la carta

Chi usa il social per fotografare ed esibire l’articolo di giornale o di rivista che parla di un certo libro (proprio o altrui), in pratica invita a fare due cose: “andare” a comprare il giornale o la rivista per leggerne la recensione e il trafiletto, e in seconda istanza “andare” a comprare il libro.
Ma se uno passa il tempo su Facebook, difficilmente va a distrarsi uscendone, se non per incombenze o commissioni necessarie. Si ha l’impressione che pensare d’indurre ad andare in edicola — con una foto postata sul social — chi d’abitudine legge, consulta, si esprime e vive nel social diventi sempre più velleitario. «Hai visto? Vallo a comprare e cerca questa pagina!» sarebbe il messaggio. Cioè, si documenta l’esistenza dell’articolo stampato e si chiede di andarselo a procurare dal giornalaio, cercando la pagina dove c’è la recensione o la segnalazione. E lo si fa lì, in un mare dove già nuotano recensioni segnalazioni e articoli di tutti i generi, di tutti gli orientamenti, di tutte le levature, che sarebbero capaci di riempire tutte le giornate di tutti i navigatori. «Perché la qualità sta nella carta stampata», sarebbe il messaggio di seconda istanza: cosa sempre meno vera, purtroppo, ma anche sempre meno utile, soprattutto in un habitat dove le abitudini e le prassi vengono sempre più condizionate.
Io vedo un lungo, lento tramonto.

Il geniale cacasotto

L’autore stesso, figlio di un matrimonio misto, mezzo ebreo e mezzo cattolico – circostanza che lo accomuna al protagonista del romanzo – diviso a metà fra la vita letteraria e quella accademica, autore di articoli culturali sui giornali à la page che non trasudano mai, contrariamente a quelli dei suoi colleghi, scadente progressismo, è infatti un vero e proprio dangling man. Con il suo snobissimo aplomb – favorito da abiti sartoriali, occhiali di foggia raffinata, atteggiamento blasé e pasti consumati presso storici ristoranti pariolini – calza il piede in due scarpe e ci riesce egregiamente, lo fa in maniera disinvolta, con una discreta nonchalance, e con il suo contagioso humor giudaico intorta i radical-chic altoborghesi di cui si fa beffe nei suoi romanzi. Questi ultimi, non paghi d’esser ferocemente parodiati – o forse non avendo compreso il fatto – lo prendono sul serio, lo reputano un affiliato alla propria consorteria, e nel 2012 gli conferiscono perfino il premio Strega tanto anelato dalla cricca – per il romanzo Inseparabili – in occasione della qual vittoria, l’autore, dopo aver tracannato mezza bottiglia dell’omonimo liquore, guadagna un immediato ricovero ospedaliero con conseguente colecistectomia, dando vita a una sorta di situazione metaletteraria.

https://www.lintellettualedissidente.it/pangea/alessandro-piperno-romanzo/

piacere vs/ felicità

Roxy Paine, Control Room, installazione mixed media, 2013


Come definire piacere e felicità?

«Ci sono sette differenze fondamentali. Il piacere è effimero mentre la felicità durevole, il piacere è viscerale e aumenta la pressione e il battito cardiaco mentre la felicità è più spirituale e rilassante, piacere è prendere (lo vediamo nello shopping o nel gioco d’azzardo) mentre alla felicità si arriva con il dare; il piacere può essere ottenuto con sostanze legali o non mentre la felicità è darsi obiettivi e raggiungerli, il piacere è una condizione di solitudine mentre la felicità si sperimenta in società, gli eccessi nel piacere provocano dipendenza mentre la felicità no. Soprattutto, il piacere immediato, il bisogno di ricompensa, è il campo della dopamina, mentre la felicità, l’appagamento, quello della serotonina. Sono entrambi due neuro-trasmettitori, ma non potrebbero funzionare in modo più diverso. Possiamo avere piacere e felicità solo se riusciamo a farli lavorare insieme».

