Adelphi

 

Caro direttore, sono lieto dell’occasione che mi offre l’amico Pampaloni, con la sua lettera pubblicata nel numero del 14 giugno di Tuttolibri, di rendere noti ai lettorI del Suo giornale alcuni fatti riguardanti l’editoria che, forse, potranno interessarli. Preferisco rispondere in questo modo anche all’amico Pampaloni che, pur ammettendo per sua esperienza di «sapere bene come certe cose possono andare» e pur «apprezzando moltissimo» il nostro lavoro, ci rimprovera pubblicamente di aver «umiliato» uno scrittore che stima molto, Angelo Fiore, perché dopo cinque mesi dal ricevimento del manoscritto di un suo nuovo romanzo noi non abbiamo ancora risposto se intendiamo pubblicarlo oppure no. Occorre dunque sapere che un editore di modeste dimensioni come l’Adelphi che, nel campo della narrativa italiana non pubblica più di due o tre novità all’anno, ha ricevuto dal primo gennaio 1980 ben ottantotto manoscritti da esaminare, cioè un po’ più di uno ogni due giorni. Quanti ne abbiano ricevuti nello stesso periodo Mondadori, Rizzoli, Garzanti, Einaudi e altri editori ben più grossi di noi, non è difficile immaginare. Un popolo come il nostro, che notoriamente legge poco, scrive dunque moltissimo, e non è improbabile, almeno a giudicare dal modesto livello della grande maggioranza dei manoscritti ricevuti che i due fatti siano strettamente collegati.
Comunque sia, per quel che ci riguarda, tutti questi manoscritti vengono esaminati da tre di noi, e ciò in virtù d’un principio a cui una casa editrice come la nostra non può né deve rinunciare: noi non facciamo ricorso a lettori esterni e occasionali come avviene invece, direi per necessità, nelle case editrici più grandi. Ciò significa che queste tre persone dovrebbero esaminare, e discutere, più di diciassette manoscritti al mese e, oltre a ciò, condurre un lavoro di ricerca e di lettura che, svolgendosi nell’ambito di diverse letterature straniere, dei nostri e di altri tempi, è comprensibilmente di maggiore mole. Ciò è praticamente irrealizzabile. È chiaro che la maggior parte dei manoscritti italiani che riceviamo cadono a una prima lettura, senza possibilità di appello, e vengono restituiti agli autori nel giro di due o tre mesi. Ma per gli altri, che giudichiamo più interessanti, si passa a una seconda e, talora, a una terza lettura, con la conseguenza che i tempi si allungano. Questo è appunto il caso del libro di Fiore a cui si riferisce la lettera dell’amico Pampaloni. Che Fiore, e Pampaloni come proponente, meritassero una procedura speciale, più sollecita, sono io il primo ad ammettere, e qui voglio scusarmi con loro, ma anche spiegare, non soltanto a loro, la situazione non facile in cui un editore italiano si trova di fronte a un numero esorbitante di proposte, di cui molte con carattere d’urgenza. Potrei, a questo punto, consigliare gli autori desiderosi di una risposta sollecita di rivolgersi alle grandi case editrici e non a noi, se non sapessi per diretta esperienza che anche con loro magari per motivi diversi, i tempi d’attesa sono press’a poco gli stessi, se non maggiori. Francamente non credo che si tratti di un malcostume editoriale da denunciare pubblicamente, ma del risultato di una situazione obiettiva. L’amico Pampaloni vuole infine allontanare da noi il sospetto che la scoperta di Morselli sia stata soltanto «una benevolenza della sorte». Mi permetto di dissentire, su questo punto, da chi è stato, tra i critici, uno dei primissimi e più convinti «scopritori» di Morselli: la benevolenza della sorte ci è gradita, e noi vorremmo ogni anno averne prova concreta con la scoperta di altri autori come lui. Ricordo il piacere di chi, tra noi, lesse per primo un suo manoscritto, e come questo piacere, comunicandosi, rese gli altri due impazienti di leggerlo. Un’ultima cosa vorrei dire, visto che ne ho l’occasione, a coloro che volessero, anche dopo questa mia lettera, inviarci i loro manoscritti in lettura: di esaminare prima il nostro catalogo per rendersi ben conto dei limiti della nostra attività e dei criteri che ispirano le nostre scelte. Ciò avrebbe, per noi e per gli autori, il vantaggio di accelerare la procedura che ho cercato sopra di descrivere.

