Patti Smith’s playlist

La playlist di Patti Smith è quindi composta da Il Maestro e Margherita, da una doppietta di Herman Hesse e di Melville, dai sacri Burroughs, Ginsberg, Blake e Rimbaud. Poi, dalla meno scontata Charlotte Brontë, dalle preziosità di Wilde (Il principe felice) e di certo Gerard Nerval (Donne del Cairo). E ancora: dal potente Sotto il vulcano, dall’inquietudine di Pessoa, dalle bizzarrie di Daumal (La gran bevuta), di Lovecraft e Sebald. La scelta di Patti Smith si orienta poi verso libri più celebrali e saggistici come Huntley (The divine proportion) e si fionda in salvo in un angolino (Poeta a New York di Lorca e L’onore perduto di Katharina Blum di Böll)…

Faccio il risotto con lo stesso impegno di Einstein

Stupisce il fatto che il diarietto del virus venga relegato a pagina 20: in altri tempi Piccolo troneggiava regolarmente dopo la copertina, nella prima sezione intitolata “Il dibattito delle idee. Stavolta, invece, a pagina 2 regna Paolo Giordano (i tempi sono cambiati) con una lunga intervista a Jared Diamond sulla pandemia, e la prima domanda del giovane scrittore è: «Quando ha realizzato che questa pandemia sarebbe stata diversa?».

Ha realizzato.

Ecco l’orribile, orribile, orribile anglo-americanismo che pezzo a pezzo sta divorando la prosa, l’eloquio, perfino le attività cognitive delle persone. Siamo arrivati al punto in cui dire una cosa semplice come “quando si è reso conto che sarebbe stata diversa…” è diventato così difficile da sopraffare giornalisti, scrittori, intellettuali, scrivani…

Il diario del virus, la tata in quarantena ecc.

«Oggi sono morte 427 persone» è l’incipit. «427 è un numero mostruoso. Più o meno come se morissero tutti insieme i calciatori delle 20 squadre di serie A, titolari, riserve, allenatori, massaggiatori e pure gli arbitri. Proviamo a pensare come l’avremmo vissuta, a come la vivremmo».
Ci fermiamo e proviamo a pensarci. La serie A che viene sterminata, con tutti gli arbitri: un’immagine così potente che fatichiamo a riprendere fiato. (Se qualcuno si mettesse a sogghignare, ricordi che resta la serie B).

[ quando “la Lettura” del Corsera pretendeva di raccontare la pandemia dopo neanche un mese, ovvero gli “otto scrittori” ]

Parlare di sé

Ci sono vari modi di parlare di sé. Il già citato Chateaubriand, per esempio, aveva il vizio di elogiarsi quasi a ogni riga. Era sempre in posa, pronto per il monumento equestre. Da qui quello stile ampolloso e oracolare. È come se dicesse: guardatemi, sono un fuoriclasse e sto per consegnarvi verità assolute che solo io posso cogliere perché sono un genio. Questo modo di promuoversi ha avuto una fortuna postuma non meno impressionante di quella di Montaigne. Quando leggi Barrès, d’Annunzio o ti imbatti in vecchie interviste di Carmelo Bene, avverti lo stesso orgoglio, la medesima tracotanza di Chateaubriand. Un egotismo spavaldo, a tratti paranoico e risentito.
La modalità di Montaigne è diametralmente opposta. Lui non fa che denigrarsi; si presenta sotto i panni dell’uomo qualunque, del mediocre, fa sfoggio di sobrietà e understatement. Sembra provare gusto nel sabotarsi, e con un’insistenza che scantona nella civetteria. In fondo l’autodenigrazione è un modo come un altro di celebrarsi.
In uno dei suoi primi saggi intitolato Sui bugiardi, mette subito le carte in tavola. In un’epoca come la sua, il tardo Rinascimento, in cui i dotti sono tali proprio per la loro straordinaria cultura nutrita da un’altrettanto strabiliante memoria, lui confessa di essere il re degli smemorati. Questo diventerà uno dei motivi ricorrenti dei Saggi. Non per caso parlavo di civetteria. Che un uomo così colto passi la vita ad accusarsi di essere ignorante, di non essere in grado di trattenere alcuna nozione, di scordare tutto, può apparire stucchevole. Ma bisogna considerare che il vezzo è parte di una calibrata strategia retorica. Da un lato Montaigne, seduttore impenitente, vuole mettersi alla stessa altezza del lettore, dall’altra evita ogni pedanteria, per cui ha un autentica avversione. In tal modo illustra come talvolta nella vita un difetto possa tramutarsi in vantaggio, se non addirittura in un pregio. In fondo, ci spiega, è stata la sua memoria fallace a liberarlo dall’ambizione e dal risentimento. A fare di lui un oratore succinto. Poi si sbriga a farci notare come solo i bugiardi e gli ipocriti abbiano bisogno di una buona memoria; la gente onesta, chi si contenta della verità, può farne a meno.
Ecco come Montaigne parla di sé: per scorci, approssimazioni, retromarce impreviste. Ti dice che per trarre davvero un insegnamento dai tuoi maestri, piuttosto che credere a ciò che dicono o attenerti ai loro ammaestramenti, è più utile valutare come si comportano. Il tono di Montaigne è interlocutorio, l’autocommiserazione cede il passo a un’elegante rassegnazione. Il giudizio è sospeso. Non a caso Sainte-Beuve lo ha definito «il germe di tante opere future in cui l’io sarà il solo protagonista».

