Táin Bó Cúailnge

La saga di Cú Chulainn, Il Colophon n. 12

Tarda età del ferro, prima dell’era cristiana. Quattro sono le province di Ériu: il Connachta, l’Ulaid, il Laigin e il Mumu.

Il re del Connachta Ailill e la regina Medb radunano un grande esercito, inviando messaggeri ai sette figli di Mágach, ciascuno con la sua schiera di tremila uomini, e a Cormac Cond Longas — esule dell’Ulaid e figlio del re Conchobar –, ospite del Connachta coi suoi trecento armati. Mentre marciano verso Crúachain, gli uomini di Cormac si distinguono in compagnie per le tuniche indossate: multicolori, grigio scuro, bianche col bordo rosso, e i mantelli a cappuccio, e per le lance a punta larga o a cinque tagli, e gli scudi oblunghi, o ricurvi col bordo dentellato. Ma quando tutti sono pronti, i druidi ancora non li lasciano mettere in marcia: i segni propizi non compaiono per quindici giorni.
La regina Medb sa di attrarre maledizioni, essendo stata lei a ordinare la partenza, e quando si trova di fronte la giovane donna coi capelli biondi a trecce e il mantello multicolore sulla tunica bordata di rosso, le chiede subito qual è il destino dell’esercito, ma non vuol credere a ciò che sente: l’esercito appare scarlatto, rosso di sangue. Dice Feidelm la veggente:
«Vedo un uomo biondo che compirà gesta eroiche,
con molte ferite nelle carni.
L’alone dell’eroe è sul capo,
La fronte incontro di ogni virtù.
Come un drago appare in battaglia,
come quello di Cú Chulainn di Muirthemne
è il suo valore.
Non conosco chi sia questo Cú Chulainn dalla grande fama,
ma so che a causa sua l’esercito sarà scarlatto.
Attacca con il gae bolga
e con lancia e spada dall’elsa d’avorio:
le usa contro l’esercito intero.
Ogni arma ha il suo bersaglio»…

https://ilcolophon.it/táin-bó-cúailnge-ovvero-la-grande-razzia-d9eda131e700

Collages

Keiichi Tanaami, Untitled (Collage Book 7_23), 1970/2013

Fare un collage è semplice e non richiede molto tempo. È un’attività divertente, ma allo stesso tempo è considerata sospetta proprio perché troppo semplice, troppo veloce. Fare un collage non sembra abbastanza rispettabile, ha qualcosa d’immaturo. È questo il motivo per cui i collage sono perlopiù un’attività spensierata e sciocca a cui si dedicano i bambini. Ma un collage oppone resistenza; sfugge al controllo persino di chi l’ha fatto. Fare un collage ha sempre a che fare con la mancanza di controllo. Non c’è nessun altro mezzo espressivo che abbia un così garnde potere esplosivo. Di fronte a un collage rimango spesso senza parole. L’obiettivo di un artista è proprio quello di rendere durevole questo “sguardo attonito”.

Thomas Hirschhorn, in la Lettura #236, pag. 1

Nestor Segundo

Quando facevo l’imprenditore, ho avuto fra i miei collaboratori un autista cileno. Si chiamava Nestor Segundo Valenzuela Herrera, in arte Gianni. Questo Gianni, all’epoca del golpe di Augusto Pinochet, era un giovanissimo attivista comunista: facile immaginare i guai che aveva passato. Dal suo scarno racconto seppi che era stato segregato insieme a migliaia di persone nel famoso stadio di calcio, dal quale era riuscito a evadere imbrancandosi in una fuga di massa. Ancora soffriva di disturbi allo stomaco per via dei pestaggi subìti e la sua camminata sembrava un po’ sbilenca. Era un lavoratore, non si risparmiava e aveva il sorriso pronto, dove mostrava i denti grandi e lo sguardo trasparente. Le sue uniche lamentele erano per la mancanza di tempo che gli impediva di andare a sbrigare le sue faccende. “No ce l’ho tempo!”, ripeteva.
Di lui m’è rimasta impressa una volta in cui in magazzino – come spesso accadeva – c’era stato un disguido. Nacque una piccola discussione, e quando gli chiesi: “Ma allora, chi è che ha fatto questo?”, lui alzò le mani e mi fissò con una faccia diventata di pietra. “Ok”, tagliai corto, “lasciamo stare”. Avevo capito che non avrebbe parlato neanche sotto tortura: come voler fare abbaiare un gatto o miagolare un cane. Anche se non era una delazione, ma un semplice chiarimento.
Chissà che fine ha fatto, Gianni. Dopo che mi dimisi dalla società mi capitò ancora di vederlo scorrazzare col furgone, poi lo persi di vista.

