Etruscan Mystery – I.5-6

5.
Da più di un’ora gli stormi di rondoni sfrecciavano con larghe giravolte, lanciando stridi acuti. Sbucavano improvvisi dai coppi di colmo del vecchio edificio che delimitava il giardino, si gettavano come missili verso le finestrelle dei solai e sparivano dall’altra parte della casa facendo perdere le tracce dei loro garriti. Dopo una manciata di secondi riapparivano in formazione di battaglia, neri proiettili che tagliavano l’aria con le ali.
Lo spettacolo era affascinante, Sergio Fanelli vi assisteva tutte le sere, da quando i rondoni avevano fatto ritorno da sud. Molti nidificavano sotto gli stessi coppi dell’anno precedente, come se riconoscessero la propria casa. Le uscite quotidiane a caccia d’insetti erano preannunciate dal graffiare degli artigli contro il letto delle grondaie, per poterne risalire il bordo e gettarsi nel vuoto con un secco battito d’ali. E quando tornavano al nido s’infilavano nel coppo di appartenenza con precisione millimetrica, decelerando un istante prima del rumore attutito dell’impatto.
Reggendo il piatto col risotto, Fanelli guardava le ultime giostre serali dalla finestra della cucina. La tavola era apparecchiata sommariamente, con la caraffa dell’acqua incrostata di calcare, la bottiglia dell’extravergine e una porzione di pane sbocconcellato.
La vita da uomo separato non incoraggiava affatto la cura della casa e i riti domestici. Perfino lui, amante dell’ordine e della precisione, aveva finito per trascurarli. A pranzo e a cena, uno strofinaccio poteva fungere da tovaglia, il piatto in cui aveva mangiato il primo poteva accogliere anche il secondo, il coltello con cui aveva tagliato il secondo andava bene anche per la frutta. Meno stoviglie si sporcavano, meglio era. Con tutto il lavoro che aveva da fare…
Finito il risotto, prese dal frigo una scamorza e ne tagliò una porzione. Al punto in cui si trovava, le cose sembravano volgere al meglio: all’Istituto le lezioni erano finite e la sua materia non era uscita all’esame di Stato. Questo gli concedeva tempo per gli studi archeologici, ma soprattutto per approfondire i risultati che aveva in mano. Cose grosse, il cui pensiero gli causava una strana dissonanza che pesava su tutti i suoi ragionamenti.
Domenica si sarebbe inaugurata la mostra al Museo Archeologico, coi famosi reperti di cui si parlava da mesi. Durante l’allestimento era riuscito a intravederne alcuni: straordinari, da togliere il fiato. Da anni sosteneva che lungo la via Faentina ci fosse un insediamento del quinto secolo, e come al solito era rimasto inascoltato. Perfino la direttrice del museo era abituata a trattarlo con condiscendenza, solo perché non addetto ai lavori.
Fanelli masticò l’ultimo pezzo di formaggio, finì il bicchier d’acqua e accese una sigaretta. Armeggiando con uno stuzzicadenti rimase a lisciarsi i baffetti scuri che gli si allungavano sotto il naso, senza decidersi a riassettare la tavola. Tornò alla finestra, a contemplare la distesa di tetti su cui scendeva il velo dell’imbrunire, mentre un senso d’incertezza gli serpeggiava dentro.
Forse rischiava di fare il passo più lungo della gamba, rifletté, e forse s’era ingannato. Forse non poteva andare così liscio…
Si tolse gli occhiali e pulì le lenti con un tovagliolo di carta, nell’oscurità incipiente della stanza. Pensò di accendere la luce, ma un’inquietudine improvvisa gli impedì di muoversi. Forse era stato incauto. Abbastanza incauto. Terribilmente avventato, anzi…
Lo colse un senso d’urgenza. Si rese conto che la questione andava chiarita, al più presto. Si mise a cercare le chiavi della macchina, e quando le trovò tornò in cucina. Oltre alle quattro carabattole sulla tavola, nell’acquaio c’erano le stoviglie che a pranzo non aveva avuto voglia di lavare. Accese la luce dell’ingresso, passò davanti allo specchio per darsi una lisciata ai capelli e decise di lasciar tutto come stava.