Perché questo non accade?

«Viviamo in una società che stimola continuamente i meccanismi della ricompensa immediata, del piacere a corto raggio. I circuiti cerebrali sono occupati dalla dopamina, e sempre meno disponibili per produrre serotonina. Per esempio, l’abuso delle tecnologie scatena dopamina e riduce la serotonina. Il bisogno di controllare le email, i messaggi, le notifiche, la tendenza all’accumulo di follower o di like: qui si vede bene la dipendenza psicologica provocata dal bisogno di ricompensa immediata».

Come funziona l’abuso dei social media?

«Prendiamo l’interazione tra due persone. Se si svolge su Facebook, per esempio, questa attiva il circuito del piacere, soggetto al rischio di dipendenza. Abbiamo bisogno di sempre più like, sempre più contatti: la dopamina è in azione. Quando due persone si incontrano nella realtà, invece, gli sguardi reciproci attivano i neuroni-specchio alla base dell’empatia, e inducono la sintesi della serotonina».

Robert Lustig intervistato da Stefano Montefiori, la Lettura #324, pag. 11

Patti Smith’s playlist

La playlist di Patti Smith è quindi composta da Il Maestro e Margherita, da una doppietta di Herman Hesse e di Melville, dai sacri Burroughs, Ginsberg, Blake e Rimbaud. Poi, dalla meno scontata Charlotte Brontë, dalle preziosità di Wilde (Il principe felice) e di certo Gerard Nerval (Donne del Cairo). E ancora: dal potente Sotto il vulcano, dall’inquietudine di Pessoa, dalle bizzarrie di Daumal (La gran bevuta), di Lovecraft e Sebald. La scelta di Patti Smith si orienta poi verso libri più celebrali e saggistici come Huntley (The divine proportion) e si fionda in salvo in un angolino (Poeta a New York di Lorca e L’onore perduto di Katharina Blum di Böll)…

Parlare di sé

Ci sono vari modi di parlare di sé. Il già citato Chateaubriand, per esempio, aveva il vizio di elogiarsi quasi a ogni riga. Era sempre in posa, pronto per il monumento equestre. Da qui quello stile ampolloso e oracolare. È come se dicesse: guardatemi, sono un fuoriclasse e sto per consegnarvi verità assolute che solo io posso cogliere perché sono un genio. Questo modo di promuoversi ha avuto una fortuna postuma non meno impressionante di quella di Montaigne. Quando leggi Barrès, d’Annunzio o ti imbatti in vecchie interviste di Carmelo Bene, avverti lo stesso orgoglio, la medesima tracotanza di Chateaubriand. Un egotismo spavaldo, a tratti paranoico e risentito.
La modalità di Montaigne è diametralmente opposta. Lui non fa che denigrarsi; si presenta sotto i panni dell’uomo qualunque, del mediocre, fa sfoggio di sobrietà e understatement. Sembra provare gusto nel sabotarsi, e con un’insistenza che scantona nella civetteria. In fondo l’autodenigrazione è un modo come un altro di celebrarsi.
In uno dei suoi primi saggi intitolato Sui bugiardi, mette subito le carte in tavola. In un’epoca come la sua, il tardo Rinascimento, in cui i dotti sono tali proprio per la loro straordinaria cultura nutrita da un’altrettanto strabiliante memoria, lui confessa di essere il re degli smemorati. Questo diventerà uno dei motivi ricorrenti dei Saggi. Non per caso parlavo di civetteria. Che un uomo così colto passi la vita ad accusarsi di essere ignorante, di non essere in grado di trattenere alcuna nozione, di scordare tutto, può apparire stucchevole. Ma bisogna considerare che il vezzo è parte di una calibrata strategia retorica. Da un lato Montaigne, seduttore impenitente, vuole mettersi alla stessa altezza del lettore, dall’altra evita ogni pedanteria, per cui ha un autentica avversione. In tal modo illustra come talvolta nella vita un difetto possa tramutarsi in vantaggio, se non addirittura in un pregio. In fondo, ci spiega, è stata la sua memoria fallace a liberarlo dall’ambizione e dal risentimento. A fare di lui un oratore succinto. Poi si sbriga a farci notare come solo i bugiardi e gli ipocriti abbiano bisogno di una buona memoria; la gente onesta, chi si contenta della verità, può farne a meno.
Ecco come Montaigne parla di sé: per scorci, approssimazioni, retromarce impreviste. Ti dice che per trarre davvero un insegnamento dai tuoi maestri, piuttosto che credere a ciò che dicono o attenerti ai loro ammaestramenti, è più utile valutare come si comportano. Il tono di Montaigne è interlocutorio, l’autocommiserazione cede il passo a un’elegante rassegnazione. Il giudizio è sospeso. Non a caso Sainte-Beuve lo ha definito «il germe di tante opere future in cui l’io sarà il solo protagonista».

