Cavalletto

Gianfranco Ferroni, Cavalletto, tecnica mista su tavola, 1986
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Progenitori

Masaccio, Cacciata dei progenitori dall’Eden, 1425

Il divieto ebraico di rappresentare le creature perché l’attenzione non si concentrasse su di esse invece che sul Creatore, era ormai lontano: gli artisti potevano scatenare la loro immaginazione per dare un corpo ai personaggi della Bibbia. Ciò sembrava accordarsi con l’insegnamento di uno dei maggiori padri della Chiesa: a suo tempo Agostino (354-430) aveva ribadito che il testo della Genesi andava inteso «alla lettera», sebbene non fossero mancati autorevoli pensatori cristiani che ritenevano che la vicenda di Adamo ed Eva, pur contenendo un’allusione a profonde verità circa la condizione umana, non fosse un resoconto di fatti realmente accaduti: per esempio, Origene (185-254) aveva dichiarato che era assurdo «credere che Dio avesse piantato a mo’ di agricoltore un giardino nell’Eden»! Agostino si era invece sempre più convinto che un’interpretazione simbolica del racconto della Genesi l’avrebbe ridotto al livello di uno dei tanti miti dei popoli pagani, poi utilizzati dai filosofi a loro piacimento, e avrebbe dissolto l’idea che Adamo ed Eva nella loro scelta contro Dio avessero perso integrità fisica e libertà morale, finendo col trasmettere questa macchia ai loro successori. Cedendo a un «desiderio disordinato di una perversa grandezza» e «non volendo separarsi dalla sua donna» Adamo aveva compiuto il peccato originale, da cui sarebbe scaturito ogni male del mondo. Più di un millennio dopo, l’ex monaco agostiniano Martin Lutero (1483-1546) metteva in bocca ad Adamo queste dure parole: «Dio è ovunque e in ogni cosa… Un’eternità in questa condizione è insostenibile. Odio la contemplazione di Colui che mi fece. Odio l’immenso debito di gratitudine. Odio Dio».
Ed Eva? Tommaso d’Aquino (1225-1274) aveva asserito che la femmina non era altro che «un uomo imperfetto o mutilato»: ma, come osserva Greenblatt, Eva poteva apparire addirittura come l’amante del Maligno, e il biblico Serpente non era altro che la forma che Satana aveva scelto per accoppiarsi con lei. Del resto, «alcuni dotti commentatori osservarono come il nome ebraico Eva derivasse dall’equivalente aramaico di serpente», e comunque la compagna di Adamo «aveva usato il fascino sessuale per tentare e, infine, per distruggere l’uomo. L’effettiva vittimizzazione delle donne fu opportunamente dimenticata o meglio fu imputata a loro stesse, che avevano imparato, in quanto figlie di Eva, a suscitare il desiderio maschile»; senza contare che questa «disumanizzazione della donna era un invito alla violenza». Pier Damiani (1007-1072) si era rivolto all’intero genere femminile con appellativi come «cagne, scrofe, allocche, civette, lupe, sanguisughe». Eppure, si dichiarava devoto della Vergine Maria, madre di Gesù!
Ancora alla fine del Quattrocento si diceva che la costola da cui Eva era nata era «ritorta come se fosse contraria all’uomo». Tuttavia, «benché la vena misogina profondamente radicata nel racconto delle origini servisse a giustificare i crudeli maltrattamenti nei confronti delle donne», Greenblatt puntualizza che «i principali teologi cristiani, da Agostino a Lutero e a Calvino», sottolineavano come Eva, non diversamente da Adamo, «fosse stata creata a immagine di Dio»; ciò «mise un certo freno alle denigrazioni più esasperate», poiché «la donna era stata ingannata da Satana, l’uomo aveva trasgredito di sua spontanea volontà».

