Joker

Arthur Flack waiting behind the curtains to appear on Murray Franklin’s show.
Joker directed by Todd Phillips, 2019

Turkish border

Kurdish civilians on the Syrian border fleeing a Turkish military offensive launch. Credit: AFP

https://www.telegraph.co.uk/news/2019/10/09/really-scared-war-british-woman-volunteering-kurds-flees-border/

Shelter Sleepers

Henry Moore, Study for Shelter Sleepers, 1941

«Negli anni Sessanta ho avuto la fortuna di incontrare alcuni dei più grandi artisti del XX secolo. Scoprii subito che erano diversi l’uno dall’altro. Bacon era modesto e pieno di dubbi. Sapeva che ero uno zoologo: era preoccupato che non approvassi la sua interpretazione pittorica delle espressioni facciali umane o di certi animali. Ricordo un suo dipinto che mostrava un babbuino colto mentre stava urlando. Forse l’aveva copiato da una famosa fotografia dove appariva un babbuino che, però, sbadigliava. Non osai dirglielo: sapevo che si sarebbe precipitato nel suo atelier e avrebbe distrutto quel quadro. Come gli capitava spesso di fare, perché non era mai soddisfatto. Francis viveva una vita sociale maledetta. Molto diversa da quella di Moore. Henry aveva un’esistenza familiare felice e stabile: avrebbe potuto essere un contadino dello Yorkshire. Anch’egli ha sempre voluto interrogarmi sugli animali. Miró, infine. Si vestiva come un banchiere o un diplomatico spagnolo. Era tranquillo e riservato. Parlando con lui, non avresti mai potuto immaginare quanto fosse drammatico il suo linguaggio. Era come se avesse destinato tutte le sue potenti emozioni solo ai dipinti. Moore e Miró erano tranquilli uomini di famiglia, mentre Bacon e Dalí erano selvaggi. Ma, pur se molto differenti tra loro, questi artisti avevano una cosa in comune: erano motivati a creare opere d’arte e lavoravano duramente, concentrandosi per lunghe ore nei loro studi».

Desmond Morris intervistato da Vincenzo Trione, la Lettura #322, pag. 28

#60

Maurice Brianchon, Nu couché, oil on canvas

Quando si ama davvero una persona, ma sul serio, la si cura con un senso di responsabilità maturo e totale. Le proprie istanze, pur naturali, pur umane, i sentimenti e le pulsioni che esistono e premono, non interferiscono, non inquinano, non feriscono chi si ama. E riuscire ad amare anche se stessi, sul serio, in maniera giusta e responsabile, è fondamentale in questo.

Disubbidienza

Giuseppe Capogrossi, Superficie 154, 1956

Strano destino quello della disubbidienza: da sempre esecrata e repressa. Seguita da un castigo, da una punizione da parte di Dio e degli uomini, talvolta anche dalla natura, per aver infranto l’ordine, ignorato la regola, contravvenuto a un obbligo. Dal peccato originale che spinse Adamo ed Eva a cogliere il frutto proibito, l’esistenza futura si è giocata tutta nella ricerca di una riparazione per il torto inferto all’Assoluto. Se Adamo non avesse osato sfidare l’ordine superiore, ci godremmo ancora le delizie dell’Eden. Obbedienti. Annoiati e incoscienti.
Ma la disubbidienza è pur sempre una forma di arroganza. Si mettono in discussione l’autorità e il rispetto della giusta misura (katà métron), che sia la durata della vita o i limiti delle capacità umane. Arrogante è chi si ritiene in diritto di superare il limite prestabilito e perciò è punito dalla natura, se la sua azione ne ha infrante le leggi; dai tribunali se ha violato le leggi umane. Il katà métron è una variabile dipendente, fluttua come un titolo in Borsa, a seconda della cultura di un popolo o della sensibilità etica. Oggi volare non è un gesto di arroganza, ma pretendere di farlo al tempo di Icaro era un delitto da pagare con la vita.
I Greci si erano inventati persino una divinità per ridurre all’obbedienza, la Nemesi, dea alata della giustizia, munita di spada e bilancia. Pronta a punire ogni segno di superbia, raddrizzatrice di torti e restauratrice di equilibri messi in discussione, per rimettere l’uomo al suo posto. Da mano armata degli dèi a forza distruttiva della natura il passo è breve. Nella sua forma moderna, la Nemesi storica vendica le vittime di soprusi compiuti dal malgoverno: non più di un atto consolatorio.
Nella convinzione che la giusta misura non fosse fissata per sempre, l’uomo ne ha allargato i limiti. Col tempo l’asticella è stata posta sempre più in alto, sicché l’area dell’ubbidienza si è fatta progressivamente più vasta e l’arroganza ha dovuto trovarsi nuovi e più scomodi settori d’intervento.

