Sapiens destruens

Bansky, Fast Food Caveman

«Storie simili si possono raccontare per le Americhe, dove, in assenza di altre specie umane, esisteva una meravigliosa biodiversità nei grandi mammiferi dell’era glaciale. Il loro destino era comunque segnato. Con la comparsa dei primi Sapiens, arrivati da nord attraverso l’attuale Alaska, circa 15 mila anni fa, in poco tempo scompaiono la tigre dai denti a sciabola, cammelli ed elefanti arcaici, e innumerevoli specie di bisonti. In tutto, in Nord America spariscono 34 su 37 generi di grandi mammiferi e in Sud America 50 su 60 generi. In tempi più recenti, sempre in coincidenza con il nostro arrivo, si estinguono tutte quelle specie che non avevano imparato a temerci: nei Caraibi il bradipo gigante (5 mila anni fa), in Madascar il gigantesco uccello elefante, Aepyornis Maximus (2 mila anni fa), in Nuova Zelanda i grandi uccelli Moa (800 anni fa), nelle isole Mauritius il Dodo, Raphus cucullatus (500 anni fa). Le estinzioni dei grandi animali in Africa e in Eurasia hanno avuto un andamento più lento, poiché in questi casi gli animali si sono evoluti con noi, imparando a temerci. Ciò nonostante si calcola che molti di essi si estingueranno entro questo secolo.»

Claudio Tuniz, in la Lettura #234, pag. 9

Richesse

«L’atteggiamento francese nei confronti del denaro è ipocrita come quello degli americani verso il sesso. In Francia c’è un amore segreto del denaro che si traduce in un odio esibito, retorico. La Francia vive in una sorta di schizofrenia: è una Repubblica, ma la scenografia è monarchica, lussuosa, con i palazzi, le prefetture, l’Eliseo. Un Paese monarchico nei suoi rituali, ma pauperista nella retorica. Il presidente Hollande ha detto di non amare i ricchi, ma avrebbe dovuto dire non amo la povertà che degrada gli uomini, questo sarebbe stato più progressista. Il vecchio adagio dice che la Francia è un’Unione Sovietica riuscita, solo che oggi non funziona più.»

Pascal Bruckner intervistato da Stefano Montefiori, la Lettura #236, pag. 9

Assenza

Miya Ando, Luminous Transcendent 3.3, 2010

È la sottrazione che dà forza, è dall’assenza che nasce l’intensità: è questo che abbiamo disimparato con la modernità. Continuiamo ad accumulare, ad aggiungere, a rincarare la dose. E poiché non siamo più capaci di affrontare il potere simbolico dell’assenza, oggi siamo piombati nell’illusione contraria, quella disincantata della profusione.

J. Baudrillard, Illusione, disillusione estetiche, Pagine d’Arte, Milano 1999, p. 15.

Aristotelismo

Quello che davvero appassiona Aristotele è affrontare i problemi e cercare di risolverli. Non c’è niente che non meriti un po’ di attenzione e di tutto Aristotele s’interessò, senza distinguere tra alto e basso, nobile e volgare.
Trascorse vent’anni con Platone, discutendo di dialettica, astronomia e metafisica; ma intanto raccoglieva le opinioni della gente comune, convinto che tutti potessero offrire spunti utili per avanzare nella comprensione dei problemi. E per le sue ricerche scientifiche non si vergognò di frequentare allevatori, pescatori, cacciatori, interrogandoli sulla respirazione degli uccelli o su come copulano i polpi. Quando non ci pensava direttamente lui, inseguendo una rana in uno stagno o scrutando con attenzione un embrione di pollo: i suoi lavori zoologici (che costituiscono una parte consistente della sua produzione scritta, non andrebbe mai dimenticato) sono pieni di allusioni alle sue ricerche sul campo. «Non si deve nutrire un infantile disgusto verso lo studio dei viventi più umili: in tutte le realtà naturali vi è qualcosa di meraviglioso».
Filosofia non vuol dire del resto proprio questo, un amore (philia) per la conoscenza (sophia), tutta? «La natura offre grandissime gioie a chi sappia comprenderne la causa, cioè sia autenticamente filosofo». Così, ad avere la pazienza di leggerli (perché a volte ci vuole proprio pazienza: i testi di cui disponiamo sono gli appunti personali delle lezioni, non opere destinate alla pubblicazione), si scopre che gli scritti di Aristotele sono pieni di problemi, domande, difficoltà – piccole crepe nel poderoso edificio del sapere, insignificanti solo in apparenza, soprattutto quando in discussione è l’uomo.

