrive invia dattiloscritti e insieme la tacita invocazione: aiutate anche me ad emergere!
Il fatto che rende il tutto vagamente grottesco è che non esista quasi pubblico neanche per gli autori italiani con anzianità di scrittura (così come non è mai esistito, nonostante il baccano sulle piazze, un pubblico della poesia), figuriamoci per le opere prime.
Tornando a chi non riesce a farsi pubblicare, per quel che ho potuto leggere di persona il raccolto è misero: molta cenere e pochissimi diamanti. In genere i testi degli aspiranti scrittori guardano compulsivamente al cinema e approdano allo sceneggiato televisivo, fatto inevitabile considerando che i loro autori consumano certo più vita davanti alla televisione che davanti alla pagina (la lettura -stando a una recente inchiesta – occupa per esempio il sedicesimo posto negli interessi dei giovani).
Perché la situazione è così compromessa? Forse si stanno scontando i danni causati negli anni Sessanta dalla neoavanguardia con la sua imposizione della testualità e negli anni Settanta dall’istigazione alla creatività individuale. Per non parlare delle responsabilità della critica, che ha rinunciato a certe esigenze di qualità abbassando talmente il livello generale da renderlo palesemente accessibile a chiunque. Tanto che qualunque aspirante scrittore può legittimamente indursi a pensare: se il romanzo osannato è questo, allora sono in grado di scriverlo anch’io.
Sono comunque dell’avviso che per un esordiente sia meno facile di qualche anno fa arrivare alla pubblicazione: vi concorrono la situazione economicamente sempre più precaria della nostra editoria, il consolidato privilegiamento della narrativa straniera, e tante altre brutte cose su cui molto già si è discettato. Conclusione: aspirante scrittore vade retro. Vistononsistampi (ammesso che si sia visto, cioè letto: ci sono case editrici che rinviano subito al mittente i testi ancora chiusi nelle loro buste, con risparmio postale). Così il vecchio adagio che lo scrittore si vede al secondo romanzo risulta impossibile da verificare, dato che non esce il primo.
Naturalmente non esiste invece il problema di riuscire a pubblicare per i personaggi da prima pagina nei vari campi, giudiziario incluso: nessuno rifiuterebbe il primo romanzo di Licio Gelli o di Renzo Arbore, anche se Gelli prendesse a protagonista un entertainer con corteggio di macchiette e Arbore un giallo a colpi di logge. A costoro si strapperebbero le cartelle di mano via via che qualcun altro gliele scrivesse.
Così, anche se c’è qui da noi un clima abbastanza favorevole al romanzo (ma mi domando se non si tratti più che altro di un equivoco con i mesi contati), allo stesso modo che in altre attività i posti sono tre e i candidati cinquemila. E per i tre posti si fanno sotto i raccomandati di ferro, di ottone e di bronzo, e i servi furbi (anche se ormai la furbizia è merce inflazionata: pochi non sono furbi al giorno d’oggi), il tutto sovrastato dall’egida, sotto cui prospera ogni commercio, dei “signori del cinismo”. Parafrasando Enzensberger, che ad anni come questi si debba pensare con indulgenza, sarebbe chieder troppo.
Concludendo queste annotazioni, consiglierei agli aspiranti scrittori di provare e riprovare a scrivere quello che capita loro sotto gli occhi (e non altrove o on the road), di sviluppare un po’ di più quelle forme di nevrosi che un tempo si chiamavano umiltà e pazienza, e di ricordare infine l’età a cui esordì come romanziere Daniel Defoe: sessant’anni.

da: Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997