6.
Dopo essersi grattato il braccio fino alla clavicola, Carletto Massi s’accorse d’aver le mani sporche e masticò un’imprecazione. Il prurito alla spalla e al collo era tornato a farsi sentire, e l’impulso di sfregare le crosticine lo coglieva di sorpresa. Abbandonò il sacco di iuta in cui stava armeggiando e uscì stizzito dalla rimessa, chiudendo a doppia mandata il portone in ferro.
L’aia era deserta. Le quattro galline che di solito razzolavano dovevano essersi infilate da qualche parte: nella baracchetta che fungeva da pollaio non c’erano. Massi seguì con occhi sospettosi una Fiat Tipo che transitava lenta sulla strada, e quando la vide sparire oltre la curva s’infilò nel portoncino verde che immetteva nella casa colonica. Senza lavarsi le mani andò in cucina a recuperare una boccetta d’alcool e un batuffolo d’ovatta e si mise a frizionare il braccio sinistro, la spalla, il collo.
Quando gli venne l’idea, un sorrisetto gli increspò i baffi grigi. Come mai non ci aveva pensato? Era ovvio… Se riusciva a riagganciare il vecchio Milesi con l’inginocchiatoio, avrebbe potuto proporgli anche gli altri pezzi. Con le dovute cautele, s’intende. Serviva una verifica, andava fatta una selezione…
In ogni caso, bisognava andarci coi piedi di piombo. Essere al posto giusto nel momento giusto, naturalmente. E trovare le persone giuste.
Finita la disinfezione, tornò nella rimessa. L’odore di legni decrepiti aggrediva le narici, ma per lui era nutriente. Aprì il sacco di iuta e ci tuffò il naso, respirando il sentore del tessuto grezzo mescolato a quello del contenuto.
Si rimise all’opera: sollevò il coperchio della vecchia madia e ne cavò con cautela il doppiofondo. Stavolta le cose andavano fatte bene, senza perdere di vista i lavori in sospeso. Era opportuno muoversi quella sera, poi ancora qualche giorno, una settimana…
Ficcò le mani grassocce nel vano interno della madia e armeggiò indeciso fra gli oggetti, soppesando e valutando, sotto la luce incerta delle lampade che pendevano sbilenche dal soffitto. Il vecchio andava aromatizzato a dovere e cucinato a fuoco lento, perché rendesse al meglio. L’avrebbe letteralmente steso.
Rimise il doppiofondo e chiuse il coperchio, guardandosi intorno in cerca di qualche suppellettile di buon ingombro. Scovò un’ottomana zoppa, l’afferrò a due mani e la piazzò di traverso sul mobile sgangherato, assestandola in modo che ne impedisse l’apertura. Prese poi una panchetta divorata dai tarli e un pezzo d’attaccapanni spaccato per il lungo e glieli sistemò sopra, fermandoli con un trespolo.
Sospirando, sedette su uno sgabello imbottito e frugò nei taschini della camicia, ma il pacchetto delle sigarette non c’era. Doveva averlo lasciato da qualche parte. Cominciò a sfilarsi la tuta da lavoro sporca di terra, preso dai pensieri. La faccenda stava diventando interessante, più di quanto immaginava all’inizio. Servivano solo delle conferme, che non avrebbero tardato.
Andò all’inginocchiatoio e lo trascinò sotto le lampadine, che lasciavano in penombra le zone marginali della rimessa. L’antina era già smontata, ridotta in pezzi sul piano di lavoro, accanto ai listelli di legno antico tagliati per ricostruirne una uguale. Prese uno scalpello affilato e lo passò leggermente su uno dei pezzi per arrotondarne uno spigolo. La patina del mobile sarebbe venuta assolutamente identica, un noce scuro caldo e compatto. Gli ingredienti per fabbricare la colla animale erano pronti, doveva solo amalgamarli.
Gli eventi degli ultimi anni gli ripassarono nella mente, insieme a immagini nuove dove lui non era più lo stesso. I lotti di mobilio trasportati dalla Romania, dalla Slovacchia e dall’Ungheria, le soffitte svuotate, le cantine sondate. Le battaglie per trattare con gli antiquari, lui che piazzava pezzi che si battevano alle aste, e poi apriva un nuovo magazzino, razionalizzando i commerci…
Un rumore secco giunse dal portone metallico della rimessa. Massi si girò, tutti i sensi in allerta. Strinse gli occhi per aguzzare lo sguardo, ma non riuscì a distinguere nulla. «Chi è là?»
Prese una torcia dalla sacca portattrezzi e camminò con il lungo scalpello nella mano destra, verso il punto da cui sembrava venire il rumore. Attraversò le cataste di mobili, silenzioso come un predatore. Allargò il fascio di luce sul portone, illuminò la parete coperta da pile di sedie, s’infilò in una strettoia chiusa da un gruppo di credenze e s’arrestò quando una vecchia testiera d’ottone sbatacchiò alle sue spalle.

(I.5-6  ―  continua)