Mauro Bonazzi, in la Lettura #235, pag. 18

Klat Magazine

 


Scopro che Klat Magazine è una rivista bellissima, straordinaria.
Una pubblicazione dedicata al design, all’architettura, alla fotografia, al leisure, al luxury, al vivere, alla creatività, alle idee, alle immagini, agli oggetti, ai colori, all’ambiente e agli ambienti, all’umanità nella sua parte rilucente, al successo nelle realizzazioni – che è diverso dal successo come vulgata –, alle creazioni umane che confluiscono nell’industria e nell’arte, alla cultura nel senso contemporaneo: fruibile, al passo col tempo che si vive, con le idee e i sogni di oggi, visti nella prospettiva che evolve.

Photo by Morgan Maassen, from Klat Magazine

Una rivista che guarda, esplora, osserva, inquadra, domanda, riferisce, dà conto del mondo come raramente una pubblicazione riesce a fare, perché coniuga l’apparente settorialità alta con le correlazioni ineludibili che rinviano al resto, a ciò che è mondo-ambiente e ambiente-mondo, che accoglie tutto: l’agire e il muoversi, il guardare l’osservare e il restituire, lo scoprire, senza confini concettuali o ideologici. Il mondo è guardato nella sua integralità per estrarne frammenti e segmenti e settori che comunque riguardano tutti, sottraendoli alla limitazione canonica o ideologica da cui sono spesso condizionati. Fattori, situazioni, progetti e fabbricazioni che contribuiscono all’intera nervatura del sistema umano.

La Passione secondo Carol Rama, GAM, Torino

Una rivista-rivelazione, dunque: soprattutto per chi – come me – s’è rifugiato troppo a lungo nella cultura libresca e circolare, arginata, che crea canoni, che fa sviluppare un’introspezione analitica mancante di una necessaria prospettiva-mondo che sia concreta, visibile davvero da quella formidabile macchina naturale che è l’occhio reale.

http://www.klatmagazine.com

https://www.facebook.com/Klat-173331819993

Beruryah e il Talmud

Andy Lavine Arnovitz, Bundled, 1985

I trattati talmudici sono ben trentasei e mezzo. Si è perciò appena all’inizio di un lungo cammino. In tutta questa enorme opera, formata da un milione e ottocentomila parole, è presente un’unica figura femminile in grado di discutere sul piano di parità con i rabbini. Si tratta di Beruryah. Un ago nel pagliaio. Tuttavia l’appuntito oggetto metallico («femminile») suscita pur sempre qualche turbamento rispetto all’omogeneità vegetale («maschile») dell’insieme: se si ha l’avventura di imbattersi in quell’ago, se ne resta punti. Non a caso all’interno dello stesso Talmud e ancor più nei suoi commenti non sono mancate interpretazioni denigratorie della perspicace Beruryah.