Alessandro Piperno, la Lettura #326, pag. 4

Homo sapiens solitarius

Ilya Fedotov-Fedorov, Homo sapiens solitarius, installazione, 2015

«La presunzione di sapere è contagiosa. Milioni di persone possono pensare di aver capito solo perché il vicino pensa di aver capito e questo, a sua volta, si è affidato al vicino… È così che nasce l’ideologia: già all’origine di diverse guerre nel passato, ora sta disgregando l’Occidente, dove cresce la  polarizzazione. Singole comunità si allontanano, ciascuna con i suoi leader, i suoi valori, la sua certezza di capire basata sul nulla».

— La radicalizzazione delle posizioni rischia di diventare più forte oggi che i social network ci chiudono nella bolla degli amici che la pensano come noi?

«Sì, soprattutto perché la cosiddetta echo chamber — la condizione in cui le informazioni si rafforzano in quanto ribadite entro un sistema definito — non riguarda solo un gruppo di vicini di casa ma città, nazioni. Attraverso internet o i satelliti attraverso cui riceviamo notizie da tutto il pianeta. Io stesso ho colleghi con i quali dialogo di politica e mi isolo dagli altri. Dati americani mostrano tuttavia che a favorire la polarizzazione non sono tanto i social. Solo il 14% dei votanti negli Stati Uniti li usa per informarsi; la maggior parte apprende le notizie dalla tv. Ed è questo gruppo, formato dai più anziani, ad avere posizioni più radicali. La polarizzazione non dipende solo dalla Rete».

— Quali sono le altre cause?

«La globalizzazione, la crisi economica. Negli Stati Uniti tutto è iniziato negli anni Novanta, quando i repubblicani lanciarono il cosiddetto “Contratto con l’America”, creando un’ideologia che si è autorinforzata, separandosi sempre più dai liberal. In precedenza le comunità erano dominate dal buon senso, riunite attorno a figure ritenute autorevoli come i religiosi o gli intellettuali. Poi è avvenuta la disgregazione dietro a singoli maître à penser che parlano senza appoggiarsi a dati oggettivi, ma convinti di sapere».

— Viviamo una crisi della competenza?

«Sì, ed è pericolosissima. I vertici politici non hanno rispetto per la preparazione. Un leader forte invece è chi, consapevole di non sapere tutto, ascolta gli esperti. L’intelligenza non è solo la quantità di informazioni che immagazziniamo o la velocità con cui lo facciamo. Alla luce del nostro pensiero collettivo, l’intelligenza è quanto un individuo contribuisce alla comunità. Spesso i colloqui di lavoro sono inefficaci perché valutano le capacità individuali e non il potenziale contributo al ragionamento comune per la risoluzione dei problemi. Bisognerebbe valorizzare abilità come l’empatia e l’ascolto».

[ Steven Sloman intervistato da Alessia Rastelli, la Lettura #324, pag. 8 ]

Turkish border

Kurdish civilians on the Syrian border fleeing a Turkish military offensive launch. Credit: AFP

https://www.telegraph.co.uk/news/2019/10/09/really-scared-war-british-woman-volunteering-kurds-flees-border/

Shelter Sleepers

Henry Moore, Study for Shelter Sleepers, 1941

«Negli anni Sessanta ho avuto la fortuna di incontrare alcuni dei più grandi artisti del XX secolo. Scoprii subito che erano diversi l’uno dall’altro. Bacon era modesto e pieno di dubbi. Sapeva che ero uno zoologo: era preoccupato che non approvassi la sua interpretazione pittorica delle espressioni facciali umane o di certi animali. Ricordo un suo dipinto che mostrava un babbuino colto mentre stava urlando. Forse l’aveva copiato da una famosa fotografia dove appariva un babbuino che, però, sbadigliava. Non osai dirglielo: sapevo che si sarebbe precipitato nel suo atelier e avrebbe distrutto quel quadro. Come gli capitava spesso di fare, perché non era mai soddisfatto. Francis viveva una vita sociale maledetta. Molto diversa da quella di Moore. Henry aveva un’esistenza familiare felice e stabile: avrebbe potuto essere un contadino dello Yorkshire. Anch’egli ha sempre voluto interrogarmi sugli animali. Miró, infine. Si vestiva come un banchiere o un diplomatico spagnolo. Era tranquillo e riservato. Parlando con lui, non avresti mai potuto immaginare quanto fosse drammatico il suo linguaggio. Era come se avesse destinato tutte le sue potenti emozioni solo ai dipinti. Moore e Miró erano tranquilli uomini di famiglia, mentre Bacon e Dalí erano selvaggi. Ma, pur se molto differenti tra loro, questi artisti avevano una cosa in comune: erano motivati a creare opere d’arte e lavoravano duramente, concentrandosi per lunghe ore nei loro studi».

Desmond Morris intervistato da Vincenzo Trione, la Lettura #322, pag. 28