Il Principe

Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende; nondimanco, si vede per esperienza ne’ nostri tempi quelli principi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare e’ cervelli degli uomini; e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà.

[ Ognuno sa quanto sia lodevole, per un principe, essere leale e vivere con onestà, non con l’inganno. L’esperienza dei nostri tempi ci insegna tuttavia che i prìncipi, i quali hanno tenuto poco conto della parola data e ingannato le menti degli uomini, hanno anche saputo compiere grandi imprese e sono alla fine riusciti a prevalere su coloro che si sono invece fondati sulla lealtà. ]

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-1, versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

La normalità normativa

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Nella polis c’era una pressione immediata, perché ci si parlava faccia a faccia. Oggi la spinta al conformismo passa attraverso i media. Platone scrive, nel libro VI della Repubblica, che chiunque abbia a che fare con la folla e le proponga programmi politici, opere letterarie o artistiche, deve uniformarsi ai suoi voleri. A me quel passo fa venire in mente i sondaggi. Qualunque politico oggi, prima di avanzare una proposta, commissiona un sondaggio per verificare l’orientamento. Il posto che aveva l’urlo della folla nelle assemblee ateniesi è stato preso dalle indagini d’opinione, il cui terribile effetto consiste nel registrare una normalità che diventa subito normativa: tutti la pensano così e quindi così bisogna fare. È un enorme inganno.

Mario Vegetti, in la Lettura #228, pag. 3

Calais

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Le camionette del Crs stazionano a decine sulla corsia d’emergenza e sorvegliano dall’alto la più grande bidonville d’Europa. Appena fa buio, ragazzi con giacche a vento nere e berretti di lana, che sopravvivono a fatica nella bidonville, si lanciano all’assalto della circonvallazione, e tentano strategie diversive di ogni sorta – lanci di rami, di carrelli del supermercato – per distrarre i Crs e rallentare la circolazione nella speranza di saltare a bordo di un camion. Ci sono molti incidenti, spesso mortali, e anche chi ce la fa, una volta giunto al porto, ha pochissime probabilità di superare la dogana perché i controlli sono sempre più sofisticati: cani, infrarossi, termorilevatori e rilevatori del battito cardiaco. È un incubo per tutti: per i migranti, per i Crs, per i camionisti e per gli automobilisti che temono ora di essere aggrediti da un migrante ora di investirne uno – ennesima variante, estremamente semplificata, dell’opposizione tra chi è pro e chi è contro. Si procede tra due recinzioni metalliche bianche, alte quattro metri, sormontate da filo spinato a lame di rasoio (la famigerata “concertina”). Al governo britannico queste recinzioni sono costate quindici milioni di euro – è il loro contributo, la Francia fornisce gli uomini – e ce ne sono anche sul lato ovest della città, nella zona dell’Eurotunnel, l’altra possibile via d’accesso all’Inghilterra. Il paesaggio, che da quelle parti era ricco di valli, alberato, verdeggiante, è stato trasformato in un gigantesco fossato. Lo scorso autunno la società Eurotunnel ha fatto abbattere tutti gli alberi in un’area di cento ettari per impedire ai migranti di avanzare senza essere visti e per facilitare la videosorveglianza: neanche un coniglio riuscirebbe a nascondersi. Non contenti, pochi mesi dopo hanno inondato la zona. Come dice Buno Mallet: se potessero metterci dei coccodrilli, lo farebbero.

Emanuel Carrère, dal réportage sulla città di Calais, la Lettura #229

Uomini e bestie

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Dovete dunque sapere come ci siano due modi di combattere: l’uno, con le leggi; l’altro, con la forza. Il primo modo appartiene all’uomo, il secondo alle bestie. Ma poiché molte volte il primo modo non basta, conviene ricorrere al secondo. È pertanto necessario che un principe sappia servirsi dei mezzi adatti sia alla bestia sia all’uomo. Gli antichi scrittori hanno già fornito ai principi questo insegnamento sotto forma di allegoria, quando hanno riferito che Achille e molti altri principi dell’antichità furono affidati al centauro Chirone perché li allevasse e li educasse sotto la sua disciplina. L’avere per precettore qualcuno che sia mezza bestia e mezzo uomo, ha un solo significato: che il principe deve sapersi servire dell’una e dell’altra natura, perché l’una senza l’altra non resiste nel tempo.