Piero Stefani, in la Lettura #232, pag. 12

Sette personaggi

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Sette personaggi in cerca di pace, ognuno distantissimo dall’altro, incapaci di guardarsi  negli occhi. Sette figure fermate con tutta probabilità sulla terrazza del Parc de Saint Cloud, dove Edward Hopper amava andarsi a sedere, che guardava la Senna. Uno sfruttatore; una monumentale prostituta, ammiccante, truccatissima, i capelli alla garçonne; un uomo con barba e cappello; un militare in alta uniforme o un domatore di circo visto di spalle (sarà lui l’oggetto di desiderio della prostituta?); un pagliaccio dallo sguardo assente; una coppia di borghesi che guarda la scena con distacco solo apparente: ecco i protagonisti di Soir Bleu, quadro anomalo nell’ambito della stessa produzione artistica di Hopper. Non solo per le dimensioni: 182,7 per 91,8 centimetri contro una media di 70 per 60; ma anche per il destino: esposto nel 1915 al MacDowell Club di New York, in pratica la prima vera mostra dedicata a Edward, non piacque né ai critici («troppo europeo e troppo vecchio come stile») né al pubblico, forse perché a fianco nella stessa esposizione l’artista volle mettere il più convenzionale New York Corner. Così Hopper avrebbe deciso di riprenderselo e di non mostrarlo più, tanto che sarà riscoperto, nel suo studio, solo dopo la morte, il 15 maggio 1967.

Stefano Bucci, in la Lettura #230, pp. 28-29

Territorio

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Al tempo dell’Alberti «territorio» significava ancora, tra l’altro, spaventapasseri, come certificano i dizionari della bassa e infima latinità. In realtà sull’ambiguità del termine da quasi un migliaio d’anni si era già stati messi in guardia.
Nel Codice di Giustiniano si avvisa che esso deriva non da «terra», come si sarebbe portati a tutta prima a credere, ma dalla stessa base di un’altra parola, «terrore»: il territorio era (e resta ancora) l’estensione che ricade sotto l’atto di esercitare il potere, di produrre la paura, di imporre come fanno oggi i droni in Medio Oriente la morte. Ma con una grande differenza tra il Medioevo e i giorni nostri, che lo spaventapasseri aiuta a comprendere. Piantato in mezzo al campo esso ha il compito di rappresentare il diritto, la proprietà che su di esso vige, ma allo stesso tempo di tradurre tale diritto in termini naturali, quasi che quest’ultimo fosse un accessorio immediato e spontaneo del campo stesso. Come verso la metà del Trecento dirà Baldo degli Ubaldi: la giurisdizione insiste sul territorio come sopra la palude la nebbia, generata «dall’attiva potenza del suolo».
Per Baldo il territorio (l’ambito politicamente definito) era contenuto nel suolo (l’ambito naturalmente caratterizzato) come i fermenti vivi erano contenuti nel vino. E nel Medioevo l’autorità veniva compresa a sua volta come pertinenza naturale del territorio, nel senso che il diritto, per eccellenza consuetudinario, non era il prodotto di alcuna volontà soggettiva ma si configurava come riaffermazione e difesa di qualcosa di già dato e inscritto nella terra stessa, intesa come mediazione tra potere e comunità: giuris-dizione, appunto, l’esposizione di qualcosa che già c’è, e che proprio in quanto tale è specifico del contesto locale, è in grado di giustificare la politica pretesa d’obbedienza da parte del signore.

Franco Farinelli, in la Lettura #226, pag. 7

Scrittori

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La maggior parte degli scrittori che leggiamo non sono né geni né milionari; conducono, o  hanno condotto, esistenze qualunque: bollette da pagare, matrimoni, divorzi, alimenti, figli da crescere, editori da compiacere o tenere a bada, e tanti rospi da mandare giù. Ciò che li distingue da qualsiasi altro borghese in circolazione è che per campare hanno scelto di scrivere, e scrivere come diceva Simenon è «una vocazione all’infelicità». Gli avvocati che conosco non stanno sempre lì a chiedersi se sono – o se potranno mai essere – i più grandi avvocati del mondo. Svolgono la professione forense al meglio, godendone i frutti e la cosa finisce lì. I pochi scrittori che frequento sono animati dalla smania vanagloriosa di prevalere su tutti gli altri, e annichiliti dal sospetto della propria mediocrità che con l’età diventa una certezza.