Giulio Giorello, la Lettura #312, pag. 8

Esquire style

Uno stile ― l’assenza di house style ― che è facile riconoscere nella nonchalance con la quale gli editor di narrativa ― diventati famosi a loro volta, dal piratesco Rust Hills al messianico Gordon Lish ― annotavano le proposte degli scrittori.
Esempio. «Una vecchia signora, cattiva, che non sa se vendere la propria casa» è la tacitiana nota che accompagna la scheda di uno dei capolavori del premio Nobel per la Letteratura Saul Bellow, il racconto Addio alla casa gialla del 1958. Nello stesso anno, la scheda dedicata a una proposta di Arthur Miller dice soltanto «due uomini che vanno a cavallo e trattano male i cavalli», ed è ovviamente l’idea alla base de Gli spostati, racconto e poi film diretto da John Huston con Marilyn Monroe, Clark Gable e Montgomery Clift. Qualche anno più tardi, nel 1977, tocca a Joan Didion: «come l’acqua si sposta attraverso la California» sono le uniche parole, quasi una piccola poesia zen, un haiku redazionale, annotate per la proposta che verrà pubblicata con il titolo Holy Water, «Acqua santa», ed è uno dei gioielli più scintillanti del White Album della scrittrice. D’altronde uno degli storici art director della rivista, Robert Benton (che diventò poi regista cinematografico di Kramer contro Kramer e sceneggiatore del primo Superman), fece un colloquio con una giovane fotografa «che scatta solo foto di gente dei bassifondi» e pensò che, semplicemente, sarebbe stato interessante «farle fotografare i ricchi». Era Diane Arbus.
Era stato Rust Hills a portare dagli anni Cinquanta per quasi un trentennio nuova linfa letteraria alla rivista: come editor della narrativa pubblicò Vladimir Nabokov, Italo Calvino, John Cheever, William Styron, William Gaddis, James Salter, Don DeLillo, Ann Beattie, l’esordio di Richard Ford «Rock Springs», Annie Proulx, James Purdy, Bernard Malamud… Il direttore Gingrich gli impedì però di pubblicare nel ’57 il racconto ― Difensore della fede ― di un giovanissimo ebreo che rischiava di attirare sulla rivista accuse di antisemitismo. Quel racconto finì poi sul «New Yorker» ―  il rigido direttore William Shawn aveva anche momenti di sorprendente audacia: il racconto come prevedibile fece arrivare in redazione una montagna di lettere di protesta, e molti abbonamenti revocati ― e così Hills si giocò la possibilità di pubblicare l’esordio di Philip Roth.
Un’altra idea di Hills diventata poi normale nel mondo del giornalismo ― mandare gli scrittori, non i giornalisti, a fare certe interviste e a coprire certi fatti di cronaca. Così quando il cinema mondiale si inchina alla nuova diva di Fellini e Visconti, Claudia Cardinale, Hills manda a intervistarla Alberto Moravia. Un profilo del leader sovietico Nikita Krusciov? Affidato non a un politologo ma a Saul Bellow. Lo spionaggio tra Usa e Urss al culmine della guerra fredda? Commento di Ian Fleming, papà di 007. C’è bisogno di un critico cinematografico? Dorothy Parker. Convention democratica a Chicago in pieno 1968? «Esquire» manda una triade: Jean Genet, William Burroughs, Allen Ginsberg. Portare gli scrittori nelle università? Ecco gli «Esquire Symposia» con Baldwin, Roth, Cheever, Vidal, Styron e Algren mandati nei campus con gli editor della rivista (e l’inconveniente di alcune feste in facoltà degenerate per eccesso d’alcol).

