Paradiso Perduto

La stupidità, questo inconfessabile amore, esercita su di noi un potere ipnotico, una invincibile attiranza. Più volte l’ho sperimentato nel tram, nei luoghi pubblici, al caffè. Sto seduto al caffè, e accanto a me che vado errando nei più inesplorati continenti dell’intelligenza, seggono alcuni sconosciuti. Come avviene di solito, esalano i discorsi di costoro una stupidità ineffabile, ispirata, incantatrice. A poco a poco la mia avventura si offusca, perdo la traccia del mio viaggio solitario, cedo al richiamo primordiale della stupidità, il mio orecchio è pieno della voce della sirena. Intelligenza, ti saluto! Non penso più, non cerco più, non voglio più. Un dolcissimo languore m’invade, come in capo a un’insonnia prolungata i nostri nervi finalmente si disciolgono nello sfinimento voluttuoso del sonno. Ora mi rivolgo a voi e vi domando: “Per noi figli dell’Intelligenza, per noi figli del Peccato, questo richiamo non è forse quello lontanissimo, nostalgico del Paradiso Perduto?

Alberto Savinio, Nuova Enciclopedia, pp. 353-354

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Cerchiamo opere che parlino al nostro tempo

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Da il manifesto, 23 agosto 2011

Cerchiamo opere che parlino al nostro tempo

Matteo Codignola
Editor e ideatore della collana «Minima» per Adelphi

«Che genere di libri vi interessa?» Alle prime Buchmesse cui partecipi capita di incontrare editori o agenti che non conosci, o non conoscono te. E in genere, dopo il sinistro schiocco della pinzatrice con cui il tuo biglietto da visita viene incorporato nel quadernetto dello sconosciuto, la domanda che ti senti rivolgere è questa. Ovviamente non si sa cosa rispondere, o almeno non ho mai saputo cosa rispondere io. Credo di non essere mai andato oltre un illuminante «libri», incoraggiando così il mio dirimpettaio (più spesso una dirimpettaia) a scorrere il nostro catalogo, alzare un sopracciglio, e dire qualcosa come, «Ho uno straordinario reportage dall’Iraq, il primo di una donna soldato. C’è tutto, guerra, sesso, commedia, anche scrittura. Negli Stati Uniti è considerato il libro dell’anno, però non penso che faccia per voi».

Non ho tenuto il conto, ma credo di avere speso una parte considerevole della mia vita lavorativa a tentare di convincere vari interlocutori che sì, un certo libro faceva per noi (al contrario di altre proposte, tipo quella che pochi anni fa mi era stata descritta come di estremo interesse: «Autore tedesco, morto da poco. Conchiglie. Simboli. A Roma. Perfetto per voi, no?»).

In alcune circostanze questo corpo a corpo con la propria immagine ha assunto connotati paradossali. Anni fa avevamo deciso di comprare il breve libro di memorie di un giovane attore off americano, che per un anno della sua vita, a Los Angeles, aveva esercitato il mestiere più antico del mondo. Il racconto era divertentissimo, e l’autore – che avevo conosciuto ad Amsterdam insieme alla produttrice dello spettacolo tratto dal libro, Xaviera Hollander – sarebbe stato felice di venire da noi. Il problema era il suo editore scozzese, Canongate, col quale peraltro siamo in rapporti piuttosto stretti. Sulla cifra ci eravamo accordati subito, ma a metà trattativa Canongate ci aveva scritto esprimendo il dubbio che il libro fosse adatto al nostro catalogo. Seguiva richiesta di una dimostrazione (scritta anch’essa) del nostro genuino interesse per l’autore, la sua storia, i suoi temi. Continua a leggere “Cerchiamo opere che parlino al nostro tempo”

Dal potere delle idee a quello del passaparola (2)

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Da il manifesto, 21 agosto 2011

Dal potere delle idee a quello del passaparola (segue)

Stefano Magagnoli
responsabile della narrativa Rizzoli

Francamente non credo che tutto ciò interessi molto a chi sta leggendo piuttosto mi si vorrà chiedere appunto la solita domanda: «ma lei pubblica solo libri belli oppure è schiavo del mero utile, delle opportunità di mercato, ma lei in definitiva prende scorciatoie?» La risposta è una: non è il mercato che fa l’editoria ma sono le nostre idee (quelle degli autori principalmente) a farla – pensiero espresso con molta fermezza da Leonardo Mondadori in una riunione di quindici anni fa a Segrate a cui sempre ho tentato di attenermi. Perciò, se è passato il concetto, io sono della vecchia scuola. Non così radicale, intendiamoci, come quella di Nick Tosches che ha scritto nel suo romanzo La Mano di Dante la più formidabile invettiva contro l’incapacità tutta degli editori e della banda tutta di affiliati.