Alessandro Piperno in la Lettura #231, pag. 2

Homo Naledi

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“A causa della natura accidentata e ai molti passaggi claustrofobici della grotta, Lee Berger capì fin dall’inizio che la campagna di scavo non sarebbe stata semplice e che persone con caratteristiche particolari avrebbero dovuto farsi carico dell’estrazione fisica del materiale fossile dalla Camera di Dinaledi. Da uomo moderno qual è, molto pratico con le nuove tecnologie, Berger postò un annuncio su Facebook in cui chiedeva ai colleghi di spargere la voce che aveva bisogno di paleoantropologi con esperienza in speleologia e arrampicata e in particolare di corporatura esile per poter accedere agli stretti passaggi per arrivare alla Camera di Dinaledi. All’appello risposero circa sessanta persone e la scelta è ricaduta su sei donne che furono poi soprannominate Underground astronauts, le astronaute del sottosuolo.”

Damiano Marchi, in Micromega – Almanacco della scienza, 6/2016

Materiali 20. Nigredo Albedo Rubedo

 

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Nella successione dei colori, l’opera al nero era l’opera prima, la liquida nigredo, che equivaleva alla morte della materia, alla sua putrefazione e calcinazione.
“Nel processo di disfacimento, i due princìpi opposti, il volatile e il fisso, vengono rappresentati come un drago bianco alato e un drago nero senza ali, che si affrontano in una lotta mortale”, spiegò il bibliotecario, mostrandogli le miniature di un manoscritto cinquecentesco scovato in una stanza chiusa a chiave. “Dopo esser stati messi insieme nel loro sepolcro, si azzannano a vicenda spargendo il loro veleno, fino a quando, per azione della bava velenosa e delle ferite letali, si corrompono e si dissolvono nel nero più nero del nero”.

La corruzione, proseguì sussiegoso girando le pagine, preludeva a una nuova generazione: le due componenti avevano perso le forme naturali per acquisirne una più nobile. Al termine della nigredo, nel microcosmo dell’uovo filosofico appariva un cielo stellato che annunciava la comparsa dell’acqua viva e permanente, il Mercurio dei saggi, che riceveva dall’alto le influenze celesti, creative e purificatrici.

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“L’opera seconda è caratterizzata dall’albedo: una volta sublimato, il Mercurio dei saggi ricade sulla nuova terra, che gradualmente si ricostituisce. La purificazione della materia si esegue secondo la formula solve et coagula, attraverso sublimazioni e solidificazioni ripetute che la riducono a pura sostanza mercuriale. Intensificando il fuoco della fornace, l’umidità cede alla secchezza, finché la coagulazione della sostanza si completa e ccompare il colore bianco”.

“In questo modo, se non erro”, azzardò l’altro, “la materia è cotta, digerita e fissata in zolfo incombustibile. Così, dovrebbe acquisire la forza di rimanere inalterata all’azione del fuoco; e con l’estrazione del suo sale la si prepara alla fase successiva”.
“Non sbaglia”, concesse il dottor Salvi con un sorriso indulgente. “Nella rubedo, l’opera terza, lo zolfo rosso fissa il bianco mercurio, e da questa riunione nasce la perfezione ultima. La materia viene fermentata, moltiplicata e condotta alla realizzazione perfetta, sotto forma di tintura fissata, permanente e colorante, una polvere e una pietra insieme”.

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Il bibliotecario gli mostrò una riproduzione completa dello Speculum Veritatis, ricco di illustrazioni secentesche. Il simbolo dell’ariete corrispondeva alla materia prima misteriosa, soggetto dell’Opera, perché rappresentava il segno astrologico sotto il quale dovevano iniziarsi le operazioni alchemiche. Il lupo grigio che divora Mercurio alludeva alla purificazione della materia, mentre le tre sfere poste sopra le tre bocche del fuoco segreto rappresentavano la triplice sublimazione con cui essa veniva ridotta al suo stato primigenio. E il drago a tre teste, su cui l’alchimista poggiava i piedi, alludeva al suo dominio sui tre regni della natura.