Matteo Persivale, la Lettura #311, pag. 56

Realtà insormontabile

Illustrazione di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte

Una sera di dicembre due sorelline adolescenti escono per andare a un concerto e scompaiono nel nulla, a Chicago. Passano dieci, poi venti, poi trenta giorni. Chicago — come si dice — viene passata al setaccio. C’è chi sostiene di avere visto Babs e Pattie Grime entrare in un cinema, chi di averle avvistate salire su una Buick nera, chi giura che era una Chevy verde. Arriva la primavera; quando la neve si scioglie le ragazzine vengono ritrovate in un fosso, nude. Il coroner non riesce a pronunciarsi sulla causa della morte. La stampa si scatena: fotografie, vignette, interviste con la mamma disperata, con i vicini di casa. Le solite ovvietà: erano brave ragazze, andavano in chiesa, studiavano. Poi salta fuori un balordo di 35 anni di nome Benny Bedwell che confessa di averle uccise dopo averci convissuto per qualche settimana in un motel affollato di pulci. La madre delle ragazze gli dà del bugiardo, le sue figlie non avrebbero mai fatto una cosa simile. I giornali intervistano due suore, le quali affermano che a scuola non erano eccezionali, perché non avevano hobby.
A questo punto qualcuno organizza un servizio fotografico con la madre delle ragazze e la madre dell’assassino, due donne sovrappeso distrutte dalla fatica e dal dolore, ma desiderose di fare bella figura e perciò in posa. Due settimane dopo Benny Bedwell tiene una conferenza stampa in cui ritratta tutto e viene rilasciato. Un locale di Chicago gli offre un ricco contratto per suonare la chitarra. Benny Bedwell Blues diventa il disco più ascoltato in città. Un quotidiano lancia un concorso a premi: «Come sono state uccise secondo voi le sorelle Grime?». Alla mamma delle ragazzine cominciano ad arrivare donazioni, per lo più anonime. Un giornale tiene pubblicamente il conto: 10 mila, 15 mila… La signora Grime decide di ridecorare la casa. Un produttore di cucine le regala una cucina nuova, lei esultante dice alla figlia superstite: «Immagina me in quella cucina!». Poi compra due pappagallini e li chiama come le figlie uccise, Babs e Pattie. È a questo punto della vicenda che Benny Bedwell viene estradato in Florida con l’accusa di avere stuprato una ragazzina di dodici anni.
«E qual è la morale della storia?», si domanda Philip Roth nel celebre saggio del 1960 Writing in America today , che ha (in)formato una generazione di scrittori americani, incluso chi lo detesta come Jonathan Franzen. «Semplicemente questa — risponde— che lo scrittore americano che cerchi di capire, descrivere, e rendere credibile la realtà americana della metà del XX secolo, ha davanti a sé un compito insormontabile. Questa realtà lascia sbalorditi, dà la nausea, fa infuriare, e per finire mette non poco in imbarazzo la nostra misera immaginazione. L’attualità non fa che superare il nostro talento, e quasi ogni giorno tira fuori figure che farebbero l’invidia di qualunque romanziere».
Di conseguenza, conclude Roth, allo scrittore di narrativa non rimaneva che ritirarsi dai grandi temi sociali e politici, e concentrarsi su se stesso.

Livia Manera, la Lettura #301, pag. 5
(segue) https://www.corriere.it/la-lettura/18_ottobre_20/philip-roth-why-write-recensione

Deliri

Peter Saul, Criminal Being Executed, 1964

Il delirio è una patologia squisitamente umana, non rappresentabile in altre forme vitali (il nostro cane può essere ansioso ma non delirante).  La capacità di legare due fenomeni con l’attribuzione di un sottilissimo concetto di causa ed effetto costituisce la trama razionale del nostro mondo. Una modalità di lettura che ha permesso ai nostri antenati di anticipare eventi, di costruire strategie di lotta e di crescita, di sfuggire a un presente sempre uguale e di sfidare il destino di un animale costretto a vivere tra foresta e savana e capace di andare oltre il limite.
Ma ciò che è la dirompente novità della specie umana si trasforma nell’abisso della follia. L’attribuzione di causa, di significato sfugge a un sistema di regolazione, l’uomo precipita in una lettura della realtà del tutto pregiudiziale e incomprensibile agli altri. Il delirio ricostruisce attorno all’individuo una maschera del mondo in cui egli è solo.
A volte l’artista è capace di porsi nel mezzo, di trasformare il suo delirio nell’interpretazione più lucida della realtà, spingendosi oltre il limite nella capacità di comprendere e descrivere. Per fare questo cancella le regole della ragione per poi ricomporle in un nuovo scenario in cui tutto appare nuovamente chiaro.
Il delirio (delusion in inglese, Wahn in tedesco) è quello lucido con una coscienza vigile.  Il delirio e la sua rappresentazione o comunicazione è spesso preceduto o accompagnato nel suo formarsi da uno stato d’animo o umore predelirante (wahnstimmung) o coscienza predelirante. Si tratta di un’esperienza indescrivibile e incomunicabile se non per gli artisti dove perplessità, preoccupazione, talora terrore, dominano il soggetto che vede dissolversi i punti di riferimento che lo legavano al mondo. L’ovvio diventa ignoto, il comune nuovo, il semplice sconcertante, il sicuro imprevedibile.
Sono tanti i contenuti deliranti, da quelli persecutori, di nocumento, di veneficio, di rivendicazione (querulomani) a quelli più rappresentati artisticamente, di trasformazione dell’ambiente, cosmico (immanente globale cambiamento del mondo) o metempsicosico nella convinzione di vivere nel corpo di un’altra persona o delirio zoo-antropico, trasformazione del corpo in quello di un animale (licantropia di Nabucodonosor) fino alla trasformazione dei propri organi (il cuore di pietra, il fegato di cristallo) e al delirio ipocondriaco e nichilistico. A concludere la lunga esperienza umana, nel delirio mistico viene esperito Dio, si sente fortemente la divinità e ci si identifica con essa. I deliri sono di vario genere: di grandezza, di ambizione, di genealogia, di potenza, di megalomania, di gelosia, di colpa e rovina. Al di là delle tante basi biologiche e genetiche, il desiderio rimane un’esperienza originaria e inderogabile, un’alterazione del rapporto con la realtà che coinvolge tutta la personalità.

