Sirena

Antonietta Raphaël, Sirena, olio su tavola

«A un certo punto Mafai dovette sentirsi tallonato dal genio incondito e smisurato della moglie, fino a compiere quello che ai nostri giorni sarebbe stato considerato un gesto indebito e deplorevole, di obbligare la moglie ad abbandonare la pittura, in cui rischiava di apparire superiore al maschio di casa, per imbracciare la scultura, nel che Antonietta non si sentì per nulla spiazzata, anzi, continuò a modellare con le materie plastiche i suoi mascheroni, le sue cariatidi slabbrate, aperte a conca, ad abbracciare tanto spazio. In sostanza, anche in quell’arte che non era proprio la sua prima scelta, seppe manifestare il fondo leggendario e stupefacente che si portava dietro dalla nascita, risultando anche su questo fronte ben lontana dai nostri migliori scultori del suo tempo, che si portavano dietro un senso delle misure, tenendosi non lontani dal mantenimento di un cauto equilibrio, anche se poi per la forza dei tempi alcuni di loro scivolarono verso il geometrismo astratto».

Infanzia

Ingmar Bergman by Irving Penn, 1964

In realtà io vivo continuamente nella mia infanzia: giro negli appartamenti nella penombra, passeggio per le vie silenziose di Uppsala, e mi fermo davanti alla Sommarhuset ad ascoltare l’enorme betulla a due tronchi, mi sposto con la velocità a secondi, e abito sempre nel mio sogno: di tanto in tanto, faccio una piccola visita alla realtà.

Ingmar Bergman, La lanterna magica

imbecillitas 2

Hieronymus Bosch, La nave dei folli, 1490-1500

Al polo opposto di questa natura di tenebre, la follia affascina perché è sapere. Essa è sapere, in primo luogo, perché tutte quelle figure assurde sono in realtà gli elementi di un sapere difficile, chiuso, esoterico. (…)
Un altro simbolo del sapere è l’albero (l’albero proibito, l’albero dell’immortalità promessa e del peccato); un tempo piantato in mezzo al Paradiso terrestre, esso è stato sradicato e forma ora l’albero maestro della nave dei folli, come si può vedere sull’incisione che illustra la Stultiferae naviculae di Josse Bade; è certamente esso che dondola sopra la Nave dei folli di Bosch.

Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica

Mario e la Recherche

E dunque l’ho finita.
Ora che ho letto per la seconda volta “Alla ricerca del tempo perduto” (con molto più dei 100 giorni sperati ma, ci sta) me ne resto sospeso. Rileggere un’opera così vuol dire anche fare proprio il cuore della domanda fondamentale che Proust pone alla vita. Da qui, vista la sua portata, la fine potrebbe essere il tramite di un proseguimento, di un’ “analisi interminabile” che diventa un’interrogazione a sé stessi.
Il che vuol dire che ora, leggerò saggi “Su Proust” (qui alcuni) la risfoglierò e poi, magari, prima di morire, la leggerò la terza volta. Collocandomi sul medesimo punto esistenziale di Marcel, inteso come persona-proust e anche come personaggio-marcel, il Narratore. Forse, come tutte le cose della mia vita sono un forse.

Alla fine, il romanzo di 3000 pagine si riassume in una frase illuminante di un critico, letta chissà dove: la trama della Recherche riassumibile in “Marcel diventa scrittore”. Il protagonista, via via che si legge, diventa sotto gli occhi del lettore il suo autore, ovvero colui che alla fine racconterà in sette volumi, semplicemente un gesto di fiducia massima nella parola, ovvero racconterà la decisione di scrivere (e scriverà tutto quello che abbiamo letto in sette volumi, un libro-mondo capace di raccontare un mondo che non c’è più).
Già solo questo dice tutto di un testo che è una sfida tutt’oggi. (non a caso l’abbiamo iniziata come “challenge” di facebook — e sono davvero grato a Marco Giacosa di averla lanciata, senza quella sfida non lo avrei fatto. Ora posso dire: Ecco una cosa che si è conclusa, non è rimasta nella zona grigia del “forse”).

Tutto “Il tempo ritrovato” ovvero la parte finale della Recherche, è un ripensamento della vita vissuta, in funzione della sua scrittura, data come imminente — che è già in atto e che non ci sarebbe senza quel ripensamento. Come se una forza dell’immemore lo trascinasse a vivere e ricordare. E scrivere. Un battito pulsante. Del resto per migliaia di anni gli uomini sapiens hanno sentito il “battito del cuore” senza sapere bene cosa fosse, ci arriveranno quando sfideranno la morte e sezioneranno cadaveri.
Alla fine non ci sarebbe neppure la vita stessa, senza questo battito nel ritmo della frase, che si alterna tra immobilità dell’accaduto e la mobile, instabile possibilità di riviverlo e insieme ridare significati nella nostra memoria, a ciò che abbiamo vissuto, in cui la maturazione di un’età più adulta (che è quella dentro cui Proust scrive, tra il 1908 e il 1922 dai 37 ai 52 anni ) è simile alla mia nel tempo delle due letture.

