Venezia

Venezia per molti aspetti somiglia a San Pietroburgo, la mia città natale. Ma più di tutto è un posto così bello che puoi viverci anche senza essere innamorato. È una città la cui bellezza ti fa subito capire che qualsiasi cosa riuscirai a escogitare o a produrre nella tua vita – in particolare a livello di pura esistenza – non sarà mai altrettanto bella. Venezia è inarrivabile. Se mi fosse concesso di reincarnarmi sotto un’altra forma, sceglierei di essere un gatto a Venezia, o qualsiasi altra cosa, purché sia a Venezia. Persino un ratto andrebbe bene. Questa idea fissa di andare a Venezia a tutti i costi, l’avevo già maturata intorno al 1970. Il mio progetto era di trasferirmi lì e di prendere in affitto un appartamento al piano terreno di un palazzo, uno qualsiasi, purché affacciato su un canale, e sedermi lì a scrivere, gettando i mozziconi dalla finestra per sentirli sfrigolare a contatto con l’acqua. Una volta finiti i soldi, sarei andato a comprare un revolver e mi sarei fatto saltare le cervella.

https://www.adelphi.it/libro/9788845930218

Eakins

Thomas Eakins, John Biglin in a Single Scull, 1873-1874

«Al lirismo delle apparenze instabili e fluttuanti, l’americano Thomas Eakins (rientrato in patria dopo quattro anni di formazione a Parigi) contrapponeva sagome infallibili, realistiche e sgarbate, nella luce di un meriggio che l’inclinazione dei raggi solari consentiva di datare esattamente – mese, giorno, ora – nell’arco dell’anno 1872.
Perché sulla scienza (prospettica, matematica, geometrica, anatomica) Eakins fondava la sua conoscenza del mondo, forgiando un’identità nazionale libera, per la prima volta, dai modelli europei. Nascono allora le immagini votive di una mitologia americana ardita e senza padri: pugili e canottieri, ginnasti e giocatori di baseball, medici, fisici, inventori… schegge memorabili di quella versione pragmatica del sogno romantico di creatività che il Nuovo Mondo realizzava senza enfasi, nel quotidiano».

Anna Ottani Cavina, Una panchina a Manhattan, Adelphi, Milano 2019

San Serapio

Francisco de Zurbarán, Martirio di San Serapio, 1628

«Frate mercedario che si era dato in ostaggio per liberare i prigionieri cristiani, Serapio subì un martirio feroce: le membra fratturate, poi fatte a pezzi. Niente sangue nel quadro di Zurbarán, ma l’evidenza scultorea di quel saio incontaminato che va incontro alla morte nell’imitazione di Cristo. Vivo e parlante, a un passo da noi. Eppure illusivo e dipinto, come ci tiene a ricordare il pittore che, sul nero di tenebra, infilza uno spillo con una scritta in trompe-l’oeil: «Serapius – Zurbarán». Questa icona del misticismo spagnolo è anche l’emblema di un’ambiguità sotto traccia, arcana e moderna. Perché l’immagine-specchio della realtà, un’immagine che si vorrebbe neutrale, lascia intuire il substrato visionario e indicibile che sta sotto la pelle. Oltre le forme, logiche e razionali, delle apparenze».

Anna Ottani Cavina, Una panchina a Manhattan, Adelphi, Milano 2019

Psyche-delic

«E, in questa sua indagine, ci porta in terre di confine in cui la scienza, e i suoi derivati tecno-farmaceutici, si trovano ad intersecare il misticismo e antichissime sapienze, rimandando, in modo più o meno consapevole, al rapporto tra l’ātman e il Brahman della tradizione hindu o al Noûs aristotelico e tutte le sue derivazioni averroistiche, secondo le quali vi sarebbe una mente unica, senza forma e senza soggetto, a cui le singole menti non farebbero che connettersi. È ancora a questa mente unica che Aldous Huxley si riferiva quando, parlando proprio delle sostanze psichedeliche, in Le porte della percezione, ipotizzava l’esistenza di un “Intelletto in Genere” più vasto di quello individuale. Si tratta, in fondo e di nuovo, tornando alle pagine di Pollan, della ricomparsa dell’antica necessità umana di oltrepassamento della sfera del quotidiano per accedere a una dimensione altra o, comunque, più vasta della realtà. Non solo della realtà esterna, che la fisica e la chimica contemporanee hanno già dilatato all’inverosimile, tanto verso l’infinitamente piccolo quanto in direzione dell’infinitamente grande, ma anche della realtà cosiddetta interiore, quella della mente e della coscienza. Gli psichedelici appaiono, oggi, alla scienza, come prima erano apparsi a molti sacerdoti e sciamani o, in tempi più recenti, a scrittori e visionari di un mondo alternativo, una possibile via d’accesso per questa espansione dei confini della mente. Gli psichedelici, non più come droghe ricreazionali, ma come potenti mezzi tecnici utili per dare avvio a nuove ricerche e scoperte, allo stesso modo in cui lo furono, per la chimica e la biologia, il microscopio e, per l’astronomia, il telescopio».