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Etruscan Mystery – I.4

Dalle finestre che s’affacciavano sul corso, la signora Benedetti guardò nella sala centrale della redazione della Gazzetta di Firenze, dall’altra parte della strada.
«Ma che fanno, passano il tempo a guardare la televisione?» commentò, scrutando i giornalisti assiepati davanti a uno schermo.
Tevis, piazzato sulla sedia di fronte, si girò a guardare oltre la finestra. «Forse non gli è rimasto che ascoltare i notiziari » sospirò, finendo di sistemare la sua fila di pedine color avorio.
«Notiziari a quest’ora?» disse la signora Mafalda, fermando la mano che stava per gettare i dadi.
«Dovranno tenersi informati, no?» intervenne Isotta, il quarto elemento. Le unghie laccate tamburellarono sulla stecca di legno destinata alle pedine. Sempre quella più logora le rifilavano, a ogni partita. «Vogliamo andare?» propose con una punta d’impazienza, affilando lo sguardo tra le ciglia di rimmel.
«Eccomi» disse Mafalda tirando i dadi, che ruzzolarono sul panno verde. «Cinque e tre otto.» La mano inanellata li raccolse e li gettò nuovamente, totalizzando un altro otto, poi il lancio del dado singolo diede uno. «Sedici» decretò compassata, «a partire da me.»
Con le pedine allineate sulle stecche e Mafalda a fungere da Est, la partita di mah-jong iniziò. La signora Benedetti prese la consueta strategia aggressiva, scartando subito i vènti che non le corrispondevano e non formavano coppie: prima l’Est, poi l’Ovest.
«Figuriamoci se non calavi l’Ovest» protestò Isotta. «Quando hai il mio vento lo butti via sempre, quasi ti faccia schifo.»
Tevis lanciò un’occhiata alla padrona di casa, che non fece una grinza. La litania dell’amica era cominciata subito, e non prometteva bene: darle corda era un rischio, soprattutto per la concentrazione.
Le prime mani furono fruttuose per Mafalda, che tradì il compiacimento mettendosi a giocherellare con la catena d’oro. Isotta la guardò inespressiva, presagendo la piega che avrebbe preso la partita. Pescò la sua pedina, la guardò disgustata e la gettò sul tavolo. «Tre bambù. È il terzo giro di bambù che faccio.»
«A me» esclamò Mafalda, appropriandosene e unendola al tris che aveva sulla stecca. Rovesciò il poker e guardò l’amica con aria appagata. «Ti lamenti di continuo, Isotta. E noi che dovremmo dire? Si era pronte alle tre, e tu invece…»
«Ancora? Ragazze, il vostro perbenismo è esasperante. Oltre al culo, s’intende: hai già fatto un poker, e il tuo fiore l’hai già in stecca…»
«Si può sapere perché parli al plurale?» intervenne la signora Gabriella con un brivido, dopo aver pescato un drago rosso che andò a far coppia con quello che aveva. Tenere i draghi era sempre la scelta migliore, anche se a Isotta non entrava in testa: ne aveva appena scartato uno verde. «Non capisco perché devi sempre mettermi in mezzo» aggiunse, gettando una pedina con sette bambù.
«Grazie, ancora bambù naturalmente…» Isotta pescò una pedina che non le serviva e la depose in mezzo al tavolo. «In realtà, mi sto convincendo d’essere in anticipo sui tempi…»
«Mio» trillò Mafalda raccogliendo il suo scarto: un sette cerchi con cui fece un tris che rovesciò sulla stecca.
«Che significa in anticipo sui tempi? Parla chiaro» fece la signora Benedetti pescando a sua volta. La presa di Mafalda aveva fatto saltare il giro al gallese.
«Qui il gioco lo fate voi, come sempre» s’inacidì Isotta. «È solo una questione di modernità, Gabriella, lo sai.»
«Cosa?»
«Il perbenismo, l’educazione cattolica… quello che vi hanno inculcato, insomma.»
«Che ci hanno inculcato?» s’intromise Mafalda, facendo tintinnare i bracciali. «Perché, tu dove sei cresciuta, nell’islam?»
«Vorresti dire che io ho avuto un’educazione cattolica?»
«Che c’entra l’educazione cattolica, adesso?» La signora Gabriella tentò di recuperare i fili del ragionamento, mentre studiava la mossa da fare.
«Ragazze, siete voi ad aver avviato il discorso» insisté Isotta sbuffando. Quelle due andavano sempre peggiorando, mai che capissero senza dover spiegare le cose dall’inizio. «E comunque, se avete avuto un’educazione borghese non è certo colpa vostra.»
«Credo che la signora Isotta si riferisse al suo ritardo» intervenne Tevis, bonario. Di colpo si rese conto che continuava a tenere in stecca un esemplare del suo vento quando altri due erano già sul tappeto.
«Eh…» approvò Isotta. Per fortuna uno ragionava, non per nulla era un ricercatore inglese con tanto di cattedra. «In pieno ventunesimo secolo, col mondo che va come va, state ancora a farmi notare un ritardo di mezz’ora?»
«Quaranta minuti» precisò Mafalda.
«Embe’? Non ho mica un figlio da andare a prendere, io. E nemmeno sto ad arrostirmi il culo alle Maldive, mi pare. Visto che devo stare in città, dovermi torturare anche con la questione degli orari… Alt, questo è mio.» Fulminea, s’impossessò del drago bianco che Gabriella s’era decisa a scartare.
«Gabri, quello non dovevi metterlo giù, accidenti…» sbottò Mafalda. Oltre a vaneggiare, Isotta aveva appena fatto un poker di draghi bianchi, che insieme al raddoppio significava una valanga di punti. Doveva sbrigarsi a chiudere, se non voleva rischiare di perdere una cifra, le mancava una pedina. «Comunque, non capisco che c’entrano i figli e le Maldive…»
«John, glielo spieghi lei, per favore» sospirò Isotta.
Tevis le guardò con preoccupazione il petto esuberante e il poker di draghi che aveva appena calato, poi conteggiò i propri punti: una miseria. Due scale da nulla e tre coppie che non riuscivano a farsi punteggio. «Mi sembra abbastanza chiaro» disse guardingo, aspettando di vedere la sua scartata. «Intendeva dire che è stressata perché non è ancora in vacanza, che non ha vincoli familiari che le impongono orari, e che quindi…»
«Ecco, ci voleva un inglese per tradurre il mio pensiero. Le sembra?»
«Veramente sono gallese» precisò Tevis, simulando cordialità. Quella petulante cominciava a dargli sui nervi, a parte le confusioni etniche.
«Certo, mi scusi. Anche se penso siate tutti una famiglia… o no?»
Tevis la squadrò alzando le sopracciglia, senza riuscire a dir nulla. Gli occhi gli si fermarono, le mani sulla stecca.
«Isotta, non dire bestialità!» la riprese Gabriella con un’occhiataccia. «Inglesi e gallesi son diversi come il giorno e la notte, come fai a non saperlo? Il dottor Tevis discende dai nativi britannici, mentre gli inglesi vengono da bande armate arrivate dalla Sassonia.»
«Caspita… tedeschi?» Isotta lo guardò stupita. «E vi hanno colonizzati?»
«Well…» articolò Tevis, indeciso, mentre l’altra tagliava corto:
«Comunque, da buon gallese, mi dica lei: le pare sensato doversi stressare anche per essere puntuali al mah-jong? Non le sembra una sciocchezza?» E senza attendere replica si concentrò per decidere cosa scartare. Aveva un drago rosso che non serviva a niente, ma metterlo giù era un rischio: sul tavolo non ce n’erano, ed era da illusi pensare che nessuno ne avesse pescati. Esitò, giocherellando con la pedina, finché decise eroicamente di gettarla nel mezzo. «Rosso» disse noncurante.
«Mio!» strillarono all’unisono le due amiche, causando a Tevis una scarica d’adrenalina.
«Io faccio un tris» disse la signora Gabriella, costernata. Aspettava quel pezzo dall’inizio, le avrebbe fruttato un raddoppio che, sommato a quelli del suo fiore e della possibile chiusura con tutti tris, avrebbe dato il punteggio massimo.
«A me invece serve per chiudere, quindi è mio» sentenziò radiosa Mafalda. «Mah-jong» aggiunse pacata, appropriandosi del drago e incrociando lo sguardo impietrito dell’amica che l’aveva scartato. «Dio mio, Isotta, calare un rosso a questo punto della partita… Ma quando imparerai?»

