Materiali 21. I matracci

 

Non aveva mai visto tanti vasi di vetro di dimensioni così diverse. Erano matracci di varie grandezze, vasi per alambicco, storte di foggia svariata. In basso erano allineati vasi di terracotta per lo più cilindrici, con i coperchi, altri aludelli e mortai in marmo e in pietra con i loro pestelli. Alcune larghe marmitte in alluminio, usate per mescolare composti, erano sul pavimento. I barattoli in vetro che aveva notato su uno scaffale contenevano polveri più o meno fini, di colore bruno, plumbeo, verdastro, argentato, nero. Polvere d’argento, calomelano, caput mortuum, nitrato di calcio, camaleonte verde, dicevano le etichette sui coperchi. Osservò il tritume grigiastro contenuto in uno dei vasi. Caput mortuum: evidentemente De Bellis conservava i residui solidi delle distillazioni, chiamati così per la forma di teschio che prendevano dal fondo arrotondato della storta.
Curiosando, trovò in alcuni scatoloni diversi elementi per comporre alambicchi: le cucurbite che andavano messe sul fuoco con la sostanza da distillare, i capitelli per la raccolta dei vapori e le serpentine con le loro camere di raffreddamento, di vari spessori e lunghezze. Vide alcuni fornelli a gas, con la base particolarmente larga; e poi allunghe, ramaioli, pipette, agitatori, tubi, spatole, sifoni, mantici. Individuò un colorimetro, un densimetro e un pirometro.

 

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La cosa più bella

Su cosa ci sia di più bello al mondo, la poetessa Saffo aveva le idee chiare:
«ciò che uno ama».
Quello che la singolarità umana ama e desidera, introietta e proietta.

Chi cavalieri a schiera, e chi fanti,
chi navi, dice, sulla nera terra
sia la cosa più bella, ma io dico:
ciò che uno ama.
Facile è certo a un poeta spiegare
questo a ognuno: ché lei, che sopra tutti
fu la più bella, Elena, il marito
ottimo in tutto
lasciò, e venne a Troia navigando,
né la figlia né i cari genitori
ricordò affatto, ma la portò via
Cipride amore.
…………………………………………..
Di Anattoria ora a me venne il ricordo
che non è qui.
Di lei vorrei sia l’amabile passo
che la luce veder chiara del volto,
più che i carri dei Lidi, più che in armi
fanti a battaglia.

(fr. 27 D.)

Semantica della felicità 5

Uno dei politici greci più grandi fu Solone. Impose una riforma costituzionale agli Ateniesi e, invece di chiedere la ratifica con un referendum, partì, dopo essersi fatto promettere che nessuno l’avrebbe modificata fino al suo ritorno. Sulle coste dell’Asia Minore incontrò l’uomo più ricco e potente, Creso re di Lidia. Il sovrano gli mostrava ricchezze immense, terre fertili, sudditi obbedienti, una famiglia fedele: si potrebbe chiedere altro dalla vita? Eppure Solone si rifiutava di dirlo felice. Perché la vita è lunga e non si sa mai: «Aspetta la fine», diceva. Parole che irritarono il sovrano, ma di cui avrebbe presto scoperto la verità, dopo che il suo esercito era stato sbaragliato, il regno crollato e lui stava per essere bruciato vivo. I momenti piacevoli e le emozioni intense non erano mancati a Creso. Ma si potrebbe definire felice la sua vita, o quella di Priamo, il re migliore che aveva visto tutto distrutto quando i Greci avevano preso Troia? Viviamo in media 26.250 giorni, aveva calcolato Solone; arrotondiamo pure a 30 mila: e «ogni giorno porta qualcosa di nuovo». Meglio non affrettarsi, dunque, a gridare la propria felicità, «perché molti il Dio, dopo aver lasciato loro intravedere la felicità, li ha abbattuti fin dalle fondamenta». Aspetta la fine, appunto.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #242, pag. 2