Klat Magazine

 


Scopro che Klat Magazine è una rivista bellissima, straordinaria.
Una pubblicazione dedicata al design, all’architettura, alla fotografia, al leisure, al luxury, al vivere, alla creatività, alle idee, alle immagini, agli oggetti, ai colori, all’ambiente e agli ambienti, all’umanità nella sua parte rilucente, al successo nelle realizzazioni – che è diverso dal successo come vulgata –, alle creazioni umane che confluiscono nell’industria e nell’arte, alla cultura nel senso contemporaneo: fruibile, al passo col tempo che si vive, con le idee e i sogni di oggi, visti nella prospettiva che evolve.

Photo by Morgan Maassen, from Klat Magazine

Una rivista che guarda, esplora, osserva, inquadra, domanda, riferisce, dà conto del mondo come raramente una pubblicazione riesce a fare, perché coniuga l’apparente settorialità alta con le correlazioni ineludibili che rinviano al resto, a ciò che è mondo-ambiente e ambiente-mondo, che accoglie tutto: l’agire e il muoversi, il guardare l’osservare e il restituire, lo scoprire, senza confini concettuali o ideologici. Il mondo è guardato nella sua integralità per estrarne frammenti e segmenti e settori che comunque riguardano tutti, sottraendoli alla limitazione canonica o ideologica da cui sono spesso condizionati. Fattori, situazioni, progetti e fabbricazioni che contribuiscono all’intera nervatura del sistema umano.

La Passione secondo Carol Rama, GAM, Torino

Una rivista-rivelazione, dunque: soprattutto per chi – come me – s’è rifugiato troppo a lungo nella cultura libresca e circolare, arginata, che crea canoni, che fa sviluppare un’introspezione analitica mancante di una necessaria prospettiva-mondo che sia concreta, visibile davvero da quella formidabile macchina naturale che è l’occhio reale.

http://www.klatmagazine.com

https://www.facebook.com/Klat-173331819993

#57

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Un ricordo impresso della casa in cui nacque è quando la madre si lanciò su per le scale fino all’ultimo piano, inseguita dal padre e dai fratelli, e lui – avrà avuto quattro anni – correva dietro di loro, e quando furono al salone erano tutti a urlare e a tenerla perché non si gettasse dal terrazzo, e lui s’infilava nella selva di gambe per difenderla, e mollava qualche calcio a qualcuno, e in seguito chiese scusa, ma forse non se n’erano neanche accorti, in una bagarre del genere con un bambino che nemmeno capiva.

autoinganni

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Leggendo un manualetto sulla migliore gestione del proprio tempo, m’imbatto in concetti che ho ritrovati nella vita quotidiana per anni. Ad esempio, la poca disponibilità ai cambiamenti: un atteggiamento umano fra i più comuni, che ho riscontrato in molte persone o collettività che m’è capitato di vedere. Potrebbe essere la caratteristica comportamentale più diffusa in assoluto: difendere le proprie acquisizioni contro l’ignoto rappresentato dal cambiamento; resistere e resistere, come punto di partenza generalizzato, salvo ovviamente le eccezioni — quegli esseri umani che invece sono attratti irresistibilmente dall’ignoto. Mi chiedo come sarebbe l’umanità se l’atteggiamento dominante fosse appunto quello opposto: lanciarsi in ogni novità senza temere ciò che viene dopo.
Poi ho pensato che certi comportamenti sono espressione degli autoinganni che c’infliggiamo spesso, e che ci fanno cadere nelle cosiddette “trappole cognitive”. Nelle trappole si rimane imprigionati, finché qualcuno viene a liberarci o ci si libera da sé: al punto che certi psicologi arrivano a teorizzare e praticare l’autoinganno terapeutico, espediente che deve produrre un effetto contrario a quello che si vuol neutralizzare, per riuscire a schiantare la catena che intrappola. Perché la libertà è sacra.