Claudio Mencacci, la Lettura #295, pag. 31

Aristofane e il lettino

illustrazione di Fabio Delvò

«Adesso sdraiati qui e tira fuori qualche pensiero sui casi tuoi». Si ripete sempre che la psicoanalisi è nata alla fine dell’Ottocento, quando Sigmund Freud iniziò a esaminare le sue pazienti, distese sul famoso divano. Ma se questo è il gesto che inaugura la psicoanalisi, allora tutto è cominciato prima, molto prima.
Nel marzo del 423 a.C. gli Ateniesi si ritrovarono a teatro per assistere alla nuova commedia di Aristofane, le Nuvole. La storia, eternamente uguale a se stessa, è quella di un padre che non sa come fare per sbarcare il lunario, con una moglie poco propensa al risparmio (ma viene dalla società bene, lei, mentre il marito è un contadino inurbato), un figlio scapestrato (tutto la madre) e tanti creditori che lo assillano. È l’alba, il momento dei pensieri più angosciosi e delle intuizioni più ardite. Corre voce di un sapientone, si chiama Socrate, che aiuta a risolvere i problemi, insegnando come fregare gli altri. Ecco chi lo salverà! Strepsiade si precipita da Socrate, che lo guarda dubbioso: prima lo vuole conoscere, e Strepsiade deve conoscere se stesso. C’è un lettino nel suo pensatoio, pieno di cimici e pidocchi, ma pur sempre un lettino: Strepsiade è invitato a sdraiarsi e ad aprirsi al maestro (è il verso citato all’inizio). La psicoanalisi è nata quel giorno, all’ombra dell’Acropoli di Atene.
Una battuta? Di quelle che nascondono un grano di verità, però. La scoperta di Freud, che scandalizzò l’Europa, fu che non siamo quello che pensiamo di essere. Ci crediamo razionali e morali; invece siamo un calderone ribollente di passioni, impulsi, istinti di cui non siamo neppure consapevoli. Questo è, precisamente, quello che il Socrate di Aristofane rivelava ai suoi malcapitati pazienti. Strepsiade,  poveretto, è troppoo stupido per seguire. Ma suo figlio, Fidippide, capisce, e in fretta: pensiamo di essere superiori, ma ci sono davvero differenze tra noi e gli animali? Non inseguiamo le stesse cose ― seso, sesso, e ancora sesso? («c’est le sexe, toujours le sexe», spiegava Charcot, uno dei maestri di Freud). E cosa sono le leggi o la morale, se non dei tentativi di contenere la nostra natura profonda? Ostacoli, insomma, che ci impediscono di inseguire i nostri bisogni, condannandoci all’infelicità? (E uno legge Il disagio della civiltà). È ora di cambiare! A partire dal problema dei problemi, la causa di tutti i mali. La guerra di liberazione di Fidippide inizia con il gesto più semplice, quello che ― secondo Freud ― tutti sognano di fare, fin dalla più tenera età: negare il padre. Il complesso di Edipo. Avrebbe potuto chiamarlo il complesso di Aristofane.

Mauro Bonazzi, la Lettura #289, pag. 14

Operazione massacro

Rodolfo Walsh ha trentadue anni quando scopre una cosa che ha dell’incredibile: alcuni mesi prima, in un quartiere residenziale di Buenos Aires, una dozzina di civili che si erano riuniti ad ascoltare alla radio un incontro di boxe sono stati arrestati e fucilati dall’esercito senza apparenti motivi; alcuni sono miracolosamente sopravvissuti e hanno una storia da raccontare. È il 1956 e l’Argentina è ostaggio della giunta militare che ha rovesciato il governo di Juan Domingo Perón. Walsh non è un giornalista d’inchiesta – fino ad allora aveva scritto racconti polizieschi e articoli a sfondo culturale – ma inizia lo stesso a indagare: contatta i superstiti, verifica le fonti e i dati, dissotterra particolari ignoti a tutti. In poco tempo raccoglie materiale a sufficienza per un’inchiesta in piena regola, ma appena inizia a scrivere capisce che lo stile giornalistico non è sufficiente. Per restituire in modo efficace la storia dei fucilati di Buenos Aires servono gli strumenti del romanziere: l’organizzazione in scene, la tensione costruita attraverso il montaggio, il background dei personaggi. Il risultato è un romanzo fattuale che irretisce il lettore senza concedere un centimetro di spazio alla finzione. Operazione massacro uscirà nel 1957 (in Italia è stato ripubblicato nel 2011 da La Nuova Frontiera). Gabriel García Márquez lo definirà un «capolavoro del giornalismo universale», ma quello di Walsh non è più soltanto giornalismo, è «giornalismo narrativo».