https://www.doppiozero.com/materiali/oltre-il-reale

Adelphi II

Milano. Via Brentano, la via delle edizioni Adelphi, molti tassisti non sanno dov’è. Meglio dirgli «una traversa di una traversa di corso Magenta», e farsi lasciare all’angolo. Poi la via fa un gomito, poi si gira ancora, con un movimento a chiocciola. Ci si sente isolati, protetti. «Non c’è protezione contro le chiacchiere» dice Luciano Foà, fondatore e presidente dell’Adelphi. «Ancora stamattina» fa il nome di un grande quotidiano, «parlano di crisi del libro, e sembra che le vendite si sian ridotte al venti percento. Si son ridotte del venti percento». Di crisi del libro si è parlato troppo? «A parlar tanto di certe cose non le si aggiusta, e può essere pericoloso. Già la gente ha meno soldi e compra meno libri. Poi senton dire tutti i momenti che nessuno va più in libreria: allora una frangia di pubblico si sente giustificata, quasi incoraggiata a non andarci proprio più del tutto». Un suo collega ha detto che dopo il ’68 i giovani leggevano molto; adesso han ricominciato a studiare e quindi leggono meno. «I giovani compravano molti libri di un certo tipo: politica, sociologia, marxismo. Avevano soldi da spendere. Adesso a queste cose non credono più e cercano altri libri. Riscoprono la letteratura, la religione, altre filosofie. Questo non riguarda solo l’Italia: in gran parte dell’Occidente i giovani si trovano di fronte un mondo al quale non credono più, hanno sempre meno fiducia nella civiltà tecnologica, e cercano libri che parlino di altri tipi di civiltà, di altri modelli. L’Oriente, l’India, Alce Nero…». Sono proprio i giovani che comprano questi vostri libri? «Risulta dalle librerie che fanno le maggiori vendite: per esempio le librerie Feltrinelli, in tutte le città tranne Milano. Sono librerie con un pubblico molto giovane». I prezzi di copertina, perché sono cresciuti? «Per due ragioni. Primo, per l’inflazione. Secondo, perché certi editori, dovendo mettersi a fare i conti con uno scrupolo che prima non avevano, si sono accorti che già prima i prezzi erano inadeguati, non coprivano il costo del denaro. L’editoria italiana è mediamente sottocapitalizzata, vive di prestiti bancari». E il costo del lavoro? «Si parla di una certa casa editrice che è in crisi. Si viene a sapere che aveva un fatturato doppio del nostro. Ma noi siamo tredici persone, e loro non erano ventisei, erano settantacinque». Certi giornali han dato la colpa della crisi editoriale a un demone meschino chiamato riflusso: Lei invece è d’accordo con chi ha tracciato diagnosi prevalentemente economiche. «In un paese che non va bene non si vede perché dovrebbero andar bene proprio i libri. Ma quando molte cose vanno storte si genera anche uno stato di incertezza, nel paese: quanta gente prende la macchina e va a fare un giro perché è l’ultima cosa che gli resta». Questo stato di incertezza, nel mercato librario, dove si vede? «Si vede in quel tipo di editoria che fa libri fungibili, dove un libro può sostituire l’altro per un pubblico indifferenziato, senza faccia, che vien fuori dalle indagini di mercato. L’editoria “in grande” pubblica certi libri non perché piacciono a chi li sceglie, ma perché si crede che piaceranno al pubblico senza faccia». Allora per l’Adelphi le cose vanno bene? «Bene no. Anche noi risentiamo della crisi. Ma non vogliamo unirci al coro dei piagnistei».