Proscrizione

Questo tipo di narrativa era proscritto duramente dall’ufficialità letteraria. I lettori dei quotidiani ne andavano pazzi, ma i feuilleton bisognava importarli dall’estero, traducendoli. Pochi, pochissimi autori nostrani ne scrivevano, disonorandosi. Il coraggioso De Marchi ci si provò, col proposito di dimostrare che si poteva fare un buon libro anche tenendo in considerazione le esigenze e le attese di un pubblico più numeroso e meno acculturato. Non solo: pensò di adottare la struttura di un genere romanzesco ancora agli albori ma già di successo: il poliziesco o, come allora si diceva, il giudiziario. A caratterizzarlo era la narrazione delle procedure d’indagine relative a un caso delittuoso: donde l’appello alle emozioni truci, procedendo per colpi di scena sensazionali, salvo ristabilire l’ordine della giustizia in sede conclusiva.

Vittorio Spinazzola, dalla Introduzione, 2006.

Aristotelismo

Quello che davvero appassiona Aristotele è affrontare i problemi e cercare di risolverli. Non c’è niente che non meriti un po’ di attenzione e di tutto Aristotele s’interessò, senza distinguere tra alto e basso, nobile e volgare.
Trascorse vent’anni con Platone, discutendo di dialettica, astronomia e metafisica; ma intanto raccoglieva le opinioni della gente comune, convinto che tutti potessero offrire spunti utili per avanzare nella comprensione dei problemi. E per le sue ricerche scientifiche non si vergognò di frequentare allevatori, pescatori, cacciatori, interrogandoli sulla respirazione degli uccelli o su come copulano i polpi. Quando non ci pensava direttamente lui, inseguendo una rana in uno stagno o scrutando con attenzione un embrione di pollo: i suoi lavori zoologici (che costituiscono una parte consistente della sua produzione scritta, non andrebbe mai dimenticato) sono pieni di allusioni alle sue ricerche sul campo. «Non si deve nutrire un infantile disgusto verso lo studio dei viventi più umili: in tutte le realtà naturali vi è qualcosa di meraviglioso».
Filosofia non vuol dire del resto proprio questo, un amore (philia) per la conoscenza (sophia), tutta? «La natura offre grandissime gioie a chi sappia comprenderne la causa, cioè sia autenticamente filosofo». Così, ad avere la pazienza di leggerli (perché a volte ci vuole proprio pazienza: i testi di cui disponiamo sono gli appunti personali delle lezioni, non opere destinate alla pubblicazione), si scopre che gli scritti di Aristotele sono pieni di problemi, domande, difficoltà – piccole crepe nel poderoso edificio del sapere, insignificanti solo in apparenza, soprattutto quando in discussione è l’uomo.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #235, pag. 18

L’illusione della forza.

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Non c’è niente da risvegliare, se non l’illusione di chi crede di saper controllare la forza e inevitabilmente ne viene travolto. Tutti, nel poema, presumono di essere dalla parte del giusto e si ritengono legittimati a imporre il proprio volere. Ma l’esito è sempre diverso dalle attese, le conseguenze dolorose. Agamennone che crede di poter piegare Achille e assiste alla rotta del suo esercito; Achille che, per umiliare Agamennone, causa la morte del suo più caro amico; Patroclo e Ettore che non si sanno fermare al momento giusto e pagano con la vita. La forza inebria chi crede di possederla, ma nessuno la possiede veramente. “Ares, la guerra, è imparziale, e uccide chi ha ucciso”. Vincitori e vinti si assomigliano. La forza è un’illusione.

È una vicenda nota, che si ripeterà continuamente nella storia umana. Omero la canta con infinita pietà e partecipazione. Fa bene, perché questi eroi sempre eccessivi – che mangiano come cinghiali, uccidono spietatamente, piangono come fontane, litigano come bambini, dominano su eserciti immensi – sono come noi: come noi affrontano situazioni difficili, si preoccupano per i propri cari, s’indignano per le ingiustizie. Greci o Troiani, sono uomini che combattono: a volte vincono e a volte perdono, inseguendo le loro passioni, esposti alle contraddizioni dell’esistenza. Sbagliano perché vivono.