(I.4 – continua)

Etruscan Mystery – I.3

Hugo Pratt, Anna nella giungla

La chioma a ombrello dell’acacia di Costantinopoli la teneva in ombra, rendendola poco visibile agli uccelli. Alessia Romanelli osservava col binocolo i cigni reali scivolare sullo stagno, accompagnati dai sussurri della vegetazione. Il fruscio delle foglie dell’acacia, simili a fronde di felci, rispondeva alle folate di vento che s’alzavano improvvise.
Staccò gli occhi dal binocolo e guardò Terzo Diodati uscire da una delle rimesse, chiudere il cancello e sparire fuori del muro di cinta. Un’altra razione di cibo stava per essere servita al popolo delle cicogne, e i gabbiani che veleggiavano in aria sembrarono accorgersene. Con ampi cerchi s’abbassarono, strombettando striduli.
Alessia rimise gli occhiali, chiuse il seggiolino e decise di andare a vedere. Percorse l’esterno della recinzione ed entrò nella riserva, fermandosi sotto un giovane acero. Le cicogne si mossero con lentezza, misurando i passi come se contassero i metri che le separavano dal cibo, mentre i gabbiani si tenevano a distanza, chiassosi, le grida che s’incrociavano con sequenze di tonalità diverse, quasi fonemi di un linguaggio.
Alessia li contemplò assorta. D’ora in poi doveva pensare alla tesi di laurea e a nient’altro. Al telefono si sarebbe fatta negare, visto che le amiche erano in vacanza e l’unico che poteva chiamarla era lui. Il conte dei miei stivali, rimuginò acida, il bamboccio di scarso cervello, viziato, senza sensibilità. All’inizio l’aveva quasi intuito, ma s’era lasciata sedurre dal suo entusiasmo vuoto, dall’abilità di commediante, dal suo anticonformismo posticcio. Un senso di rabbia le bruciava da giorni, senza tregua.
Seguì con lo sguardo la figura segaligna del custode che andava avanti e indietro, gettando manciate di pastone. Con gli stivali da lavoro, i pantaloni della tuta e la camicia a quadri, l’uomo consacrava le giornate agli uccelli della proprietà e a quelli che vi orbitavano intorno, attratti dal cibo o portati da soccorritori improvvisati. Viveva praticamente fuori dal mondo, mai una vacanza, mai al cinema o al mare. Nulla a che spartire con la realtà prefabbricata che li assediava e con la quale, volenti o nolenti, bisognava fare i conti.
Nella saggezza dei suoi ventisei anni, Alessia cominciava a elaborare un’interpretazione delle cose. Anzitutto, le appariva fondato il sospetto che il genere umano si potesse suddividere in alcune grandi categorie. Quelli che si vendono e quelli che non si vendono, ad esempio. Quelli che vendono il proprio tempo accettando la schiavitù d’un lavoro alienante, e quelli che il tempo lo tengono per sé arrangiandosi a modo loro. Poi, quelli che cedono la propria coscienza e il proprio discernimento e quelli che invece si ostinano a voler pensare con la propria testa. I ricchi potevano comprare tutto, era chiaro, ma molti si vendevano alla cieca.
La questione era complessa, rischiava di metterla in crisi. Forse era lo studio della storia antica ad averle plasmato il modo di pensare, una passione maturata lentamente, scoperta al liceo. E ora che le mancava solo la tesi, la sua metamorfosi appariva evidente.
Guardò il planare dei gabbiani e il battere secco delle mandibole delle cicogne bianche. Tra un paio d’ore Anteo l’avrebbe chiamata per la cena. Essere sola col domestico e la cuoca le dava sensazioni inedite, e non le dispiaceva affatto. Con la famiglia in vacanza, la casa enorme sembrava parlare un linguaggio nuovo, e lei ci si muoveva con un altro spirito. Aveva riaperto la biblioteca del trisnonno Venanzio, dove nessuno metteva piede da anni, vi aveva rinnovato l’aria, l’aveva fatta spolverare, ci aveva messo i suoi libri che non apriva da mesi. Quando s’era seduta allo scrittoio in ciliegio, col piano scorrevole in cuoio nero, aveva provato sensazioni profonde.
I gabbiani che erano atterrati camminavano orizzontali, tenendosi a distanza dal pasto delle cicogne. Alessia li inquadrò col binocolo mentre esploravano i campi adiacenti, in cerca di cibo. Ne vide uno beccare qualcosa che aveva la forma di una chiocciola, un altro frugare sotto una siepe. Il sole, avvicinatosi alle colline, le accarezzò la nuca, mentre i colori della campagna si coprivano d’un velo dorato.