Niccolò Machiavelli, Il Principe (1513), XVIII-2, con versione contemporanea di Piero Melograni, Mondadori, Milano 2013

Decadenza (5)

Dai diari di Samuel Pepys, 20 maggio 1668:

A White Hall col colonnello Middleton a trovare il Duca di York il quale si è trasferito a St. James: lo abbiamo raggiunto lì e con lui siamo poi tornati a White Hall alla Camera del Consiglio dove c’era la seduta del Comitato della Marina. Si è discorso di tante cose, proprio da stupidi! Era impressionante vedere delle questioni importanti discusse da gente che non se ne intendeva affatto! Fra gli altri c’era uno il quale insisteva per la costruzione di una nave col sistema segreto Hemskrirke, che può avere una velocità di un terzo superiore a quella di ogni altra nave. Il Principe Rupert è dalla sua parte, e credo che finirà per ottenere tutto quello che vuole, altrimenti non otterrebbe nulla, almeno così dovrebbe essere.

Decadenza (4)

Dai diari di Samuel Pepys, 30 aprile 1668:

Così finisce questo mese. Mia moglie in campagna, io spendo e mi diverto. Sono in pena per i miei amici e specialmente per Lord Sandwich e ancor più per la mia vista che peggiora sempre, talché mi azzardo appena a scrivere e a leggere qualche cosa. Il Regno è in uno stato di grande miseria. Non vi sono danari per pagare la flotta, i marinai non ricevono la paga e si ammutinano quando si parla di farli partire. Il nostro ufficio può far poco e nessuno se ne fida. Siamo poveri, e a pezzi. Che Dio ci aiuti! Pare che la pace fra la Spagna e la Francia si faccia, e allora forse i Francesi potrebbero avere velleità di attaccarci! Che Dio ci protegga.

Decadenza (3)

Dai diari di Samuel Pepys, 18 marzo 1668:

A Westminster ho incontrato mio cugino Roger e Creed. Mio cugino è sempre persuaso che non c’è altro mezzo per salvare la nazione che sciogliere questo Parlamento per formarne un altro, ma siccome il Re è circondato da persone che perderebbero la loro posizione attuale, così nessuno lo consiglierà mai a fare una cosa del genere.

Decadenza (2)

Dai diari di Samuel Pepys, 17 novembre 1666:

Ho lavorato in ufficio tutto il giorno, poi sono andato a casa a pranzo e mi sono chiuso in camera mia per compilare la mia famosa lettera al Duca di York nella quale spiego le cattive condizioni della Marina apertamente, in modo che riesca difficile a lui e al Re, se hanno a cuore il loro vantaggio, di disinteressarsene, e di non prendere dei provvedimenti finanziari per continuare la guerra prima che sia troppo tardi, oppure chiedere la pace a qualunque condizione.

Decadenza (1)

Dai diari di Samuel Pepys, 31 ottobre 1666:

Così termina il mese. Le condizioni della Marina non sono per niente migliorate. Non c’è credito, nessuno ci vende merce, nessuno si fida di noi. Tutto quello che abbiamo da fare in ufficio è ascoltare lamentele per la mancanza di quattrini; anche il Duca di York se  n’è finalmente persuaso, ma bisogna aspettare che il Re ne trovi, e il Parlamento fa le cose con molta lentezza. Ma tutti sono malcontenti del modo di comportarsi del Re e il disordine regna ovunque. I marinai fanno i loro comodi e i comandanti non hanno ascendente su di loro. La maggioranza, invece di restare a bordo, corre a Londra, ma nessuno può biasimarli: noi dobbiamo loro tanto danaro e le loro famiglie morranno di fame se non li paghiamo. Prevedo grandi disgrazie e per andare incontro alle giornate cattive ho diviso quello che avevo in tante parti e l’ho messo un po’ per parte, sempre mantenendomi fedele al Re sotto tutti i punti di vista. Il mio solo dispiacere è vedere il Re andare incontro alla rovina col suo popolo. Eppure non sarebbe ancora troppo tardi per vincere gli Olandesi, ma finché lui e il Duca di York si occupano soltanto del loro piacere, siamo destinati a perire.

Cieca obbedienza

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Non c’è bisogno di scomodare “Il Discorso sulla servitù volontaria” di Étienne de La Boétie, l’amico di Montaigne, tantomeno il Grande Inquisitore di Dostoevskij, per sapere quanto l’uomo sia capace di cieca obbedienza in cambio a volte anche di semplici promesse di una vita sicura.