Per Proust la decisione di scrivere è sia la conseguenza che la causa di questo nuovo vivere la vita, fatto di racconto. Ma pure la consapevolezza che tutto questo è un teatro, che dietro il presente nasconda una “facies” di nulla. È una sensazione sottile, ma non a caso questo libro è un libro chiave per un autore così apparentemente differente, Samuel Beckett che dedicò la tesi di dottorato a Proust.
Nella Recherche in ogni caso, in questo suo essere punto di memoria e vita, si può trovare l’incastro tra delle due spinte opposte: vivere per raccontare o raccontare per vivere? Entrambe le cose, la scrittura è un dispositivo esistenziale per proseguire nella vita, perché il racconto mette in scena un mondo passato, che non si ripresenta identico, ma che appare per come oggi il Narratore sa leggere quelle azioni, le interpreta e soprattutto anche lui le re-interpreta, a distanza di anni. Le ultime due o trecento pagine sono piene di auto-citazioni, revisioni di episodi che abbiamo già letto nelle parti precedenti. Ripensamenti. È il ritrovare il tempo vissuto, ma solo quello è “tempo”.

Farne due letture, come ho fatto io a distanza di ventiquattro anni, mette lo stesso testo in una dilatazione di memoria, personale e letteraria — come ricordo quel tempo della prima lettura? Che ricordo della Recherche letta allora? Alcuni sanno già, l’ho scritto più volte: letta per la prima volta nell’età in cui Proust iniziava a progettare di scrivere, ovvero 33 anni (ma non lo aveva ancora fatto, avrebbe iniziato all’incirca a 37 anni e in quegli anni era soprattutto un mondano che scriveva di mondanità, il massimo dell’impermanente). La rileggo ora che io di anni ne ho 57, età che Proust non ha mai vissuto (per sua fortuna) dato che è morto a 52 anni, mentre cercava di ultimare la Recherche, opera infatti non del tutto terminata, anzi: su molte parti c’è tutt’ora una controversia filologica. Se a 33 anni avevo apprezzato il nucleo originario dell’opera, la sua superficie di bellezza sensibile e meraviglia della finezza psico-realista (Proust che voleva scrivere, scriveva nelle lettere, una costellazione di “momenti poetici”, una sorta di libro-puntillista), a 57 ora vedo la tramatura sotterranea del tremendo, vedo il tempo e la morte come vero cardine della spola del racconto.

Man mano che scriveva e rifletteva, Proust — che era lettore onnivoro e soprattutto del sapere più aggiornato (lesse di scienza, di filosofia, soprattutto Bergson e articoli scientifici sulla nuova scienza psicologica proposta dal contemporaneo Freud, che inizia a pubblicare nel 1899) — trasforma quel progetto in qualcosa che sarà molto più di un romanzo. Così, i “momenti” cominciano a dilatarsi, a non essere più così “puntuali” cioè a espandersi, a connettersi per metonimia, fino a che “Marcel” costruisce questo “grande edificio della memoria”. Proprio lo “slittamento metonimico”, elemento essenziale in psicoanalisi, almeno nelle sue origini Freudiane che si rifacevano a Saussure, per leggere sogni, pensieri, parole, è l’elemento centrale nel procedimento stilistico di Proust, che davvero sembra approntare un romanzo-saggio fatto arrivando alle medesime conclusioni, il che ne fa il genio che è.

Proust costruisce sì metafore, o meglio, comparazioni analogiche che non si accontentano della parola secca (X era [come] Y, la metafora base), ma le distende in periodi lunghissimi, articolati in proposizioni principali, poi incidentali, e varie subordinate, ablativi assoluti, elencazioni, a costruire la famosa e gassosa “frase” proustiana, così simile nel suo intento, alla ricorrente “frase di Vinteuil”, nel settimino di quel musicista inventato che ha fatto dannare i critici per capire a chi si fosse ispirato. (come si vede mi resta attaccato il periodare lungo).
Tutto è dato da questo ritornello di agganci continui, di combinazioni di legami, con gli elementi circostanti che cercano di definire quella che è la dimensione fondamentale della nostra vita: la sensazione, ad essa ci ancoriamo per cercare quel che con temine omologo, non a caso, definiamo “il senso” della vita. Il senso dell’essere vivi, che sta in quello spazio di distanza che chiamiamo tempo e che non essite, non scorre ma — come iniziavano a intuire i fisici contemporanei di Proust e come si è meglio definito oggi con la fisica quantistica — non esiste in linearità di successione di momenti, ma è sempre e solo uno spazio di trasformazione. E relazione.