Materiali 19. Elisir mediatico

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Dopo le illustrazioni acquerellate dei singoli stadi dell’operazione alchemica, iniziava la descrizione vera e propria della fase preparatoria del procedimento. Sostanze non meglio identificate, definite quei zolfi bianchi e rossi, venivano triturate finemente in un mortaio di marmo e bagnate versandovi sopra la terza parte del suo peso del mercurio da cui quelli erano stati ricavati. Se ne faceva una pasta come il burro e la si metteva in un’ampolla ovale, che veniva posta a scaldare sul fornello in un letto di ceneri, al fine di mitigare e uniformare l’azione del calore. Durante la cottura, ogni volta che saliva una schiuma rossa la si toglieva agitando la soluzione con una spatola di ferro, finché il composto raggiungeva la consistenza del miele. Dopo aver raffreddato il vaso con il composto, lo si sottoponeva a sette sublimazioni successive, estraendo l’Acqua delle sette quintessenze. Questa era la matrice assoluta dell’Olio filosofico, un distillato ottenuto dopo aver fatto passare quell’acqua tre volte per l’alambicco, ed eliminato l’ultima feccia. L’Olio filosofico era definito la tintura intermedia purissima, l’elisir mediatico, il distillato assoluto che andava unito alla materia prima segreta che l’alchimista aveva scoperto. Trattando quelle due componenti con certe sostanze coadiuvanti e sottoponendole a un complesso procedimento di decozione, descritto da una serie di illustrazioni, si sarebbe giunti a realizzare la Grande Opera.

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Chiuse gli occhi e si stirò, prendendosi la testa fra le mani. Dal suo tavolo, l’uomo in pizzetto bianco continuava a osservarlo di sottecchi. Ogni tanto si alzava per andare a prendere qualcosa, e passandogli vicino sbirciava i fogli che aveva davanti. Allora lo guardò con una punta d’irritazione e tornò a impilare alcuni dei volumi che stava consultando, per coprire il manoscritto alla vista. Si mise davanti il Rosarium Philosophorum, la Silva Philosophorum, il Theatrum Chemicum Britannicum di Elias Ashmole, la Phylosophya Reformata del Mylius, che riportava illustrazioni molto più eloquenti del testo oscuro e prolisso. Spostò di lato l’Atalanta Fugiens di Michel Maier, che dava una serie d’interpretazioni in chiave alchemica dei miti greci, e l’Introitus di Filalete. Da tutte quelle pagine, fitte di tavole allegoriche e formule arcane, un odore di carta stantìa. Quanto all’autore del manoscritto, affermava d’aver trovato la materia prima segreta, da cui doveva partire ogni ragionamento sull’alchimia, sotto terra. La ricerca della materia prima era il momento più difficile: si diceva avesse corpo imperfetto, tinta penetrante, mercurio trasparentissimo, volatile e mobile. Veniva chiamata con molti nomi: Ambasagar, Tubalcain, Riovrabet, Vitrolium, tutte parole di nove lettere, ma nessun alchimista aveva mai rivelato la sua natura. V.I.T.R.I.O.L.V.M. era anche un acrostico: Visita Interiora Terrae Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam. Visita l’interno della terra, e depurando troverai la pietra occulta, la vera medicina.

Depero

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Fortunato Depero si definiva “critico, architetto, pittore, scultore, musico, matematico, meccanico, conferenziere, soldato, pazzo”.
Con lui, l’ordine e la normalità borghese venivano scardinati, e così i consueti codici dell’arte. Il suo definirsi “architetto” alludeva probabilmente al suo considerarsi plasmatore e ricostruttore del canonico modo di essere e di rappresentare il reale, nel secolo della macchina e del progresso.

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“Quando il quadro non basterà più, le opere pittoriche saranno forse vorticose architettture sonore e odorose di enormi gas colorati, che sulla scena di un libero orizzonte eletrizzeranno l’anima complessa di esseri nuovi che non possiamo ancora oggi concepire”, vaticinava.