Giampaolo Dossena, Tuttolibri della Stampa, 18 luglio 1981

Adelphi

 

Caro direttore, sono lieto dell’occasione che mi offre l’amico Pampaloni, con la sua lettera pubblicata nel numero del 14 giugno di Tuttolibri, di rendere noti ai lettorI del Suo giornale alcuni fatti riguardanti l’editoria che, forse, potranno interessarli. Preferisco rispondere in questo modo anche all’amico Pampaloni che, pur ammettendo per sua esperienza di «sapere bene come certe cose possono andare» e pur «apprezzando moltissimo» il nostro lavoro, ci rimprovera pubblicamente di aver «umiliato» uno scrittore che stima molto, Angelo Fiore, perché dopo cinque mesi dal ricevimento del manoscritto di un suo nuovo romanzo noi non abbiamo ancora risposto se intendiamo pubblicarlo oppure no. Occorre dunque sapere che un editore di modeste dimensioni come l’Adelphi che, nel campo della narrativa italiana non pubblica più di due o tre novità all’anno, ha ricevuto dal primo gennaio 1980 ben ottantotto manoscritti da esaminare, cioè un po’ più di uno ogni due giorni. Quanti ne abbiano ricevuti nello stesso periodo Mondadori, Rizzoli, Garzanti, Einaudi e altri editori ben più grossi di noi, non è difficile immaginare. Un popolo come il nostro, che notoriamente legge poco, scrive dunque moltissimo, e non è improbabile, almeno a giudicare dal modesto livello della grande maggioranza dei manoscritti ricevuti che i due fatti siano strettamente collegati.
Comunque sia, per quel che ci riguarda, tutti questi manoscritti vengono esaminati da tre di noi, e ciò in virtù d’un principio a cui una casa editrice come la nostra non può né deve rinunciare: noi non facciamo ricorso a lettori esterni e occasionali come avviene invece, direi per necessità, nelle case editrici più grandi. Ciò significa che queste tre persone dovrebbero esaminare, e discutere, più di diciassette manoscritti al mese e, oltre a ciò, condurre un lavoro di ricerca e di lettura che, svolgendosi nell’ambito di diverse letterature straniere, dei nostri e di altri tempi, è comprensibilmente di maggiore mole. Ciò è praticamente irrealizzabile. È chiaro che la maggior parte dei manoscritti italiani che riceviamo cadono a una prima lettura, senza possibilità di appello, e vengono restituiti agli autori nel giro di due o tre mesi. Ma per gli altri, che giudichiamo più interessanti, si passa a una seconda e, talora, a una terza lettura, con la conseguenza che i tempi si allungano. Questo è appunto il caso del libro di Fiore a cui si riferisce la lettera dell’amico Pampaloni. Che Fiore, e Pampaloni come proponente, meritassero una procedura speciale, più sollecita, sono io il primo ad ammettere, e qui voglio scusarmi con loro, ma anche spiegare, non soltanto a loro, la situazione non facile in cui un editore italiano si trova di fronte a un numero esorbitante di proposte, di cui molte con carattere d’urgenza. Potrei, a questo punto, consigliare gli autori desiderosi di una risposta sollecita di rivolgersi alle grandi case editrici e non a noi, se non sapessi per diretta esperienza che anche con loro magari per motivi diversi, i tempi d’attesa sono press’a poco gli stessi, se non maggiori. Francamente non credo che si tratti di un malcostume editoriale da denunciare pubblicamente, ma del risultato di una situazione obiettiva. L’amico Pampaloni vuole infine allontanare da noi il sospetto che la scoperta di Morselli sia stata soltanto «una benevolenza della sorte». Mi permetto di dissentire, su questo punto, da chi è stato, tra i critici, uno dei primissimi e più convinti «scopritori» di Morselli: la benevolenza della sorte ci è gradita, e noi vorremmo ogni anno averne prova concreta con la scoperta di altri autori come lui. Ricordo il piacere di chi, tra noi, lesse per primo un suo manoscritto, e come questo piacere, comunicandosi, rese gli altri due impazienti di leggerlo. Un’ultima cosa vorrei dire, visto che ne ho l’occasione, a coloro che volessero, anche dopo questa mia lettera, inviarci i loro manoscritti in lettura: di esaminare prima il nostro catalogo per rendersi ben conto dei limiti della nostra attività e dei criteri che ispirano le nostre scelte. Ciò avrebbe, per noi e per gli autori, il vantaggio di accelerare la procedura che ho cercato sopra di descrivere.