Scrivere la Recherche, per Proust, fu battere la morte, perché creò questo continuo campo di metamorfosi attraverso le parole di un testo, ne sperimentò le possibilità estreme (il senso appare sempre dalla forma, nell’arte vera, tutto il resto è intrattenimento), accordandosi a un rammentare e portare con noi l’essenziale della vita, ovvero le sensazioni vissute, poi ripensate e che hanno preparato di nuovo la vita ad essere tale — e che continuano con il suo autore a vivere a ogni nostra lettura e rilettura.

Mario De Santis

Gelmeroda IX

Lyonel Feininger, Gelmeroda IX, oil on canvas, 1926. Museum Folkwang, Essen

Scrittore borghese

René Magritte, La Trahison des Images, 1928-9

Insomma, se per Borges quello di Flaubert è un destino esemplare che trascende persino la sua opera, per Sartre la biografia flaubertiana è particolarmente riuscita. E lo è, verrebbe da dire, proprio in virtù del suo fallimento. Già, ma come si può definire riuscita una biografia fallita? Ciò non implica forse che ce ne siano di fallite che sono riuscite? Che razza di idea è mai questa? Diciamo che per Sartre una biografia riuscita è quella che dà conto di un’esperienza di vita esemplare.
Pochi anni dopo, nel saggio su Baudelaire, Sartre chiarisce ancor meglio il suo punto di vista sulla faccenda. Parlando del ruolo dell’artista borghese nel XIX secolo (una tipica ubbia sartriana), sentenzia: «Flaubert, ad esempio, pur facendo la vita d’un ricco borghese di provincia, dà come indiscutibile che lui non appartiene alla borghesia; effettua con la sua classe una rottura mitica, che appare come un’immagine impallidita delle rotture effettive prodotte, nel Settecento, dall’introduzione dello scrittore borghese nel salotto della marchesa Lambert». È a questo punto che Flaubert fa la sua scelta (e com’è noto, per Sartre, vivere significa scegliere). Ebbene, Flaubert sceglie di chiamarsi fuori e di non appartenere alla sua epoca, di venire meno ai doveri civili. Il suo disincanto è tale da impedirgli di adempiere alle consegne imposte dal suo ceto: sposarsi, procreare, investire su una professione redditizia. Ecco il romanziere meno romantico dell’Ottocento francese fare la scelta più romantica che un artista possa concepire: «Dare la mano, scavalcando i secoli, a Cervantes, a Rabelais, a Virgilio; sa che fra cent’anni, fra mille anni, altri scrittori verranno a dargli la mano; ingenuamente se li figura come l’autore di Don Chisciotte parassita della Spagna monarchica, come l’autore di Gargantua parassita della Chiesa, come l’autore dell’Eneide parassita dell’Impero romano; non gli passa per la mente che la funzione dello scrittore possa mutare nel corso dei secoli a venire». Con tutta evidenza, pur senza nominarsi, Sartre sta pensando a sé stesso. È lui lo scrittore venuto dopo Flaubert che Flaubert non ha saputo immaginare. Lo scrittore che non si contenta di essere un parassita di un potere costituito, lo scrittore che s’impegna contro ogni potere. Temo che Sartre enfatizzasse il proprio ruolo in modo piuttosto ridicolo, ma questo è un altro discorso. Resta comunque il fatto che il suo biasimo nei confronti della scelta di vita flaubertiana è implacabile. A questo punto, l’obiezione più naturale che potrebbe fare un lettore di buonsenso suona pressapoco così: va bene, tutto giusto, ma cosa diavolo gliene importa a Sartre di come visse Flaubert? Perché è così ossessionato da come hanno vissuto gli scrittori che dovrebbe disprezzare? Perché sta lì a rimuginare sulle scelte operate da Baudelaire, Mallarmé e Flaubert? Non sarebbe più sano e onesto occuparsi dei pochi libri che ci hanno lasciato?