Stagioni

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Quando in una stagione della vita si è goduto di un primato, o di una visibilità privilegiata, o di uno status elitario, e poi questa stagione declina e finisce, accade spesso che si continui a pensare, a sentire, a giudicare con lo stesso metro e la stessa attitudine a cui si è abituati, e che ci si senta ingiustamente incompresi, se non defraudati di ciò che ci apparteneva – e che si pretende ci debba ancora appartenere. Qui il rischio di scivolare nell’insofferenza, nella contumelia, nell’amara rievocazione nostalgica, nella critica severa, o rivendicativa, se non sprezzante. E qui, nell’evitare questo rischio, si rivelano la qualità, la struttura, la forza, l’adeguatezza dell’essere umano non solo ai tempi, ma allo scorrere della propria umanità.

morfologia

 

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Guardare l’esterno, la morfologia, gli alberi, le colline, un torrente, il mare. E naturalmente il cielo, e poi le parti di me. Pensare al fuori da me, all’alterità del mondo. Fare qualcosa, senza fermarsi, e guardare l’alterità, attribuendole le proprie proiezioni, spargendovele senza paura, per poi guardarne l’effetto.

Il fondato ragionamento

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«Era ne’ miei intenti di far la Chiesa partecipe delle nuove mirabili verità. Quella Chiesa che, depositaria del sapere, giudice era vigile e saldo di tutto quel che in Italia si scriveva allora: fuori di lei non v’era che ‘l silenzio, scelta che fusse o imposizione. La museruola che serrava la bocca di Giordano Bruno mentre che, denudato, finiva al rogo, era per me prova assai accomodata a significar le intenzioni della Curia. Non più parole dalle labbra di Francesco Pucci quando la testa era rotolata nel paniere. Soltanto Tommaso Campanella s’adoprava a vincer il silenzio seguitando a a scriver nel ristretto del carcere dov’era per passar ventisett’anni della vita sua. Ma, concederete a me, qual sostegno efficace della Chiesa giugnerarìa potuto! Se la terra si muove de facto, noi non possiamo mutar la natura e far ch’ella non si muova: chi segue il sensato discorso segue un duce non fallace. Mi illudevo che, superata l’inizial resistenza al nuovo, la forza del fondato ragionamento avrebbe prevalso sulle posizioni non dimostrate né necessarie, la cui sola efficacia stava nell’esser inveterate nelle menti de gli uomini. Fu forse l’errore mio più grande: un errore che per sicuro rifarei quando di nuovo percorrer dovessi il cammini della vita, atteso che stimo la ragione la sola adeguata iscorta a sortir d’oscurità l’uomo, e a quietar la sua mente.»

Galileo Galilei, Scritti

Naturale

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Del resto, che cosa vuol dire naturale per noi uomini? Non è che quando invochiamo ciò che è naturale non facciamo altro che difendere ciò che ci pare normale, vale a dire ciò a cui ci siamo abituati? Di fronte alle novità troppo dirompenti c’è sempre la tentazione di guardarsi indietro, verso un’unità e un’armonia perdute. Che sono però, appunto, perdute, dopo che abbiamo scoperto la nostra complessità. Perderci nel tempo circolare della natura, in cui tutto si ripete sempre uguale: non è la soluzione per la nostra inquietudine, la nostra incapacità, letteralmente, di stare fermi, di accontentarci.

Mauro Bonazzi, su la Lettura #222, pag. 5

tutto è natura (2)

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All’origine del fenomeno naturale, secondo gli studi di Lynn Margulis, la vita si è sviluppata in forma di cellule senza nucleo, i procarioti. Passati due miliardi di anni, dai procarioti si è passati alle cellule con nucleo, gli eucarioti, e ciò è avvenuto tramite simbiosi: sym-bios, ovvero vita-con. C’è stata un’unione, un’aggregazione di procarioti con altri procarioti, alcuni dei quali sono andati a costituire il nucleo, altri i mitocondri del citoplasma cellulare. Questo fa pensare agli aspetti solidaristici e cooperativi del comportamento animale. Non sempre c’è competizione, spesso si riscontra l’altruismo incondizionato, senza reciprocità immediata: fare del bene all’altro individuo, non imparentato, senza poter avere un tornaconto sicuro. Si tratta di un altruismo non reciproco, per il quale l’animale sacrifica il proprio vantaggio individuale per un bene i cui effetti non è sicuro di ricevere in modo percettibile. Ecco, questi comportamenti sembrano precursori del senso morale che appartiene alla specie umana.