Massimo Cacciari su L’Espresso, 4 settembre 2016

Tucidide, i Meli. 2

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E se i Meli avessero capito? E se avessero voluto impartire a loro volta un insegnamento? I Meli sanno bene che gli Ateniesi sono più forti, mettono in conto di essere distrutti. Eppure resistono: perché la resistenza non è solo militare, è anche intellettuale, e riguarda la presunta verità di cui gli Ateniesi sarebbero detentori. I Meli perderanno ma non si piegano all’idea che nel mondo contano solo forza e interesse. Tucidide tace, ma anche questa è una possibilità. Una possibilità gravida di conseguenze, perché smaschera la presunta oggettività del realismo degli Ateniesi, rivelandolo per quello che è: un discorso volto a giustificare il punto di vista dei forti, un discorso che offre ai deboli una scusa per la loro sottomissione. Il rifiuto dei Meli assume così il valore della testimonianza di un altro punto di vista sulla realtà dell’uomo, che non è, o non è soltanto, brama di potere. I Meli: l’eccezione che non conferma la regola. La realtà non è quella descritta dagli Ateniesi. Magari gli uomini possono essere altro; a volte lo sono  pure. Ed è per questa idea che vale la pena di rischiare, persino di morire.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #211, pag. 5

Tucidide, i Meli. 1

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Sicuramente gli Ateniesi sono insegnanti pazienti. Perché i Meli danno spesso prova di una ingenuità sconfortante, come quando invitano gli Ateniesi a rispettare diritto e giustizia; o quando sperano nell’intervento di improbabili alleati, ad esempio gli Spartani. La risposta è severa ma illuminante: cosa c’entra la giustizia? In politica non si discute di cosa sia giusto o no; si discute di come stanno le cose, non di come si vorrebbe che andassero. Perché due sono le cose che contano, l’interesse e la forza. Tutti perseguono degli interessi, ma non tutti gli interessi sono realizzabili. Per realizzarli serve la forza. È come una legge scientifica: tutti cercano di affermarsi e ognuno ottiene quello che le sue forze gli permettono di ottenere. Basta dunque un calcolo per capire cosa si può fare e cosa no. La politica si risolve nella matematica.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #211, pag. 5

Il destino

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Si direbbe che qualche volta il destino si diverte a spingere due persone l’una verso l’altra. Ci incontrammo ancora con Alexander in casa di comuni amici: poi cominciammo a cercarci, senza aspettare più il caso, e finimmo per diventare molto amici, quasi inseparabili. Una di quelle strane amicizie come si possono avere solo con gli inglesi: si parla di tutto e di tutti, meno che di sé stessi e dei propri affari personali; qualche volta si riesce perfino a stare benissimo insieme, senza dire una parola. Si continua a rispettare certe forme, ma si sa, si sente che avete accanto una persona si cui, se ce ne fosse veramente bisogno, si può realmente contare.
Non so esattamente: doveva avere sui ventinove anni, ma qualche volta appariva anche più giovane di quanto fosse. C’erano solo quelle rughe profonde che gli solcavano la fronte alta a dargli un aspetto inatteso di maturità, di anzianità quasi e forse qualche volta una strana espressione degli occhi chiari; era come se si perdessero lontano, lontano. Curioso il contrasto con quei baffetti biondi che portava pettinati con le punte all’insù, con un’aria insolente, un po’ sbarazzina. Uno charme indefinibile, quasi animale, a cui era difficile resistere: forse nella voce leggera, chiara, un po’ insinuante, dolce.
[…]
Alexander mi invitò ad andare a vederlo al fronte. Il fronte erano poi le vecchie trincee turche, ancora all’epoca delle guerre balcaniche, che squadre di lavoratori civili, a un ritmo molto tranquillo e molto pigro, stavano liberando dalle erbacce e dalle tante altre cose che ci si erano accumulate durante tutti quegli anni.
Teoricamente, questo povero battaglione della guardia irlandese avrebbe dovuto tenere un fronte lungo una diecina di chilometri. Una landa arida, rocciosa, bruciata; qua e là qualche magro cespuglio. Il sole batteva forte, ma l’aria era leggera e si camminava volentieri, Alexander con il suo passo elastico e il suo berretto un po’ piegato da un lato. Era la prima volta che lo vedevo in servizio: era come se vedendolo tutti i giorni mi fossi dimenticato che era un militare. Con che occhi lo guardavano tutti i suoi soldati! C’era come dell’ammirazione: o forse ancora il suo charme che funzionava anche su di loro.
La spiaggia era deserta, l’aria era come immobile e anche il mare si sentiva pigro: che piacere farsi arrostire lentamente. Gli stavo raccontando degli ultimi passi ad Atene.
«Se attaccano, non ci resta che farci ammazzare», disse Alexander.
«È un massacro inutile», osservai.
«Chiunque è capace di farsi ammazzare per una causa che si capisce: bisogna imparare a farsi uccidere anche per una causa inutile, per una causa perduta», mi rispose. Feci uno sforzo per guardare un momento di sbieco dalla parte sua: non aveva nemmeno aperto gli occhi.

