· 42


Mia madre dipinge da quando aveva diciott’anni, e ora ne ha ottantasei. L’oggetto che più conserverò nella memoria è un grande quadro a olio che fece da ragazza, una veduta del fiume Trigno e dei monti molisani dove sono nato. Alcune mucche sostano placide con le zampe nell’acqua, la tonalità generale è verdastra, la consistenza dei rilievi sullo sfondo imperfetta, quasi piatta. Ma rimane il grande quadro che mi accompagna da sempre: quand’ero piccolo era già un “vecchiume” che venne addirittura portato in soffitta. Ora l’ho rimesso in vista in una cornice importante, come se fosse il simbolo di tutto, della casa avita, della mia nascita difficile, del sogno di una famiglia unita, dell’innocenza perduta.

· 35


Voglio vederti camminare sicura e sorridente, guardando il mondo con fiducia. Sai, mia madre ha fatto la maestra elementare da quando aveva diciott’anni, ed è stata anche lei un’educatrice formidabile, con un’intelligenza e un carattere straordinari, e pure con doti artistiche, come sai. Certi suoi alunni, già adulti, la riconoscevano per strada e andavano a farle festa; tutti quelli che l’hanno conosciuta ne lodano le grandi qualità. E non usciva mai di casa, non frequentava quasi nessuno, solo qualche persona affezionata l’andava a trovare. Io sono quello che più le somiglia: il bimbo che le affondava il viso nel petto per consolarsi dalle ingiustizie e dalle piccole crudeltà che i compagni gli infliggevano a causa del suo incomprensibile candore. Ero fragile, piangevo spesso, e non avevo la forza di impormi con nessuno, così mi sono rifugiato spesso nell’abbraccio di mamma. Lei aveva tanti libri, e per questo amavo i libri come oggetti, mi piaceva averli intorno, anche se non li  leggevo. Così, mia madre mi ha fatto quello che sono. Lei possiede un’onestà irriducibile, un’onestà che io ho sempre mantenuto con tenacia, finché le durezze della vita m’hanno costretto a infrangerla, ripetutamente e sistematicamente, per sopravvivere e sopraffare quelli che volevano sopraffarmi, per conquistare e mantenere quello a cui avevo diritto. È stato questo “sporcarmi” che ancora mi fa male, capisci? Forse è anche questo che mi provoca brutti sogni.

· 34

Ascoltami. Anch’io non sono mai stato capace di farmi rispettare, da quando ero bambino fino a non troppo tempo fa. Mettermi i piedi in testa, ingannarmi e bistrattarmi era un gioco facile. Ero ingenuo e mi fidavo di tutti. Ero tenero, fragile e indifeso. Ero capace d’innamorarmi a dieci anni, e per questo venivo preso in giro e disprezzato. Solo negli ultimi anni mi sono definitivamente indurito. È forse questo che mi fa soffrire: aver dovuto assumere una forma d’insensibilità, per poter sopravvivere e mettere sotto tutti quelli che cercavano di danneggiarmi. E alla fine l’ho spuntata, mi sono creato una barriera protettiva che nessuno può scalfire. Questo mi è stato molto utile, ma mi fa venir da piangere con facilità, quando vedo la bellezza dell’anima che ho dovuto violentare. Tu come ferita aperta: vorrei essere la medicina che la chiuderà per sempre, ma mi sento inadeguato, incerto, spesso estraneo al mondo. Pensare che il tuo cuore non sia più capace di amare è semplicemente assurdo: tu sei una fonte d’amore “totale”, chiara e trasparente, quasi unica. Tu devi amare, per tornare alla vita.