Alessandro Piperno, la Lettura #326, pag. 4

Homo sapiens solitarius

Ilya Fedotov-Fedorov, Homo sapiens solitarius, installazione, 2015

«La presunzione di sapere è contagiosa. Milioni di persone possono pensare di aver capito solo perché il vicino pensa di aver capito e questo, a sua volta, si è affidato al vicino… È così che nasce l’ideologia: già all’origine di diverse guerre nel passato, ora sta disgregando l’Occidente, dove cresce la  polarizzazione. Singole comunità si allontanano, ciascuna con i suoi leader, i suoi valori, la sua certezza di capire basata sul nulla».

— La radicalizzazione delle posizioni rischia di diventare più forte oggi che i social network ci chiudono nella bolla degli amici che la pensano come noi?

«Sì, soprattutto perché la cosiddetta echo chamber — la condizione in cui le informazioni si rafforzano in quanto ribadite entro un sistema definito — non riguarda solo un gruppo di vicini di casa ma città, nazioni. Attraverso internet o i satelliti attraverso cui riceviamo notizie da tutto il pianeta. Io stesso ho colleghi con i quali dialogo di politica e mi isolo dagli altri. Dati americani mostrano tuttavia che a favorire la polarizzazione non sono tanto i social. Solo il 14% dei votanti negli Stati Uniti li usa per informarsi; la maggior parte apprende le notizie dalla tv. Ed è questo gruppo, formato dai più anziani, ad avere posizioni più radicali. La polarizzazione non dipende solo dalla Rete».

— Quali sono le altre cause?

«La globalizzazione, la crisi economica. Negli Stati Uniti tutto è iniziato negli anni Novanta, quando i repubblicani lanciarono il cosiddetto “Contratto con l’America”, creando un’ideologia che si è autorinforzata, separandosi sempre più dai liberal. In precedenza le comunità erano dominate dal buon senso, riunite attorno a figure ritenute autorevoli come i religiosi o gli intellettuali. Poi è avvenuta la disgregazione dietro a singoli maître à penser che parlano senza appoggiarsi a dati oggettivi, ma convinti di sapere».

— Viviamo una crisi della competenza?

«Sì, ed è pericolosissima. I vertici politici non hanno rispetto per la preparazione. Un leader forte invece è chi, consapevole di non sapere tutto, ascolta gli esperti. L’intelligenza non è solo la quantità di informazioni che immagazziniamo o la velocità con cui lo facciamo. Alla luce del nostro pensiero collettivo, l’intelligenza è quanto un individuo contribuisce alla comunità. Spesso i colloqui di lavoro sono inefficaci perché valutano le capacità individuali e non il potenziale contributo al ragionamento comune per la risoluzione dei problemi. Bisognerebbe valorizzare abilità come l’empatia e l’ascolto».

[ Steven Sloman intervistato da Alessia Rastelli, la Lettura #324, pag. 8 ]