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Depero venne definito più Futurista dei Futuristi, più precisamente “un pittore del secondo Futurismo”. Secondo Futurismo fu un termine introdotto da Enrico Crispolti alla fine degli anni cinquanta: mentre il primo Futurismo era il “Futurismo eroico”, costituito dal nucleo storico del 1909-1916, il secondo Futurismo è quello successivo di Depero. Fu la morte durante la Prima Guerra mondiale di Umberto Boccioni, di Antonio Sant’Elia e di Carlo Erba a segnare la svolta. Una distinzione che tiene conto di fattori ideologici, oltre che stilistici: al primo futurismo appartenevano artisti di provenienza anarchica e socialista, in quel senso rivoluzionaria, mentre al secondo futurismo aderirono artisti fascisti e filo-fascisti.

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La differenza fu anche nell’approccio al Manifesto futurista e alle sue elaborazioni: prima ci si proponeva di “portare l’Arte nella vita”, senza tuttavia riuscire a svincolarsi dalla pittura e scultura esposte nelle gallerie. Il secondo Futurismo, invece, a partire dalla “Ricostruzione futurista dell’universo” di Balla e Depero, entrò nella vita quotidiana della gente, e lo fece con la pubblicità, l’arredamento, il design, le scenografie, la moda, l’architettura.

L’inquietudine

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«I miei lavori nascono sempre da suggestioni dal reale, da un a fotografia, magari da un giornale, un documentario. Così, nel cuore della notte salgo in studio e comincio a disegnare con la fuliggine o a mettere le tempere. Non amo l’olio e gli acrilici li sento freddi, atoni, non capaci di trasparenze e sfumature.»

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«Nel dipingere ruoto spesso i quadri, cerco di sedimentare la visione, di capirne il giusto senso. Intervengo per mesi sulle opere. Talvolta, insoddisfatto, le distruggo. La mia ricerca è fatta di questo lavoro ossessivo per arrivare a un risultato che per me sia accettabile.»

Guglielmo Spotorno a Gianluigi Colin, in La Lettura #207, pag. 32

Materiali 18. Rebis

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Il Rebis, la figura simbolica dell’androgino, viene effettivamente raffigurato con due teste, una maschile e una femminile, e coi piedi poggianti su un drago che sputa fiamme. A quanto ricordo, quel simbolo comparve per la prima volta nel Trattato dell’Azoth di Basilio Valentino; rappresentava la prima decozione dello spirito minerale mescolato al suo corpo, ossia l’unione del solvente, principio volatile e femminile, con la sua sostanza solubile, principio fisso e maschile. Ouroboros, il drago che si mangia la coda, era l’emblema della natura ciclica ed eterna dell’universo. Un universo unico, che nella sua struttura unitaria è soggetto a un moto di continua e incessante circolarità, in cui tutto parte dall’Uno e ritorna all’Uno. Ogni elemento è a un tempo se stesso e altro da se stesso: i minerali diventano liquidi, volatili, solidi.

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Secondo quel tradizionale modello di corrispondenze, ogni elemento possiede due qualità, ciascuna delle quali è condivisa dall’elemento precedente e da quello successivo. Era spiegato anche nel De magia naturalis di Heinrich Cornelius Agrippa: la terra diventa melma e si dissolve diventando acqua, che, con l’evaporazione prodotta dal riscaldamento, si cambia in aria; poi l’aria, surriscaldandosi, si trasforma in fuoco che, una volta spento, si trasforma di nuovo in aria e, raffreddandosi, si tramuta in terra o pietra.

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Il ciclo degli elementi era visto nella continua trasformazione delle nature che avveniva al di sotto e al di sopra della superficie della terra. La terminologia adoperata, ovviamente, era convenzionale: tutti i liquidi erano definiti acqua, tutti i solidi terra, tutti i vapori e le sostanze volatili aria, ogni specie di calore fuoco. Ma i veri elementi a cui si alludeva non erano le entità immediatamente tangibili: erano gli elementi puri racchiusi nel nucleo della materia, le forze, gli agenti che portavano a compimento il lavoro della natura, mutando continuamente la loro combinazione per poter dare vita a tutte le diverse sostanze esistenti sulla terra. Il compito dell’alchimista era scomporle nelle loro essenzialità, per andare alle radici del cosmo e scoprire i semi delle energie attive e vitali, giungendo a conoscere l’Anima universale, la forza che tiene unito il mondo.