«Una troia culona quell’agente. Anche quell’editor aveva il culone. Perfino il mio agente si stava allargando là in basso. Andassero affanculo lui, lei e quell’altro. Andate affanculo tutti quanti.» In trent’anni ho visto il business dell’editoria ridursi ad un sistema aziendale di tecniche di vendita, incolore. Laddove un tempo ci erano state scintille di vita e perlomeno un duraturo rispetto oggi a New York bisognerebbe fare una gran bella fatica per trovare un senior editor che abbia mai sentito parlare del Bosco Sacro di T. S. Eliot.

I più grandi editor non fanno editing. Scoprono grandi scrittori e tramano insieme a loro per fargli guadagnare libertà e denaro. Come avrebbe potuto Saxe Commins, il senior editor di Random House, imporsi su William Faulkner o W. H. Auden? Come avrebbe potuto Barney Rosset interferire con William S. Burroughs o Hubert Selby Jr.? Come faceva un James Laughlin a rompere i coglioni a personaggi come Ezra Pound o Paul Bowles? Non avrebbero potuto semplicemente perché non l’avrebbero mai fatto. Perché questo è il vero editing. Ma il GOLEM (maiuscolo mio) che ha usurpato il potere degli editor ha reso praticamente impossibile quel senso di affinità, di devozione, un senso di respiro comune. L’infinito latino spire, respirare, da cui l’inglese conspire, respirare insieme, ma poi ci fu l’evento del golem, e il golem non respira con nessuno.» Una concezione, questa del grande scrittore americano, tagliata un po’ con l’accetta (scritta nel 2000) ma degna di una riflessione perché attualissima.

Più morbida ma in appoggio alla tesi di Tosches (la negazione del valore aggiunto che il lavoro editoriale dà a un libro) è lo spiritoso racconto che dà Matteo Codignola in Mordecai, (Adelphi) del successo editoriale della Versione di Barney, il celebre romanzo di Richler e che stigmatizza i mille perturbamenti che sfilano un romanzo a un mediocre destino per portarlo all’attenzione del grande pubblico e che spesso con la cura editoriale (qui ottima si intende) poco c’entrano. Un caso, appunto, esemplare di publishing o della sua negazione. Barney , infatti, era stato ritirato dai banchi perché non in testa alle classifiche, aveva perso lo stato di libro e acquisito quello meno lusinghiero di «pezzo». Ma di colpo il libro inizia a vendere e vendere. Nessuno si sa spiegare perché.

«Se il libro – scrive Codignola – non è stato il bestseller che la campagna di lancio aveva tentato di costruire, o se lo è stato a dispetto dell’assenza di una campagna propriamente intesa, il responsabile è sempre lo stesso: il passaparola.» Ma, da una telefonata ricevuta, Codignola (traduttore oltre che editore di Barney) capisce, crede di capire come mai il romanzo abbia iniziato a vendere: in campo era sceso il grande Giuliano Ferrara, con tutti i mezzi di cui disponeva. Perché? Per amore. E così si è realizzata la favola perfetta di uno scrittore in Canada venerato, «ma da quasi tutti ritenuto, in un certo senso, irrimediabilmente locale», che di colpo vende mezzo milione di copie in un paese non solo così lontano, ma anche così diverso come l’Italia. Per Barney non fu solo quello naturalmente, ma l’entrata in campo e la determinazione di una sola persona mise in moto la macchina del successo. E questo è auspicabile che venga studiato nelle scuole di editoria a fianco dei calcoli sulla redditività, sull’incidenza, le campagne di sconti, il pensiero deviato di cambiare titoli agli autori, a fianco del creative writing e del copywriting. Imparare a sparire ogni tanto, essere più umili e aspettare, come in un bosco sacro, che i libri si impossessino dei loro lettori.