Mauro Bonazzi, su la Lettura #215, pagg. 2-3

Materiali 20. Nigredo Albedo Rubedo

 

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Nella successione dei colori, l’opera al nero era l’opera prima, la liquida nigredo, che equivaleva alla morte della materia, alla sua putrefazione e calcinazione.
“Nel processo di disfacimento, i due princìpi opposti, il volatile e il fisso, vengono rappresentati come un drago bianco alato e un drago nero senza ali, che si affrontano in una lotta mortale”, spiegò il bibliotecario, mostrandogli le miniature di un manoscritto cinquecentesco scovato in una stanza chiusa a chiave. “Dopo esser stati messi insieme nel loro sepolcro, si azzannano a vicenda spargendo il loro veleno, fino a quando, per azione della bava velenosa e delle ferite letali, si corrompono e si dissolvono nel nero più nero del nero”.

La corruzione, proseguì sussiegoso girando le pagine, preludeva a una nuova generazione: le due componenti avevano perso le forme naturali per acquisirne una più nobile. Al termine della nigredo, nel microcosmo dell’uovo filosofico appariva un cielo stellato che annunciava la comparsa dell’acqua viva e permanente, il Mercurio dei saggi, che riceveva dall’alto le influenze celesti, creative e purificatrici.

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“L’opera seconda è caratterizzata dall’albedo: una volta sublimato, il Mercurio dei saggi ricade sulla nuova terra, che gradualmente si ricostituisce. La purificazione della materia si esegue secondo la formula solve et coagula, attraverso sublimazioni e solidificazioni ripetute che la riducono a pura sostanza mercuriale. Intensificando il fuoco della fornace, l’umidità cede alla secchezza, finché la coagulazione della sostanza si completa e ccompare il colore bianco”.

“In questo modo, se non erro”, azzardò l’altro, “la materia è cotta, digerita e fissata in zolfo incombustibile. Così, dovrebbe acquisire la forza di rimanere inalterata all’azione del fuoco; e con l’estrazione del suo sale la si prepara alla fase successiva”.
“Non sbaglia”, concesse il dottor Salvi con un sorriso indulgente. “Nella rubedo, l’opera terza, lo zolfo rosso fissa il bianco mercurio, e da questa riunione nasce la perfezione ultima. La materia viene fermentata, moltiplicata e condotta alla realizzazione perfetta, sotto forma di tintura fissata, permanente e colorante, una polvere e una pietra insieme”.

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Il bibliotecario gli mostrò una riproduzione completa dello Speculum Veritatis, ricco di illustrazioni secentesche. Il simbolo dell’ariete corrispondeva alla materia prima misteriosa, soggetto dell’Opera, perché rappresentava il segno astrologico sotto il quale dovevano iniziarsi le operazioni alchemiche. Il lupo grigio che divora Mercurio alludeva alla purificazione della materia, mentre le tre sfere poste sopra le tre bocche del fuoco segreto rappresentavano la triplice sublimazione con cui essa veniva ridotta al suo stato primigenio. E il drago a tre teste, su cui l’alchimista poggiava i piedi, alludeva al suo dominio sui tre regni della natura.

Tucidide, i Meli. 2

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E se i Meli avessero capito? E se avessero voluto impartire a loro volta un insegnamento? I Meli sanno bene che gli Ateniesi sono più forti, mettono in conto di essere distrutti. Eppure resistono: perché la resistenza non è solo militare, è anche intellettuale, e riguarda la presunta verità di cui gli Ateniesi sarebbero detentori. I Meli perderanno ma non si piegano all’idea che nel mondo contano solo forza e interesse. Tucidide tace, ma anche questa è una possibilità. Una possibilità gravida di conseguenze, perché smaschera la presunta oggettività del realismo degli Ateniesi, rivelandolo per quello che è: un discorso volto a giustificare il punto di vista dei forti, un discorso che offre ai deboli una scusa per la loro sottomissione. Il rifiuto dei Meli assume così il valore della testimonianza di un altro punto di vista sulla realtà dell’uomo, che non è, o non è soltanto, brama di potere. I Meli: l’eccezione che non conferma la regola. La realtà non è quella descritta dagli Ateniesi. Magari gli uomini possono essere altro; a volte lo sono  pure. Ed è per questa idea che vale la pena di rischiare, persino di morire.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #211, pag. 5