Carlo Bordoni in la Lettura #276, pag. 11

Il discettare umano al tempo globale

 

«Parmi d’aver per lunghe esperienze osservato, tale esser la condizione umana intorno alle cose intellettuali, che quanto altri meno ne intende e sa, tanto più risolutamente voglia discorrerne; e che, all’incontro, la moltitudine delle cose conosciute ed intese renda più lento ed irresoluto al sentenziare circa qualche novità.»

Galileo Galilei, Il Saggiatore

masserizie

00

Rivedere il passato lo si fa sempre con nuovi bagagli, masserizie mentali che occupano lo spazio cerebrale e i moti cognitivi. Così si coltiva un’idea che cresce come una pianta, modificandosi via via e ingrandendosi – o allargandosi per tappezzare il terreno – e andando a creare l’idea di un passato. Che spesso non combacia con quello che è stato veramente, e va a interferire in modo importante con l’idea del futuro che, volenti o nolenti, dobbiamo maneggiare. O per coltivarla, o per vederla vuota e non saper che farci, o per rifiutarla.

#59

Will Dielenberg, from The International Landscape Photographer of the Year

Finiamola di pensare alla fantasiosa, irrealizzabile possibilità di andare indietro nel tempo — anche solo di poco — per adottare i comportamenti giusti e ritornare a oggi con i vantaggi conseguenti. Facile, sarebbe, come viaggiare nei secoli con la Macchina del Tempo. Ma secondo le ultime teorie il tempo non scorre all’interno dell’universo: passato, presente e futuro sono rappresentati in un unico blocco. E all’interno di questo universo-blocco non è il tempo a scorrere, ma sono le forme di vita ad arrampicarsi per una linea che ne costituisce il tracciato. La cognizione del tempo, quindi, sarebbe una pura costruzione umana, cognitiva, concettuale e culturale.

Tutto è natura

url

Scrive Vito Mancuso, in L’anima e il suo destino, che tutto è natura. Tutto, quindi anche il fenomeno umano, con i suoi portati culturali, spirituali, etici. Il dualismo natura-cultura, dunque, è un paradigma non accettabile. Se tutto è natura, e se Dio esiste, anche Dio va pensato come Natura, nella forma più alta. La natura è un processo, un continuo divenire. In questo continuo divenire è ricorrente la presenza dell’errore. Se all’origine dell’evoluzione c’è l’inizio di una sequenza di mutazioni, le quali tendono a conformarsi a un ordine superiore, a un “accrescimento” dell’organizzazione del sistema vivente, quando compare l’errore che crea qualcosa di disumano (come la malattia genetica che condanna un essere umano alla degenerazione, alla sofferenza e alla morte), quella singola mutazione non conforme all’ordine superiore non viene accettata all’interno del sistema e dunque non viene riprodotta. Quelle mutazioni, invece, che sono destinate a contribuire a un’organizzazione maggiore non vengono eliminate, ma riprodotte. Questo fa pensare all’esistenza di un sistema che configura un ordine superiore, concettualmente riconducibile all’idea di Dio. Un’idea che porta con sé l’idea di costruzione, di associazione, di altruismo, di inclusione.

Il senso

Non basta rivolgersi a un destinatario ideale per chiedere il senso della vita. Il senso della vita va costruito, e per costruire servono progetti, e per progettare serve coscienza applicata, assistita dalle competenze e dalle abilità, e per esprimere le abilità serve fiducia in se stessi, e per avere fiducia in se stessi è necessario amarsi almeno quel tanto che basta, e per amarsi bisogna superare una vita di condizionamenti negativi, e per superare tutto questo bisogna esorcizzare definitivamente gli errori e le lotte finite male, e per riuscire nell’esorcismo le ferite devono essere guarite. Poi, anche se restano le cicatrici, potrò essere amato lo stesso.