(2 – fine)

Traffici con l’aldilà

traffici con l'aldila


In breve, durante la seconda guerra mondiale, in una cittadina della provincia inglese avviene l’inspiegabile omicidio del birraio van Steen, rinvenuto con la testa fracassata.

Il vecchio e obeso birraio, così pieno di voglia di vivere, era riverso sul tappeto, morto stecchito in una pozza di sangue, e decorato in maniera singolare. Si ricorderà quella scena della Tosca di Puccini in cui l’eroina pietosamente circonda di fiori il tiranno da lei pugnalato a morte. Qui era accaduto qualcosa di simile, a eccezione del fatto che di un gesto pietoso proprio non si trattava. Van Steen portava in testa un cappello di carta, come quelli che i bambini fanno con i giornali. Tra le mani li erano stati messi dei fiori, e così pure sopra le orecchie. Ma una cosa più di tutto balzava agli occhi: accanto ai piedi c’erano gli stivali che gli avevano sfilato, uno a destra, l’altro a sinistra, e in ciascuno stivale… un tovagliolo dell’albergo. Le finestre erano spalancate, due vetri in alto infranti, e le tendine, a quell’altezza, lacerate di netto.


Un vero giallo con enigma.
Che diventa anche esoterico: visto che la polizia – ovviamente – brancola nel buio, gli amici e sodali del defunto decidono di svolgere un’indagine per via spiritica, utilizzando il giovane Wiscott, un formidabile medium raccolto da una clinica per malattie nervose.

Anche a costoro più di una cosa, in quella faccenda, pareva quanto mai sospetta. Volevano perciò pregare lo spirito del birraio di fornire personalmente le delucidazioni necessarie. Se c’era uno in grado di saperne qualcosa, quello era proprio lui. Per correttezza venne informata la polizia. E questa, pur di venirne a capo, diede la sua benedizione.


Convinto dunque il medium a evocare lo spettro dell’assassinato, parte la prima serie di sedute, dove però nascono subito i primi disguidi e imbarazzi. Infatti, si presentano spiriti non invitati, che fanno dichiarazioni o litigano con qualcuno dei presenti per vecchie questioni d’interesse.
Poi, a un ulteriore tentativo, van Steen appare subito. Ma appena lo si interroga sulla sua morte, casca dalle nuvole: non gli risulta affatto d’essere defunto, lui ha semplicemente lasciato la città perché era “sporca e degradata”.
Incurante dell’irritazione campanilistica degli evocanti, prosegue rincarando la dose:

Cosa credevano, di averlo evocato loro tramite Wiscott? […] Lui, van Steen, non l’aveva evocato proprio nessuno, né era disposto a farsi evocare da chicchessia, e men che meno in quella sporca cittadina di provincia (e insisteva su quel punto). Nossignore, era vero il contrario. Era lui che, di là, per qualche strana circostanza si era ricordato di questo strano paesone di E., e così gli era venuta voglia di spingere lo sguardo alle miserevoli condizioni in cui aveva vissuto una così piccola parte della sua esistenza. Producendo birra, si capisce, che altro? Che diamine poteva fare qui la gente se non ubriacarsi di birra per dimenticare quello strazio?


In pratica, sono stati il defunto e alcuni suoi conoscenti dell’aldilà a evocare il circolo di spiritisti, giusto per sapere come stanno di salute e che novità ci sono a casa, e per dar loro qualche utile delucidazione postuma!

Questo è l’inizio. Poi si vedrà che succede: l’inchiesta si svolge attraverso una serie di sedute spiritiche paradossali e piene di sorprese, con una popolazione di trapassati che semina confusione, fino all’inevitabile colpo di scena.

Alfred Döblin, Traffici con l’aldilà, trad. di Enrico Arosio, 82 pp., Adelphi, Milano 1997

 

Abbiamo sempre vissuto nel castello


Un libro impressionante per la sua durezza e delicatezza insieme: due giovani sorelle disperatamente e felicemente emarginate, vittime di una follia che è altrove, con il gatto Jonas che ricorda il mio rosso (che ho soprannominato Freddy, in onore di Freddy Kruger).