Luciano Foà, Tuttolibri della Stampa, 28 giugno 1980

Paradiso Perduto

La stupidità, questo inconfessabile amore, esercita su di noi un potere ipnotico, una invincibile attiranza. Più volte l’ho sperimentato nel tram, nei luoghi pubblici, al caffè. Sto seduto al caffè, e accanto a me che vado errando nei più inesplorati continenti dell’intelligenza, seggono alcuni sconosciuti. Come avviene di solito, esalano i discorsi di costoro una stupidità ineffabile, ispirata, incantatrice. A poco a poco la mia avventura si offusca, perdo la traccia del mio viaggio solitario, cedo al richiamo primordiale della stupidità, il mio orecchio è pieno della voce della sirena. Intelligenza, ti saluto! Non penso più, non cerco più, non voglio più. Un dolcissimo languore m’invade, come in capo a un’insonnia prolungata i nostri nervi finalmente si disciolgono nello sfinimento voluttuoso del sonno. Ora mi rivolgo a voi e vi domando: “Per noi figli dell’Intelligenza, per noi figli del Peccato, questo richiamo non è forse quello lontanissimo, nostalgico del Paradiso Perduto?

Alberto Savinio, Nuova Enciclopedia, pp. 353-354

Cerchiamo opere che parlino al nostro tempo

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Da il manifesto, 23 agosto 2011

Cerchiamo opere che parlino al nostro tempo

Matteo Codignola
Editor e ideatore della collana «Minima» per Adelphi

«Che genere di libri vi interessa?» Alle prime Buchmesse cui partecipi capita di incontrare editori o agenti che non conosci, o non conoscono te. E in genere, dopo il sinistro schiocco della pinzatrice con cui il tuo biglietto da visita viene incorporato nel quadernetto dello sconosciuto, la domanda che ti senti rivolgere è questa. Ovviamente non si sa cosa rispondere, o almeno non ho mai saputo cosa rispondere io. Credo di non essere mai andato oltre un illuminante «libri», incoraggiando così il mio dirimpettaio (più spesso una dirimpettaia) a scorrere il nostro catalogo, alzare un sopracciglio, e dire qualcosa come, «Ho uno straordinario reportage dall’Iraq, il primo di una donna soldato. C’è tutto, guerra, sesso, commedia, anche scrittura. Negli Stati Uniti è considerato il libro dell’anno, però non penso che faccia per voi».

Non ho tenuto il conto, ma credo di avere speso una parte considerevole della mia vita lavorativa a tentare di convincere vari interlocutori che sì, un certo libro faceva per noi (al contrario di altre proposte, tipo quella che pochi anni fa mi era stata descritta come di estremo interesse: «Autore tedesco, morto da poco. Conchiglie. Simboli. A Roma. Perfetto per voi, no?»).

In alcune circostanze questo corpo a corpo con la propria immagine ha assunto connotati paradossali. Anni fa avevamo deciso di comprare il breve libro di memorie di un giovane attore off americano, che per un anno della sua vita, a Los Angeles, aveva esercitato il mestiere più antico del mondo. Il racconto era divertentissimo, e l’autore – che avevo conosciuto ad Amsterdam insieme alla produttrice dello spettacolo tratto dal libro, Xaviera Hollander – sarebbe stato felice di venire da noi. Il problema era il suo editore scozzese, Canongate, col quale peraltro siamo in rapporti piuttosto stretti. Sulla cifra ci eravamo accordati subito, ma a metà trattativa Canongate ci aveva scritto esprimendo il dubbio che il libro fosse adatto al nostro catalogo. Seguiva richiesta di una dimostrazione (scritta anch’essa) del nostro genuino interesse per l’autore, la sua storia, i suoi temi. Continua a leggere “Cerchiamo opere che parlino al nostro tempo”

Dal potere delle idee a quello del passaparola (2)

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Da il manifesto, 21 agosto 2011