Pietro Quaroni, Il mondo di un ambasciatore, Ferro Edizioni, Milano 1965, pp. 17-19</spa

La Costantinopoli del ’20

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Nella Costantinopoli del ’20, di ristoranti russi ce n’era uno ad ogni angolo di strada: si sarebbe detto che era quella la formula taumaturgica che permetteva a tanta gente, di tante categorie diverse, di sbarcare il lunario. In questa orgia di russificazione alimentare, una simpatica coppia di giovani francesi aveva avuto l’idea stravagante di lanciare un restaurant francese: ed avevano avuto fortuna. Era da loro che ogni tanto si rifugiavano le colonie straniere di Costantinopoli quando erano un po’ stanche di cotolette alla Kiev o alla Pojarski, o anche semplicemente se ne avevano abbastanza della compagnia delle eterne dames serveuses. E fu proprio alla Régence, una sera, che si avvicinò al nostro tavolo un ufficiale inglese: aveva bevuto parecchio indiscutibilmente, ma non era certo la prima volta che ci accadeva di incontrare un ufficiale inglese che avesse bevuto un po’; ci aveva raccontato che aveva appuntamento con qualcuna che non era venuta, non sapeva ch cosa fare: se aspettare ancora o andarsene. Un po’ noioso, un po’ appiccicoso, ma veramente niente di eccezionale.
Per cui fummo un po’ sorpresi quando, un paio di settimane dopo, ci fu chiesto se acconsentivamo ad apparire, come testimoni, davanti alla Corte Marziale che doveva giudicare l’ufficiale in questione.
Il nostro amico di una sera era là, in grande uniforme. L’interrogatorio fu lungo e circostanziato: dopo qualche tempo riuscii a capire che si trattava di stabilire se il suo stato di ubriachezza fosse tale da rendergli impossibile l’obbedienza agli ordini di Sua Maestà. L’affare sembrava grave: non mi ricordo bene per quale ragione precisa, teoricamente, la guarnigione era in stato di allarme. Con tutto ciò non riuscivo a capire la ragione di prendere tutto questo tanto al tragico: se fosse stato necessario mettere sotto processo tutti i soldati e gli ufficiali di S.M. che la sera si trovavano, più o meno, nella vigna del Signore, non so quanti ne sarebbero rimasti in servizio.

Pietro Quaroni, Il mondo di un ambasciatore, Ferro Edizioni, Milano 1965, pp. 16-17

Ogni Paese

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Ogni Paese ha il suo genio proprio, e le cose sue deve farle nella maniera che corrisponde a questo suo genio e non in un altro. Il genio italiano è un insieme di elementi contraddittori che coesistono senza fondersi: molto idealismo, molto realismo, molte illusioni, molta confusione; molta tolleranza, forse, figlia di un grande scetticismo, ma comunque profondamente umana e un curioso senso di continuità giuridica. L’unità d’Italia è stata fatta secondo questo genio della nostra gente: è stata fatta per storto, se si vuole, ma è stata fatta. Questa è la grandezza vera del nostro Risorgimento: forse è solo ora che cominciamo realmente a rendercene conto.
[…]
Noi abbiamo la fama di essere gli eredi di Machiavelli: qualche volta ci crediamo anche noi stessi, e c’è, effettivamente, nella nostra psicologia interna qualche cosa che d’istinto ci porta verso la sottigliezza, diciamo così, diplomatica. Ma non sono ancora riuscito a capire come è che con tutto questo, pochi come noi italiani restano, come d’istinto, sorpresi e quasi offesi, quando si deve rilevare che la politica degli altri segue interessi e calcolo e non sentimento.
Noi crediamo ancora di essere amati, crediamo che l’essere amati faccia parte della politica: dividiamo ancora popoli e uomini fra quelli che amano l’Italia e quelli che non l’amano, e reagiamo, sinceramente, quando ci accorgiamo che in politica estera non c’è amore, né simpatia, ma solo coincidenze di interessi. Quando la coincidenza cessa, cessano anche le espressioni di amicizia.
Siamo forse l’ultimo popolo al mondo che, ritenendosi furbo, cinico, calcolatore ed essendolo anche, in parte, crede, in politica estera, al sentimento e all’ideale, e ne risente, dolorosamente, quando i fatti portano a renderci conto che gli altri ci credono un po’ meno di noi.
È bello certo, ma ha anche i suoi inconvenienti: chissà, forse, anche questo è un’eredità dei bei sogni del nostro Risorgimento.

Pietro Quaroni, Il mondo di un ambasciatore, Ferro Edizioni, Milano 1965, pp. 11-13