(I.3 – continua)

Etruscan Mystery – I.2

Lungo l’intestino di corridoi che si snodava nel Museo Archeologico, le scaffalature incupite dalla polvere s’arrampicavano fino al soffitto. Agli ultimi ripiani ci si arrivava con una vecchia scala d’alluminio agganciata a un corrimano fissato a due metri e mezzo d’altezza.
Il dottor John Tevis l’assestò sulle mattonelle del pavimento, un po’ instabili proprio nella zona che stava esplorando. La scala oscillò appena lui cominciò a salirvi, tanto che dovette scendere e rimetterla in posizione, prima di risalire per estrarre un repertorio bibliografico del 1880 legato in mezza pelle.
Lo compulsò appollaiato sul predellino, impaziente di esplorarne le pagine. La solita smania di vedere le cose subito, senza aspettare, che lo accompagnava da quando era studente. Ma dovette rassegnarsi a richiuderlo. Scese con cautela, e rifece il percorso che attraversava la biblioteca fino alla stanza che gli avevano assegnata. Era un lungo ambiente con le pareti tappezzate in damascato rosso, coperte da librerie a vetrina zeppe di volumi. Tre grossi tavoli scuri campeggiavano al centro, con un fotocopiatore accanto alla porta d’ingresso.
Tevis poggiò il repertorio sul tavolo di lavoro e si lasciò cadere sulla sedia imbottita. La trasferta alla biblioteca del Museo Archeologico di Firenze per conto dell’Università di Cardiff l’aveva colto un po’ alla sprovvista, obbligandolo a lasciare la casa di Penarth. E ora avvertiva strane, sgradevoli avvisaglie. Forse erano gli strascichi della sindrome ansioso-depressiva che l’aveva spinto a offrirsi per incarichi di ricerca all’estero. Quando il professor Crowley del dipartimento di Paleografia gli aveva detto di prepararsi alla partenza, era stato sul punto di rinunciare: non immaginava che sarebbe finito di nuovo in Italia. Dopo i primi mesi a Firenze s’era ormai abituato alla stabile, media infelicità che lo proteggeva dal vuoto sconvolgente lasciatogli da Laura. E lei, dalla casa dei genitori, non s’era mai fatta viva, nemmeno per salutarlo. A quel punto, decise: controllare ossessivamente la segreteria telefonica era un vizio da estirpare.
I tomi che ingombravano i piani di lavoro servivano alla ricerca sul fondo Antinori, una raccolta di manoscritti la cui mole si rivelava sempre più cospicua. Un lavoro che minacciava d’impegnarlo per molto, se non fosse riuscito a concentrarsi. Ma le distrazioni, nel suo stato, erano inevitabili.
Tornò a guardare la porta a doppio battente incorniciata fra le librerie. Restava sempre socchiusa, lasciando trapelare un frusciare di carte quando all’interno c’era la dottoressa Lazzeri, direttrice del museo e ispettrice della Sovrintendenza ai beni archeologici.
La presenza discreta di Tevis nella biblioteca sembrava non averla condizionata, mentre per Tevis era accaduto esattamente il contrario. I postumi della crisi l’avevano lasciato vulnerabile, e ogni volta che la Lazzeri passava nei vestiti attillati, il suo sguardo s’alzava a cercare gli occhi di lei, che lo ricambiava con una sbirciata sorridente, sempre troppo fugace, con le fossette a incorniciarle la bocca.
Quanti anni poteva avere? Ancora non riusciva a capirlo. Formosa, giovanile, le spalle e i fianchi larghi, la pelle ambrata, il viso rotondo illuminato da occhi grandi e da un sorriso apparentemente disarmato. Le labbra carnose sembravano avere sempre un velo di rossetto, ma non ci avrebbe giurato: con un niente quel carminio era naturale. Sommato alla curva del corpo, ai capelli ramati e ai seni prepotenti, l’elemento rischiava di creare una situazione destabilizzante.
Nelle ultime settimane la Lazzeri s’era vista poco in ufficio. Molto tempo lo passava nelle sale del Museo Archeologico, impegnata ad allestire la mostra degli ultimi reperti trovati intorno alla città. E Tevis s’era trovato a trascorrere le giornate in modo disordinato e capriccioso, scartabellando vecchi libri e frugando tra scaffali impolverati, distraendosi a ogni suono di passi lungo il corridoio. Aveva addirittura preso l’abitudine di andare a far fotocopie al museo, con la scusa che quelle della sua macchina erano orribili, o a chiedere informazioni pretestuose al supponente dottor Bellini, uno dei curatori della mostra, solo per poterla vedere.
Tevis diede una scorsa al repertorio che aveva davanti, lo richiuse con cura e lo piazzò sulla pila di documenti da esaminare. Gettò lo sguardo fuori della finestra, nella fetta di cielo tagliata dai muri gialli del palazzo che dominava via della Colonna.
Decise di andarsene in anticipo. Ripose gli appunti nel cassetto, lo chiuse a chiave e percorse il corridoio silenzioso. Uscì dal cancelletto che delimitava l’ala della biblioteca e raggiunse lo scalone del palazzo. Di fronte s’aprivano le sale al primo piano, appena rimodernate: Tevis vi indugiò, scrutando attraverso le porte di vetro in cerca della figura di lei, poi scese.
Quando uscì da una porta secondaria in via Laura, il sole scaldava ancora il fermento della città. Si tolse la giacca leggera con gli spacchetti, imboccò via Gino Capponi e s’incamminò tra la gente. Costeggiò i muri della Santissima Annunziata, lungo la strada che portava all’appartamento dov’era alloggiato, in via Micheli: una settantina di metri quadri bene arredati, concessi da una squisita signora della vecchia borghesia, al secondo piano del suo stabile dalla facciata scurita.
Quando fu davanti al portone frugò nelle tasche in cerca delle chiavi. «Damn…» bofonchiò. Le aveva scordate di nuovo. Si vide costretto a suonare dalla padrona di casa. Premette il pulsante d’ottone con la scritta Gabriella Benedetti e attese.
«Sono Tevis, signora. Ho dimenticato le chiavi» si giustificò al citofono.
Come entrò nell’atrio, fu avvolto dalla frescura odorosa delle case antiche. La penombra s’allungava fino a una porta a vetri che s’apriva nella corte popolata di piante. Fece per avviarsi verso le scale, quando uno scalpiccio proveniente dallo scantinato lo distrasse. La porta s’aprì con un cigolio e dalla stretta gradinata emerse Sergio Fanelli, il suo vicino di pianerottolo.
«Buona sera, Fanelli» lo salutò Tevis, cordiale.
Il vicino trasalì. «Ah… buonasera, non l’avevo vista.» Lo guardò attraverso le lenti affumicate, come se non sapesse cosa dire. «Come va?»
«Direi bene, grazie.»
Alle spalle di Fanelli spuntò un uomo grassoccio dall’aspetto trasandato, che si accarezzava la zazzera di capelli radi.
«Be’, ci si vede, allora» Tevis decise di sciogliere il vicino dall’impasse in cui sembrava caduto, mentre l’uomo grassoccio indugiava in fondo all’atrio.
«Ci vediamo» si sforzò di sorridere Fanelli, e s’affrettò verso il cortile.
Dall’alto delle scale giungevano delle voci. Tevis raggiunse il primo piano e intravide la signora Gabriella sulla soglia di casa.
«Mi scusi, so di essere imperdonabile…»
«Non cominci, John» l’interruppe lei, affettuosa. «Stavo raccontando alle amiche quanto lei sia gentleman…» Affacciate al portone, una mora col viso grinzoso e un’altra signora dalla criniera leonina lo guardavano amabilmente.
«Troppo buona,» si schermì Tevis con un cenno.
«Sa che è giunto a fagiolo?» replicò la signora Gabriella. «Volevamo fare una partita di mah-jong e ci mancava il quarto.»
«Oh… Sorry. Temo che…»
«Su, su, non faccia il difficile» si fece avanti la mora, mettendo in evidenza le curve sotto la maglia aderente. Lo prese per un braccio e lo tirò all’interno, scortata dai sorrisi complici delle altre.