Dal potere delle idee a quello del passaparola (segue)

Stefano Magagnoli
responsabile della narrativa Rizzoli

Francamente non credo che tutto ciò interessi molto a chi sta leggendo piuttosto mi si vorrà chiedere appunto la solita domanda: «ma lei pubblica solo libri belli oppure è schiavo del mero utile, delle opportunità di mercato, ma lei in definitiva prende scorciatoie?» La risposta è una: non è il mercato che fa l’editoria ma sono le nostre idee (quelle degli autori principalmente) a farla – pensiero espresso con molta fermezza da Leonardo Mondadori in una riunione di quindici anni fa a Segrate a cui sempre ho tentato di attenermi. Perciò, se è passato il concetto, io sono della vecchia scuola. Non così radicale, intendiamoci, come quella di Nick Tosches che ha scritto nel suo romanzo La Mano di Dante la più formidabile invettiva contro l’incapacità tutta degli editori e della banda tutta di affiliati.

«Una troia culona quell’agente. Anche quell’editor aveva il culone. Perfino il mio agente si stava allargando là in basso. Andassero affanculo lui, lei e quell’altro. Andate affanculo tutti quanti.» In trent’anni ho visto il business dell’editoria ridursi ad un sistema aziendale di tecniche di vendita, incolore. Laddove un tempo ci erano state scintille di vita e perlomeno un duraturo rispetto oggi a New York bisognerebbe fare una gran bella fatica per trovare un senior editor che abbia mai sentito parlare del Bosco Sacro di T. S. Eliot.

I più grandi editor non fanno editing. Scoprono grandi scrittori e tramano insieme a loro per fargli guadagnare libertà e denaro. Come avrebbe potuto Saxe Commins, il senior editor di Random House, imporsi su William Faulkner o W. H. Auden? Come avrebbe potuto Barney Rosset interferire con William S. Burroughs o Hubert Selby Jr.? Come faceva un James Laughlin a rompere i coglioni a personaggi come Ezra Pound o Paul Bowles? Non avrebbero potuto semplicemente perché non l’avrebbero mai fatto. Perché questo è il vero editing. Ma il GOLEM (maiuscolo mio) che ha usurpato il potere degli editor ha reso praticamente impossibile quel senso di affinità, di devozione, un senso di respiro comune. L’infinito latino spire, respirare, da cui l’inglese conspire, respirare insieme, ma poi ci fu l’evento del golem, e il golem non respira con nessuno.» Una concezione, questa del grande scrittore americano, tagliata un po’ con l’accetta (scritta nel 2000) ma degna di una riflessione perché attualissima.

Più morbida ma in appoggio alla tesi di Tosches (la negazione del valore aggiunto che il lavoro editoriale dà a un libro) è lo spiritoso racconto che dà Matteo Codignola in Mordecai, (Adelphi) del successo editoriale della Versione di Barney, il celebre romanzo di Richler e che stigmatizza i mille perturbamenti che sfilano un romanzo a un mediocre destino per portarlo all’attenzione del grande pubblico e che spesso con la cura editoriale (qui ottima si intende) poco c’entrano. Un caso, appunto, esemplare di publishing o della sua negazione. Barney , infatti, era stato ritirato dai banchi perché non in testa alle classifiche, aveva perso lo stato di libro e acquisito quello meno lusinghiero di «pezzo». Ma di colpo il libro inizia a vendere e vendere. Nessuno si sa spiegare perché.

«Se il libro – scrive Codignola – non è stato il bestseller che la campagna di lancio aveva tentato di costruire, o se lo è stato a dispetto dell’assenza di una campagna propriamente intesa, il responsabile è sempre lo stesso: il passaparola.» Ma, da una telefonata ricevuta, Codignola (traduttore oltre che editore di Barney) capisce, crede di capire come mai il romanzo abbia iniziato a vendere: in campo era sceso il grande Giuliano Ferrara, con tutti i mezzi di cui disponeva. Perché? Per amore. E così si è realizzata la favola perfetta di uno scrittore in Canada venerato, «ma da quasi tutti ritenuto, in un certo senso, irrimediabilmente locale», che di colpo vende mezzo milione di copie in un paese non solo così lontano, ma anche così diverso come l’Italia. Per Barney non fu solo quello naturalmente, ma l’entrata in campo e la determinazione di una sola persona mise in moto la macchina del successo. E questo è auspicabile che venga studiato nelle scuole di editoria a fianco dei calcoli sulla redditività, sull’incidenza, le campagne di sconti, il pensiero deviato di cambiare titoli agli autori, a fianco del creative writing e del copywriting. Imparare a sparire ogni tanto, essere più umili e aspettare, come in un bosco sacro, che i libri si impossessino dei loro lettori.