tutto è natura

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Secondo Vito Mancuso, in L’anima e il suo destino, tutto è natura. Tutto. Quindi anche il fenomeno umano, con tutti i suoi portati culturali, spirituali, etici. Il dualismo natura-cultura, dunque, è un paradigma non accettabile. Se tutto è natura, e se Dio esiste, anche Dio va pensato come Natura, nella forma più alta. La natura è un processo, un continuo divenire. In questo continuo divenire è ricorrente la presenza dell’errore. Se all’origine dell’evoluzione c’è l’inizio di una sequenza di mutazioni, le quali tendono a conformarsi a un ordine superiore, a un “accrescimento” dell’organizzazione del sistema vivente, quando compare l’errore che crea qualcosa di disumano (come la malattia genetica che condanna un essere umano alla degenerazione, alla sofferenza e alla morte), quella singola mutazione non conforme all’ordine superiore non viene accettata all’interno del sistema e dunque non viene riprodotta. Quelle mutazioni, invece, che sono destinate a contribuire a un’organizzazione maggiore non vengono eliminate, ma riprodotte. Questo fa pensare all’esistenza di un sistema che configura un ordine superiore, concettualmente riconducibile all’idea di Dio. Un’idea che porta con sé l’idea di costruzione, di associazione, di altruismo, di inclusione.

Reading

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L’attitudine e l’abilità di lettura si sviluppano in diversi modi. Ad esempio, se si è abituati a concentrarsi sull’analisi di dati e problemi, si tende a decodificare le indicazioni fornite da un testo con poche occhiate, mirate su punti precisi, e questo può anche derivare da una specie di deformazione professionale, che tende a infiltrarsi nell’azione pura che è l’immersione nel testo. Anche il leggere narrativo o saggistico richiede un minimo d’esercizio e di disposizione positiva, nel dipanarsi concettuale di righe e paragrafi sulla pagina. Che poi non è fondamentale leggere moltissimo e tutto quello che si dice in giro: basta leggere abbastanza, quel che serve per goderne e per arricchirsi, per formarsi e completarsi, per forgiare un piacere selettivo e identificante, che ci faccia riconoscere innanzitutto a noi stessi, che dia una forma e una morfologia al percorso fisiologico del vivere, almeno dando l’illusione di poterci condurre a una meta.

Abitudini

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Tra questi c’è uno che non ti aspetti, uno che da un certo punto della vita in poi ha scelto la reclusione, consacrandosi alla pigrizia e alla prudenza. Un tizio che amava rivendicare vizi e idiosincrasie. Che si crogiolava nelle sue smemoratezze e nelle sue inettitudini. Era un bel signore con la barba, un po’ bassetto forse, ma parecchio distinto. Si chiamava Michel Eyquem, viveva a Montaigne. Era un aristocratico di freschissima nobiltà, aveva avuto una carriera politica assai modesta, tanto che a un certo punto l’aveva mollata per mettersi a leggere. Mica a scrivere (troppo faticoso, troppo vanaglorioso). A leggere. E mica con ordine e disciplina, ma un po’ alla rinfusa, come bisognerebbe studiare. La decisione di mettersi a scrivere i suoi pensieri, sfusi come un vino di pessima qualità, gli venne quando la reclusione iniziò a pesargli. Quella caotica raccolta di appunti oggi costituisce uno dei libri fondativi della letteratura occidentale, oltre che un prezioso vademecum per qualsiasi spirito scettico e spiritoso. Be’, da un tizio così ti aspetti che esalti le dolcezze dell’abitudine. Ma non sarebbe Montaigne se non dicesse proprio ciò che non ti aspetti.

Alessandro Piperno, in La Lettura #212, pag. 5

Voglio provare l'ebbrezza

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Voglio provare l’ebbrezza di essere forte, di fronteggiare ogni situazione col sangue freddo anche se nel cuore si scatena l’inferno, voglio provare l’ebbrezza di correre per chilometri e fermarmi a un passo dal crollo e sentire le forze tornare, voglio sollevare pesi gemendo e guardandomi nella nudità del dolore, e tornare a sentirmi integro col pensiero che ricomincia a correre, voglio provare l’ebbrezza di sentire che la sto perdendo senza che ci sia un domani e ritrovarla accanto con la forza del senso, voglio provare l’ebbrezza di non passare inosservato e guardare le persone anche con gli occhi appannati dalle lacrime, e tornare a ridere per la gioia della bellezza, voglio provare l’ebbrezza di non aver paura, di esserci ogni volta che vengo chiamato, di vedere un futuro, di aspettare, aspettare, aspettare, aspettare, voglio provare l’ebbrezza di sopportare il silenzio e di vedere la bellezza attraversando tutto.