Tucidide, i Meli. 1

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Sicuramente gli Ateniesi sono insegnanti pazienti. Perché i Meli danno spesso prova di una ingenuità sconfortante, come quando invitano gli Ateniesi a rispettare diritto e giustizia; o quando sperano nell’intervento di improbabili alleati, ad esempio gli Spartani. La risposta è severa ma illuminante: cosa c’entra la giustizia? In politica non si discute di cosa sia giusto o no; si discute di come stanno le cose, non di come si vorrebbe che andassero. Perché due sono le cose che contano, l’interesse e la forza. Tutti perseguono degli interessi, ma non tutti gli interessi sono realizzabili. Per realizzarli serve la forza. È come una legge scientifica: tutti cercano di affermarsi e ognuno ottiene quello che le sue forze gli permettono di ottenere. Basta dunque un calcolo per capire cosa si può fare e cosa no. La politica si risolve nella matematica.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #211, pag. 5

Materiali 19. Elisir mediatico

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Dopo le illustrazioni acquerellate dei singoli stadi dell’operazione alchemica, iniziava la descrizione vera e propria della fase preparatoria del procedimento. Sostanze non meglio identificate, definite quei zolfi bianchi e rossi, venivano triturate finemente in un mortaio di marmo e bagnate versandovi sopra la terza parte del suo peso del mercurio da cui quelli erano stati ricavati. Se ne faceva una pasta come il burro e la si metteva in un’ampolla ovale, che veniva posta a scaldare sul fornello in un letto di ceneri, al fine di mitigare e uniformare l’azione del calore. Durante la cottura, ogni volta che saliva una schiuma rossa la si toglieva agitando la soluzione con una spatola di ferro, finché il composto raggiungeva la consistenza del miele. Dopo aver raffreddato il vaso con il composto, lo si sottoponeva a sette sublimazioni successive, estraendo l’Acqua delle sette quintessenze. Questa era la matrice assoluta dell’Olio filosofico, un distillato ottenuto dopo aver fatto passare quell’acqua tre volte per l’alambicco, ed eliminato l’ultima feccia. L’Olio filosofico era definito la tintura intermedia purissima, l’elisir mediatico, il distillato assoluto che andava unito alla materia prima segreta che l’alchimista aveva scoperto. Trattando quelle due componenti con certe sostanze coadiuvanti e sottoponendole a un complesso procedimento di decozione, descritto da una serie di illustrazioni, si sarebbe giunti a realizzare la Grande Opera.

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Chiuse gli occhi e si stirò, prendendosi la testa fra le mani. Dal suo tavolo, l’uomo in pizzetto bianco continuava a osservarlo di sottecchi. Ogni tanto si alzava per andare a prendere qualcosa, e passandogli vicino sbirciava i fogli che aveva davanti. Allora lo guardò con una punta d’irritazione e tornò a impilare alcuni dei volumi che stava consultando, per coprire il manoscritto alla vista. Si mise davanti il Rosarium Philosophorum, la Silva Philosophorum, il Theatrum Chemicum Britannicum di Elias Ashmole, la Phylosophya Reformata del Mylius, che riportava illustrazioni molto più eloquenti del testo oscuro e prolisso. Spostò di lato l’Atalanta Fugiens di Michel Maier, che dava una serie d’interpretazioni in chiave alchemica dei miti greci, e l’Introitus di Filalete. Da tutte quelle pagine, fitte di tavole allegoriche e formule arcane, un odore di carta stantìa. Quanto all’autore del manoscritto, affermava d’aver trovato la materia prima segreta, da cui doveva partire ogni ragionamento sull’alchimia, sotto terra. La ricerca della materia prima era il momento più difficile: si diceva avesse corpo imperfetto, tinta penetrante, mercurio trasparentissimo, volatile e mobile. Veniva chiamata con molti nomi: Ambasagar, Tubalcain, Riovrabet, Vitrolium, tutte parole di nove lettere, ma nessun alchimista aveva mai rivelato la sua natura. V.I.T.R.I.O.L.V.M. era anche un acrostico: Visita Interiora Terrae Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam. Visita l’interno della terra, e depurando troverai la pietra occulta, la vera medicina.