Luciano Foà, Tuttolibri della Stampa, 28 giugno 1980

Revolutionary Road

François Duhamel, Kate Winslet in Revolutionary Road directed by Sam Mendes

Come ti ho detto, la sensazione che ho condiviso con la protagonista di Revolutionary Road è stata quella di sentirsi in trappola, senza scampo: di vedersi chiudere, seppure in modo morbido e subdolo, le vie di fuga. Di vedersi negare l’anelito a vivere in modo approriato, accettabile, a esercitare un livello minimale di scelte, secondo le proprie inclinazioni.
Così la vita ti frega, portandoti alle scelte sbagliate, facendo scegliere te (quindi con tua responsabilità) ma condizionandoti in modo irreversibile. Da lì non puoi più nulla, puoi solo rammaricarti e recriminare, quindi soffrire. Nei casi estremi, estirparti. Oppure puoi, se hai la forza, rasserenarti e fregare tutti, semplicemente estirpandoti i desideri e mantenendo il livello biologico nella norma: vivere e godere delle non-disgrazie e della conseguente normalità, e degli indubbi privilegi che ciò comporta. Quindi, restare nella gabbia e osservare il fuori con occhio pacificato, con la sola consolazione di aver capito.

Writing 76

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Comincio a pensare che incarni un approdo. Un punto in cui si arriva seguendo il richiamo al senso naturale. Un punto dove il conforto si fa palpabile, non più agognato e promesso, ma vero. E sperimentare il conforto, come sai esprimerlo e trasmetterlo tu, permette d’avviare una rigenerazione. Non più il peso di quel che è stato, che ero diventato, che non volevo aver fatto. Queste cose – così pesanti, condizionanti – ora si sono velate, per essere dismesse e trasferite altrove. Fantasmi che si possono guardare dall’esterno, per riconoscerne le forme e farne un consuntivo. Ed è un vivere diverso.

Writing 75

Dev’essere la mia continua ricerca di senso, questa invincibile resistenza al mollare del tutto. Continuo a trovare le cose, a osservarle, a pensarle, e le mostro, immaginando di condividerle con te. Di guardarle insieme, di parlarne, di rifletterci. E quando ti vedo in qualsiasi modo, anche per frammenti, provo un’emozione grande, perché hai tutta la bellezza che un essere umano può possedere. Hai creato un insieme formidabile, con l’impegno, la profondità, la determinazione, la chiarezza degli intenti. Oltre a essere integrale e delicata, sei forte e attenta, ineguagliabile, capace di costruire e di far luce. Per questo m’impressioni tanto. A volte sembra che il cuore prema per venire a te, e quando ti sento, anche nell’aria, sorrido sempre. Perché mi vedo vivo, avverto la mia forza, che mi fa qualcosa d’importante. Sentire il tuo sguardo mi porta avanti, mi dà senso. E mi dà vigore, perché il tuo sguardo, il tuo sorriso sono risananti e preziosi. Con la tua presenza mi dai cose che non avrei immaginato, per questo stento a definire ciò che provo: è un insieme profondo, che mi prende intero. Qualcosa di naturale, come naturale sei tu.


Writing 74

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A volte penso a come ho riconosciuto subito il tuo talento di vita, un talento così netto e chiaro da definire tutto il tuo insieme di bellezza. Un talento che si legge anche nella luce degli occhi, nel disegno del viso, nell’immediatezza del sorriso. Che quando si apre lo fa in modo diretto, spontaneo, coinvolgendo tutto il tuo essere. Perché sei delicata e forte, sei completa ma sempre in formazione, questa la cosa stupefacente.