Alessandro Piperno, la Lettura #387, pagg. 17-18

Mercato

Edward Bawden, Billingsgate Market, litografia, 1967


I mercati giornalieri di molte grandi città e quelli periodici dei piccoli centri rurali (r)esistono, in Italia e altrove. La grande distribuzione e il Mercato (entità quanto mai astratta, ma terribilmente efficace) hanno profondamente segnato la storia dei mercati-incontro (come li chiama Serge Latouche), non però fino al punto di farli sparire. Viene allora da chiedersi perché, a fronte del sorgere ovunque di centri commerciali e dell’accanimento con cui la grande distribuzione si contende gli spazi di vendita, piccoli e grandi mercati continuino ad animarsi al mattino presto, con voci e urla (molti Comuni oggi hanno regolamenti per proibirl e) , odori, colori e disordine, scomparendo prima della sera.
Il mercato è forse l’immagine più nitida della «fabbrica sociale». Mi hanno sempre colpito quelli che sorgono nelle strade e nelle piazze senza strutture apposite, con il loro farsi e disfarsi: se capiti nell’ora e nel giorno giusto, è tutto un fluire di voci, profumi, confusione. Qualche ora dopo è tutto scomparso, come in un sogno. I mercati ricordano l’immagine del cantiere che George Balandier suggeriva come metafora della società umana e del suo creativo disordine.
In molti contesti tradizionali, il mercato è legato strettamente al tempo, ai ritmi del corpo (umano, politico e sociale). L’opposizione tra tradizione e modernità va sempre usata con cautela: è un utile strumento di conoscenza, ma induce profondi inganni. Se è vero che oggi i mercati sono pervasi di Mercato, dal momento che gran parte dei prodotti sono gli stessi della grande distribuzione globale, è anche vero che si tratta di una dinamica antica. Come osserva Latouche, «le perle di vetro blu dell’antichità, dette babilonesi, si ritrovano nelle tombe preistoriche delle valli del Niger» e chissà in quante piazze di mercato vennero scambiate. Il nonno Matteo rientrava immancabilmente dal mercato con groviera e fontina, due prodotti «inventati» nel corso dell’Ottocento nel cantone di Friburgo e in Valle d’Aosta per contendersi i mercati globali (nell’accezione di allora). Il confronto con altre epoche e con contesti «tradizionali» tuttavia, è prezioso per capire qualcosa in più del mercato e della sua resilienza. Il volume di Marco Aime La casa di nessuno (Bollati Boringhieri) è un’ottima sintesi al proposito. In molte parti dell’Africa occidentale frequentata dall’antropologo torinese, i mercati non solo scandivano la settimana ma, in certo senso, erano (e sono) la settimana. I mercati davano il nome ai giorni e con la loro periodicità (un ciclo di quattro giorni tra i Taneka del Benin, di cinque giorni tra i Dogon del Mali, di sei giorni tra i Diola del Senegal, per limitarci ad alcuni esempi) davano forma al tempo e allo spazio.
In un famoso saggio, il geografo Walter Christaller cercò di spiegare la periodicità dei mercati e la loro diffusione su un territorio mettendo in relazione la soglia (il raggio di mercato più piccolo che contiene un bacino di consumatori che consente di coprire i costi di vendita) e la portata (la distanza massima oltre la quale i prezzi divengono troppo elevati). Si tratta di un modello matematico interessante che, tuttavia, non rende conto delle profonde dimensioni sociali del mercato.
«Il mercato non è la casa di nessuno», recita il proverbio mawri che dà il titolo al lavoro di Aime, e quindi è di tutti, un bene condiviso. È un’arena pubblica, una agorà (il termine greco indicava non a caso anche il mercato, al pari del forum romano) in cui non era possibile entrare con le armi. Nei mercati africani si faceva ben più che commerciare: ci si innamorava e ci si sposava, per esempio. Presso i Mossi, i giovani circoncisi facevano il loro ingresso in società nel nuovo status di adulti proprio attraverso il mercato. Ed era ancora al mercato che si davano gli annunci funebri e si svolgevano alcune delle più importanti cerimonie del lutto.
Il mercato mescola con dosi imprevedibili il formale e l’informale e spesso l’illegale, il serio e il faceto (luogo ideale per la risata e lo scherzo). L’economia si rivela qui embedded (come diceva Karl Polanyi) ovvero «incastonata» nel sociale, e non viceversa. La razionalità calcolatrice, al mercato, è ben più complessa della legge di domanda e offerta: al valore delle merci si sovrappongono i valori della parola, che crea legami, conflitti e divisioni sulla piazza del mercato. «Il flusso delle parole e il flusso dei valori non costituiscono due cose: sono due aspetti della medesima realtà», scriveva Clifford Geertz, a proposito dei mercati in Marocco.

Adriano Favole, la Lettura #387, pagg. 6-7