(I.2 – continua)

Etruscan Mystery – I.1

I
UN ANTICO INGINOCCHIATOIO
mercoledì

Quando mise mano all’inginocchiatoio scorticato dal tempo, Carletto Massi si rese conto che sarebbe stato difficile farlo passare per un tardo Cinquecento. L’usura delle superfici era buona, ma la fibra del noce era troppo grigiastra e il telaio dell’antina era assemblato con incastri a dentello, anziché a mezzo e mezzo come nell’ebanisteria rinascimentale.
L’antiquario s’allontanò di un passo, per inquadrare meglio l’insieme di listelli disseccati. Sollevò il coperchio del basamento e ne scrutò il rovescio, corrugando scettico la faccia carnosa.
Stavolta, forse, il vecchio Milesi non ci sarebbe cascato. Il vegliardo era già imbufalito per l’interruzione dei lavori di boiserie nel suo palazzotto di Pontassieve, dove aveva versato un anticipo sostanzioso, e ora avrebbe aguzzato la vista e cercato il cavillo. Eppure lo spessore dei fianchi era grosso, benché l’inginocchiatoio non avesse più di centocinquant’anni. La ferramenta era giusta, le assi dello schienale erano fissate orizzontalmente con bei chiodi fatti a mano. Un lavoro sopraffino per un falsario dell’Ottocento, a parte quella maledetta antina.
Fece scorrere le mani tozze lungo il mobile, senza trovare scassi sospetti, e quando estrasse il cassetto s’irrigidì sdegnato. Le infami code di rondine che ne incastravano i pezzi quasi gli rivoltarono lo stomaco.
Sedette su uno sgabello e si mise a ragionare, puntando nel vuoto gli occhi grigi e ravvicinati. I raggi densi di pulviscolo piovevano dalle finestrelle sui cumuli di masserizie che invadevano lo spazio.
Il vecchio Milesi avrebbe letteralmente sbavato per un inginocchiatoio del Cinquecento. Gli avrebbe perdonato non solo i ritardi nei lavori di restauro, ma anche il pezzo di soffitto a cassettoni che s’era andato a fracassare sul pavimento. Colpa di quella mummia isterica, naturalmente, con la fretta che gli metteva.
Attraversò rannuvolato l’ampia rimessa, grattandosi la testa ingrigita. Spostò un gruppo di poltroncine Luigi Sedici e un canapè senza le molle. Cassettiere vecchie e antiche, cassoni semisfasciati, tavoli accatastati lo costrinsero a un percorso labirintico fra legni secchi e polverosi. Raggiunse un cassone pieno di assicelle e vi frugò senza fretta, con attenzione, sollevando nuvolette che rotearono nell’aria. Dopo aver estratto alcuni listelli di legno intagliato, li rigirò nelle mani valutandone la compatibilità con la venatura del mobile. Un’aria soddisfatta gli distese il volto. Il materiale, tarlato e annerito dai secoli, c’era.
«Eccoti servito, bischero» borbottò beffardo. Gliel’avrebbe fatto vedere al vecchio ramarro di cos’era capace. Sarebbe stato uno spasso. Innanzitutto una bella patina calda, poi un cassetto ricostruito a regola d’arte, col frontalino d’epoca da inchiodare nello spessore dei fianchi. E Infine, l’antina: anche quella da rifare.
Prese i legni, li portò sul mobile e ve li dispose sopra. Montati, rifiniti e scuriti, quei pezzi d’Alta epoca avrebbero dato autenticità. Per il vecchio sarebbe stato un affare comunque, considerato il livello dei restauri a prova d’esperto che gli aveva eseguito finora.
Era l’altro affare, invece, che gli dava da pensare. Un affare delicato, da prendere con le molle. Si grattò le parti basse, lo sguardo preoccupato, pizzicando i calzoni pieni di macchie. Lì bisognava studiarlo bene, il modo di muoversi.