Writing 73

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La tua forza è nella trasparenza dello sguardo e del linguaggio. Negli occhi che splendono. Nelle cose che dici, univoche, chiare, propositive, e positive. Nell’osservazione, dove dai sempre una forma comprensibile alla realtà. Sai interpretare e leggere le cose, le sai sentire, e sai trasmettere ciò che senti con generosa leggerezza. Nella critica sai costruire. Sai essere per gli altri, e sai essere per te stessa senza incertezze. Sei profonda in ogni cosa, anche quando tratti idee e situazioni leggere, quando sorridi alle stranezze e non resisti all’umorismo. Tutto ti esce con facilità, perché dentro te ferve il lavoro sulla complessità, con vigore e rigore. Sai offrire te stessa, e sai prendere dalla realtà ciò che fa crescere. Sai essere, sai mantenere, sai osservare, sai consolare, sai proteggere. E sai amare. Chi ha il tuo amore ha tutto.

Writing 71

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Saul Leiter, Johanna, 1947

Resta da capire dove nasce l’enorme tenerezza che provo, e come nasce, e perché. Anche per il pensiero di te, per il senso, l’immagine. Una tenerezza così grande e spontanea, così immediata, così rasserenante, forte: qualcosa che ho provato in tempi che non ricordo. Qualcosa di costitutivo, di formante, qualcosa che somiglia a un’iniziazione. Penso che un sentimento così completo, così intero, andrebbe esaminato per estrarne la natura, e farne campione. Ma analizzare una cosa così pura, che nasce direttamente dalla psiche, che emerge dall’insieme integrale dell’interiorità, non sarebbe possibile. Forse nemmeno sensato. Perché il solo pensiero si dissolve appena sorge, perché è l’umanità che si muove, che cerca, che si esprime, che reagisce. È ciò che tutti abbiamo dentro, il bisogno e la necessità, è l’inclinazione a esistere che porta a questo, penso. Dev’essere questo. Tu che compari, con la tua pienezza, e io che improvvisamente voglio esistere.

 

Writing 70

01

Grazie a te ho intrapreso quello che non riuscivo ad affrontare. Guardandoti, osservandoti, sono riemerse le forze della consapevolezza, che sembravano sparite sotto la superficie. Le pensavo dissolte, invece non lo erano. I miei richiami non servivano, fino a quando sono risorte da sole, come suscitate dalla tua presenza, dal tuo esempio, dal tuo modo di vivere, dunque di esprimere cosa significa essere nel mondo. Perché sei sempre alla ricerca di significati, di relazioni, di connessioni: la curiosità e il bisogno di conoscere ti guidano, e nella ricerca esprimi la tua tensione al bello e al bene, all’umano. Una tensione pura. E l’affetto e l’amore ti sono connaturati, sono costitutivi di ciò che fai. Allora penso a chi sostiene che la vita e l’umanità, con i complessi meccanismi naturali che le governano, tendono al Bene. Che ogni malfunzionamento, malformazione, ogni malvagità che si verificano non sono che deviazioni da questa linea di continuo accrescimento dell’essere, che partendo dalle origini si realizza con l’incessante energia che muove tutto. E tu tendi al Bene, sei pura, vuoi sempre esprimere l’umanità nel senso migliore. Questo l’ho sentito subito, appena ti ho vista.

Franz Kafka, Lettera al padre (17)