Otto anni dopo, pubblicando A sangue freddo, Truman Capote dichiarerà di aver inventato una nuova forma d’arte che battezzerà creative non-fiction. Solo che non è vero, per almeno due ragioni: la prima è che il primato appartiene a Walsh; la seconda è che A sangue freddo emerge dallo stesso fenomeno culturale che ha già accolto i primi esperimenti di autori come Gay Talese e Norman Mailer e che di lì a poco sfocierà nel New Journalism.

Fabio Deotto, la Lettura #289, pag. 16

A come Animale

Wenzel Peter, Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre, Pinacoteca Vaticana

«In buona sostanza, il quadro avrebbe funzionato al momento della sua creazione come fascinoso campionario di exempla a partire dal quale il cliente avrebbe potuto selezionare con facilità il modello del proprio animale da ordinare dipinto, da collocare nella propria dimora, da incorniciare nella propria quadreria, in misure però al naturale.
Consapevole del fascino esercitato dal grande manufatto sul grande pubblico degli amateurs, l’artista avrebbe, infatti, arricchito costantemente la tela di nuove varietà di animali, aggiornandola di quando in quando con inediti ingressi come se fosse il dipinto della vita (quali soggetti potevano meglio sposarsi con il desiderio di autorappresentazione di un pittore di animali di quelli tratti dalle storie della Creazione della Genesi?) e un portentoso strumento di vendita della sua produzione. Che l’opera non potesse ancora ritenersi terminata alla morte del pittore sembra dimostrato, come suggeriscono i conservatori dei Musei Vaticani, dalla presenza di un uccellino ancora appena abbozzato sul ramo di uno degli alberi».

A come Animale. Voci per un bestiario dei sentimenti (a cura di L. Caffo e F. Cimatti), Bompiani, Milano 2015, pagg. 192-193

Un lungo trainspotting

— È curioso ad esempio che Ewen Bremner, che nei due film di “Trainspotting” interpreta Spud, nell’adattamento teatrale intrepretasse Renton.

«Sono più punti di vista su un personaggio: è interessante, no? Io stesso imparo molto dal teatro, perché gli attori sono a loro volta dei narratori, modificano i personaggi, li fanno crescere. Tu lo vedi accadere davanti a te e poi lo riporti nella tua scrittura. Il modo in cui gestisco oggi personaggi come Renton o Spud è certamente frutto anche di come li ho visti interpretare».

— Personaggi, questi, da cui lei non si è mai staccato. Li ritroviamo anche, giovanissimi, in “Sgagboys”, e fanno capolino anche in altre sue opere, quasi che concorrano a creare un’unica grande narrazione.

«Non è mai facile spiegarsi come si formi la propria opera complessiva. Credo che in qualche modo un autore scriva sempre la propria biografia, e quindi torna sulle stesse figure, che abbiano lo stesso nome o meno. Certo, negli anni si diventa molto più consapevoli: quando scrivevo Trainspotting mi muovevo a casaccio, cercando di inquadrare le storie più assurde che avevo vissuto o che avevano vissuto i miei amici, o la gente del mio quartiere. Oggi, dopo altri undici libri, sono molto più consapevole delle scelte narrative e stilistiche che faccio. Posso dire di sapere qual è il campo di indagine del mio lavoro. Al di là dell’affresco sociale e dell’autobiografia letterariamente mediata, credo si possa riassumere in domande come: perché la vita, a volte, è così dura? Perché ci facciamo del male da soli? E quindi lavoro in modo diverso più mediato. Dall’altro lato è chiaro che non si può più avere quell’ingenuità che si ha quando si è all’inizio: quanbdo si comincia a scrivere ci si muove istintivamente, senza sapere che poi ciò che si è fatto condizionerà tutta la nostra produzione complessiva».

Irvine Welsh intervistato da Vanni Santoni, la Lettura #281, pag. 21