(I.1 – continua)

Fenomenologie italiche. 1

Il quarto romanzo scuratista è quello in cui si concentrano tutti gli eccessi. Eccesso di ambizioni autoriali, eccesso d’egocentrismo, eccesso di pretese di riconoscimento pubblico, eccesso di registri di scrittura, eccesso di bruttezza. Si tratta di Il bambino che sognava la fine del mondo (da qui in poi BSFM, Bompiani, 2009), finalista del Premio Strega 2009. E è proprio attorno a quest’ultimo dettaglio che l’autore ha scatenato una gazzarra di cui la stampa ha raccontato abbondantemente. È successo infatti che quell’edizione del Premio Strega sia stata aggiudicata a Stabat mater, romanzo di Tiziano Scarpa edito da Einaudi. Il povero Scurati l’ha presa malissimo, e ha frignato per settimane ritenendo che quel riconoscimento dovesse essere aggiudicato a lui. Non è dato capire sulla base di quale convincimento. E non è solo per il mio disprezzo nei confronti dei premi letterari che questa vicenda mi ha spinto a provare sincera pena per Scurati. Non è mai un bello spettacolo scoprire qualcuno attaccato in modo così viscerale ai riconoscimenti da rischiare la salute e il fegato dopo esserseli visti negare. Un’altissima considerazione di se stessi finisce quasi sempre con l’estinguere l’idea di se stessi. Ma infine si tratta di un problema di Scurati. Ciò che però è inevitabile è un confronto fra i due romanzi protagonisti del testa a testa finale. Lessi Stabat Mater oltre un anno prima di BSFM. Lo trovai grigio e noioso, e dato che si trattava del romanzo vincitore del Premio Strega la cosa non mi sorprese. Ma dopo aver letto BSFM mi pare che il romanzo di Tiziano Scarpa giganteggi come se fosse l’Ulisse di Joyce, al confronto. Quanto ai contenuti del libro di Scurati, si tratta di una pretenziosa accozzaglia di finzione, cronaca, analisi sociologica che si trasforma in pippone, e persino autobiografia. Il protagonista principale è un docente dell’Università di Bergamo, che grazie a un premio letterario vinto negli anni recenti assume il ruolo di opinionista per il quotidiano La Stampa nonché di animale da talk show. E questo non è già l’Alter Ego di Scurati, ma il suo Ultra Ego. L’Uomo Che Volle Farsi Romanzo. Volente o nolente, l’Ultra Ego scuratiano si trova coinvolto in una vicenda torbida che sconvolge la vita bergamasca. Viene a galla una rete di abusi sessuali e pedofilia che coinvolge le insegnanti di una scuola elementare, il seminario vescovile sito nella Città Alta, e alcuni notabili locali. Di fatto Scurati trapianta a Bergamo la triste vicenda della scuola di Rignano, collegandola a gossip e maldicenze locali, mettendoci dentro altri frammenti di cronaca (l’uccisione di una ragazza romana nella metropolitana di Roma, da parte di una ragazza romena, con un colpo di ombrello che le trapassa l’occhio) riguardanti fatti accaduti altrove ma allocati anch’essi nel bergamasco. E infine arricchisce il tutto con gli strascichi d’un trauma infantile che si ripresenta con crescente insistenza. Un polpettone tanto improbabile quanto indigeribile. Il tentativo para-accademico è quello di tratteggiare il modo in cui i mass media generano rappresentazioni distorte della realtà e un clima di moral panic attorno a eventi di cronaca che andrebbero trattati con maggiore discernimento. Nulla che non sia già stato ruminato un milione di volte, né la confezione del tema in forma di romanzo aggiunge nuova linfa alla sua trattazione. Anche perché il pippone sociologico finisce sovente col prendere il sopravvento sul canone narrativo, e dunque ogni sforzo di trattare il tema su un piano diverso è annullato. Rimane la stracca predica sulla demonizzazione delle comunità immigrate. Messaggio condivisibile, ma trattato in modo talmente maldestro da produrre nulla più che insopportabile cacofonia. Dunque, in sostanza, l’effetto contrario a quello sperato.