1920s_vintage_wedding_dressIn primo luogo tu collochi il fallimento delle mie intenzioni matrimoniali nella serie degli altri miei insuccessi: e io non avrei niente in contrario, purché tu accettassi la spiegazione che di tali insuccessi ho dato sino a questo momento. Si colloca infatti in questa serie, solo che tu sottovaluti il significato della cosa, e lo sottovaluti al punto che noi, quando ne parliamo assieme, parliamo davvero di due cose completamente diverse. Oso dire che in vita tua non ti è mai successo niente che abbia avuto per te un significato simile a quello dei miei tentativi di matrimonio. Con questo non voglio dire che tu non abbia vissuto niente di così significativo: al contrario, la tua vita è stata molto più ricca e piena di pensieri e intensa della mia, ma proprio per questo non ti è successo niente di simile. E come se uno dovesse salire cinque gradini bassi e un altro un gradino soltanto che però, almeno per lui, è alto come quei cinque messi insieme: il primo supererà non soltanto i primi cinque, ma altri cento e altri mille, la sua vità sarà grandiosa e molto faticosa, ma nessuno dei gradini che ha superato avrà per lui un’importanza pari a quell’unico, primo, alto gradino dell’altro, che le sue forze non sono in grado di superare e al di sopra e al di là del quale naturalmente non riesce ad arrivare.
Sposarsi, metter su famiglia, accogliere tutti i figli che verranno, mantenerli in questo mondo incerto e magari guidarli anche un po’ è, ne sono convinto, il compito estremo che un essere umano può riuscire a svolgere. Il fatto che apparentemente a molti riesca così facilmente non è una prova contraria, in primo luogo perché in effetti non riesce a molti e poi perché questi “non molti” perlopiù non “fanno” niente, a loro “capita” così; e allora non si tratta più di quel compito estremo, per quanto sia cosa grande e ammirevole (in particolare laddove non si può tracciare una distinzione precisa tra “fare” e “capitare”). E infine non si tratta neppure di questo compito estremo, ma soltanto di un qualche avvicinamento a esso, da lontano, seppure decente; non è mica necessario levarsi in volo fino al sole, basta strisciare fino a un posticino pulito sulla terra dove ogni tanto il sole faccia la sua comparsa e ci si possa riscaldare un po’.
Com’ero preparato a tutto ciò? Nel peggior modo possibile. Questo emerge già da quanto abbiamo detto. Ma nella misura in cui si danno una preparazione diretta del singolo e una creazione diretta delle condizioni generali di base, tu in apparenza non sei intervenuto molto. Non ci sono neppure altre possibilità, qui a decidere sono i costumi sessuali generali del ceto sociale, della popolazione e dell’epoca. E tuttavia tu sei intervenuto anche qui, non molto, perché la premessa di un tale intervento può essere soltanto una forte fiducia reciproca, e al momento decisivo questa mancava a entrambi già da molto tempo, e non molto felicemente, giacché le nostre esigenze erano completamente diverse; quel che sconvolge me può lasciare te del tutto indifferente e viceversa, quel che per te è innocenza può essere colpa per me e ancora, quel che per te non ha conseguenze può essere per me il coperchio della bara.
Ricordo che una sera passeggiavo con te e con la mamma, eravamo sulla Josephplatz, nei pressi dell’odierna Landerbank, e presi a parlare in quel modo stupidamente millantatore, superiore, orgoglioso, distaccato (il che era insincero), freddo (il che era vero) e balbuziente che perlopiù usavo con te di quelle cose interessanti, vi rimproverai per non avermi edotto in materia, che erano stati i miei compagni di scuola a doversi occupare di me, che avevo corso grandi pericoli (qui, al solito, mentivo svergognatamente per mostrarmi coraggioso, perché a causa della mia pavidità non avevo un’idea più esatta di quei “grandi pericoli”), e in conclusione affermai che adesso per fortuna sapevo tutto, non avevo più bisogno di consigli ed era tutto a posto. Principalmente avevo iniziato a parlarne perché almeno il parlarne mi divertiva, poi anche per curiosità e infine per vendicarmi un po’ di voi. Tu, conformemente al tuo modo di essere, la prendesti con la massima semplicità; dicesti soltanto che avresti potuto darmi qualche consiglio su come praticare queste cose senza pericolo. Forse io avevo voluto celatamente provocare proprio una simile risposta, che corrispondeva sì alla cupidigia del bimbo supernutrito di carne e di ogni leccornia, fisicamente incapace ed eternamente preoccupato per se stesso, ma il mio pudore esteriore ne fu talmente ferito o quanto meno io tanto credetti dovesse esserlo che, contro la mia volontà, non riuscii più a parlarne e con altezzosa sfacciataggine interruppi il discorso.

(17 – continua)