(2 – fine)

Traffici con l’aldilà

traffici con l'aldila


In breve, durante la seconda guerra mondiale, in una cittadina della provincia inglese avviene l’inspiegabile omicidio del birraio van Steen, rinvenuto con la testa fracassata.

Il vecchio e obeso birraio, così pieno di voglia di vivere, era riverso sul tappeto, morto stecchito in una pozza di sangue, e decorato in maniera singolare. Si ricorderà quella scena della Tosca di Puccini in cui l’eroina pietosamente circonda di fiori il tiranno da lei pugnalato a morte. Qui era accaduto qualcosa di simile, a eccezione del fatto che di un gesto pietoso proprio non si trattava. Van Steen portava in testa un cappello di carta, come quelli che i bambini fanno con i giornali. Tra le mani li erano stati messi dei fiori, e così pure sopra le orecchie. Ma una cosa più di tutto balzava agli occhi: accanto ai piedi c’erano gli stivali che gli avevano sfilato, uno a destra, l’altro a sinistra, e in ciascuno stivale… un tovagliolo dell’albergo. Le finestre erano spalancate, due vetri in alto infranti, e le tendine, a quell’altezza, lacerate di netto.


Un vero giallo con enigma.
Che diventa anche esoterico: visto che la polizia – ovviamente – brancola nel buio, gli amici e sodali del defunto decidono di svolgere un’indagine per via spiritica, utilizzando il giovane Wiscott, un formidabile medium raccolto da una clinica per malattie nervose.

Anche a costoro più di una cosa, in quella faccenda, pareva quanto mai sospetta. Volevano perciò pregare lo spirito del birraio di fornire personalmente le delucidazioni necessarie. Se c’era uno in grado di saperne qualcosa, quello era proprio lui. Per correttezza venne informata la polizia. E questa, pur di venirne a capo, diede la sua benedizione.


Convinto dunque il medium a evocare lo spettro dell’assassinato, parte la prima serie di sedute, dove però nascono subito i primi disguidi e imbarazzi. Infatti, si presentano spiriti non invitati, che fanno dichiarazioni o litigano con qualcuno dei presenti per vecchie questioni d’interesse.
Poi, a un ulteriore tentativo, van Steen appare subito. Ma appena lo si interroga sulla sua morte, casca dalle nuvole: non gli risulta affatto d’essere defunto, lui ha semplicemente lasciato la città perché era “sporca e degradata”.
Incurante dell’irritazione campanilistica degli evocanti, prosegue rincarando la dose:

Cosa credevano, di averlo evocato loro tramite Wiscott? […] Lui, van Steen, non l’aveva evocato proprio nessuno, né era disposto a farsi evocare da chicchessia, e men che meno in quella sporca cittadina di provincia (e insisteva su quel punto). Nossignore, era vero il contrario. Era lui che, di là, per qualche strana circostanza si era ricordato di questo strano paesone di E., e così gli era venuta voglia di spingere lo sguardo alle miserevoli condizioni in cui aveva vissuto una così piccola parte della sua esistenza. Producendo birra, si capisce, che altro? Che diamine poteva fare qui la gente se non ubriacarsi di birra per dimenticare quello strazio?


In pratica, sono stati il defunto e alcuni suoi conoscenti dell’aldilà a evocare il circolo di spiritisti, giusto per sapere come stanno di salute e che novità ci sono a casa, e per dar loro qualche utile delucidazione postuma!

Questo è l’inizio. Poi si vedrà che succede: l’inchiesta si svolge attraverso una serie di sedute spiritiche paradossali e piene di sorprese, con una popolazione di trapassati che semina confusione, fino all’inevitabile colpo di scena.

Alfred Döblin, Traffici con l’aldilà, trad. di Enrico Arosio, 82 pp., Adelphi, Milano 1997