Pippo Russo, L’importo della ferita e altre storie, Edizioni Cllichy, Firenze 2013, pagg. 227-228

Il Monaco

Volevo dirti che non c’è modo peggiore di perdere il proprio tempo che il comporre versi. Un autore, buono o cattivo o mediocre che sia, è una bestia che chiunque ha il diritto di attaccare; perché, pur non essendo da tutti scrivere libri, tutti si considerano in grado di giudicarli. Un’opera malriuscita si porta dentro il proprio castigo: disprezzo e scherno. Una riuscita, suscita l’invidia e trascina in un’infinità di mortificazioni il proprio autore, che si trova assalito da critiche partigiane e stizzose: chi ha da ridire sulla struttura, chi sullo stile, chi sugli insegnamenti che cerca di inculcare. E quanti non riescono a trovare difetti nel libro, si studiano di denigrare l’autore. Con malizia, vanno a scovare ogni minimo dettaglio tale da coprirne di ridicolo il nome e la condotta e, non potendo nuocere allo scrittore, si volgono a ferire l’uomo.

Matthew Gregory Lewis, Il Monaco, 1796.

Fecondazione trasversale

Durante gli anni Venti ci fu in Russia un autentico rinascimento, qualcosa di diverso da cioò che accadeva sulla scena artistica di altri Paesi. Gli scambi fra romanzieri, poeti, artisti, critici, storici, scienziati diedero luogo a una sorta di fecondazione trasversale, e ne derivò una cultura di insolita vitalità e capacità, una straordinaria curva ascendente nella civiltà europea.

Isaiah Berlin, Impressioni personali, a cura di H. Hardy, Adelphi, Milano 1980, p. 174

Produttività

Si dice, e spesso si strilla: occorre fare ricerca, accrescere la produttività, immettere nuovi prodotti, vincere la concorrenza e così creeremo nuovi posti di lavoro qualificati. In Italia questa cantilena risuona da anni ad ogni angolo di strada. Ma con scarsi risultati reali. Le classi dirigenti del nostro Paese non hanno mai superato la loro storica indifferenza nei confronti di tutto ciò che è ricerca, università, mondo degli studi. La loro rozzezza culturale fa oggi spettacolo sulla scena della vecchia Europa.
Ma bisogna porsi serenamente delle domande e placare la gazzarra propagandistica. Occorre essere competitivi, si dice, vincere la concorrenza. Intanto la concorrenza di chi? Nel mercato globale siamo tutti concorrenti. Chi vince, chi perde? Ogni capitalismo nazionale esorta i propri connazionali a competere, e usa le sue retoriche come una frusta ideologica per sottomettere l’intera società ai suoi ritmi e ai suoi obiettivi. In una società che ormai affonda in un oceano di merci tutti dovremmo curvare la schiena per impegnarci in una lotta allo spasimo per produrne sempre di più. Ma questa lotta, poi, ha risultati finali a somma zero. Si vince in un settore e si perde in un altro. Nessuno vince dappertutto. E poi vincono solo alcuni, sempre più pochi, i più grandi e potenti, e perdono tutti gli altri. E nel corso di questa lotta si producono picchi inauditi di ricchezza per una minoranza e bassi redditi per la grande massa. Mentre si distruggono ricchezza, imprese, macchinari, tecnologie, che soccombono come armate sconfitte sotto i colpi di chi vince temporaneamente la battaglia.

Piero Bevilacqua, Il grande saccheggio, Laterza, Roma-Bari 2011, pagg. XXVI-XXV

4321

Come cambia la vita di Archie? In modo radicale, a volte, per le conseguenze di scelte minuscole: d’altronde Auster, da bambino, durante un temporale, vide morire a pochi centimetri da lui un amico colpito dal fulmine — una di quelle esperienze che non possono non farti pensare ogni giorno a quella che in un suo libro ha chiamato La musica del caso. Le radici della famiglia di Archie restano le stesse: il patriarca che sbarcò in America all’alba del Novecento, partito a piedi da Minsk con cento rubli cuciti nella fodera della giacca, passato da Varsavia a Berlino per prendere finalmente una nave verso l’America. Isaac Reznikoff che voleva una nuova vita in un nuovo continente e che, su consiglio di un compagno di viaggio, si liberò di quel nome ebraico che poteva creare solo guai con gli antisemiti. Gli era stato suggerito di dire alle guardie dell’immigrazione di chiamarsi Rockfeller «perché in America tutti amano i Rockfeller» e, chissà, qualcuno l’avrebbe scambiato per un lontano parente — con inspiegabile accento yiddish — di quella dinastia miliardaria.
Ma Isaac dimenticò quel cognome e, messo alle strette dall’immigrazione americana esclamò «Ikh hob fargessen», «ho dimenticato». E quello, fraintendendo, scrisse sul registro: «Ichabod Ferguson». Un nome melvilliano, da protestante scozzese, per un ebreo bielorusso destinato a una vita di lavoro e a una fine prematura nel Nuovo Mondo, Ichabod nonno di Archie la cui storia, raccontata a pagina 1, tornerà come in un gioco di prestigio nelle ultime pagine del romanzo quando Auster si diverte, finalmente, come un illusionista generoso che decide di raccontare al pubblico i suoi trucchi alla fine dello show.

Matteo Persivale in la Lettura #266, pag. 18-19