· 22

È vero, penso anch’io che avere una vera amicizia che parte dall’infanzia o dall’adolescenza e ti accompagna nella vita è una cosa importantissima. Però si possono trovare amici veri a ogni età, anche se crescendo è più difficile. Le amicizie adolescenziali non sempre reggono al passare del tempo, proprio per quell’elevato tasso di idealizzazione e per la funzione che esse assolvono. Terminata questa funzione, spesso termina anche l’amicizia. Non è raro infatti perdere, attorno ai vent’anni o poco più, gli amici del cuore con cui si è cresciuti e che fino al giorno prima erano come un altro sé, un’anima gemella sul serio. E invece un bel mattino si comincia a non telefonarsi come al solito, ci si vede meno, e in breve tempo ci si ritrova quasi estranei. A molti è successo, me compresa, e ci rimasi malissimo, non me ne facevo una ragione. Poi, all’università, durante una lezione di psicologia abbastanza noiosa, sentii la professoressa parlare di questo fenomeno; drizzai le orecchie. Spiegò appunto che queste amicizie adolescenziali simbiotiche e totali nascono durante quell’età perché sono necessarie a favorire un corretto sviluppo del giovane: una sorta di “palestra dei sentimenti” (come dice Pietropolli Charmet) e anche una difesa contro il mondo (in due si è più forti che da soli, nell’affrontare l’avventura della crescita). Spesso però queste amicizie non riescono a “evolversi” e così capita che le strade dei due amici del cuore si separino repentinamente e senza un motivo apparente, per non ritrovarsi più o restare comunque distanti. Altre amicizie invece riescono a compiere il salto e sono quelle più belle e preziose, quelle che danno anche senso a una vita. Continua a leggere “· 22”

· 21


Devo dirti che quando nel tuo saggio sull’adolescenza nella letteratura citi questo passo di Pietropolli Charmet:

«l’amicizia durante l’adolescenza acquista dei connotati fortemente etici. (…) Essa costituisce una grande costruzione simbolica e culturale e prepara la relazione d’amore prefigurandone gli eventi e precorrendone il sentimento di scoperta e, allo stesso tempo, di ritrovamento. Si tratta di un evento straordinario perché (…) l’amico è un coetaneo estraneo alla famiglia e rappresenta, da ogni punto di vista, una grande novità relazionale. (…) Assurgerlo al ruolo di amico del cuore è un evento culturale, simbolico e relazionale straordinario, poiché rappresenta il debutto nella capacità di amare e investire un essere vivente estraneo alla cerchia dei legami familiari»

mi fai pensare a quanto sia stato importante per me avere un amico del cuore, cosa che son riuscito a ottenere nel corso dell’adolescenza solo per periodi brevi, quindi amicizie “del cuore” che si son rivelate effimere: una specie di “inconcludenza” che mi è sempre pesata e ancora sento molto. Direi che il peso di questa mia condizione, che mi ha portato a non avere amici del cuore di lunga data — quindi a non averne tout court — ha un ruolo determinante nelle mie giornate. Me ne rendo conto soprattutto ora che ho raggiunto la maturità, forse perché le conseguenze di questo “fallimento” si consolidano e si fanno presenza.
Mi colpisce l’idea dei “connotati fortemente etici” dell’amicizia adolescenziale: proprio questa era la sua caratteristica eminente, l’eticità che avrebbe consentito di affrontare il mondo con lo sguardo aperto e libero e pulito. Cose di cui tutti abbiamo un gran bisogno, e quando ce le portano via ne veniamo in qualche modo menomati: di meno i fortunati, di più quelli meno assistiti dalla grazia.
Quando scrivi: “Non a caso, in questo tipo di amicizie, è spesso presente un elevato tasso di idealizzazione”, è vero: è proprio questo che le rende magiche, spesso irripetibili.

La filosofia di base

Dicono che la capacità di reagire con successo agli eventi negativi, quelli che ti stendono e ti riducono a un mucchietto di carne dolorante, dipende molto dalle credenze che abbiamo acquisito su noi stessi, sugli altri e sul mondo. In pratica, pare che siamo portatori di una filosofia di base con la quale impostiamo tutte le nostre azioni e le nostre tattiche e strategie, e che ha precisi effetti su tutta la nostra esperienza di vita. Questa filosofia l’abbiamo acquisita crescendo, stando nella famiglia e nell’ambiente sociale: ma se la famiglia è sbagliata, se sono sbagliati gli amici con cui si è condivisa l’adolescenza, le conseguenze possono essere gravi. A volte gravissime, anche irreparabili.

CONGIUNZIONI

Leggo nel libro La depressione di Giovanni Jervis, edizioni Il Mulino, che si tratta di un disturbo psichico in cui l’ereditarietà — o per meglio dire, la predisposizione ereditaria — ha un peso notevole.

Poi, più sotto, in un inciso fra parentesi:

Per esempio una persona può avere avuto un’infanzia infelice, beninteso per motivi del tutto indipendenti da qualsiasi sua predisposizione, e questo fatto può aver lasciato una traccia indelebile nel tono prevalente del suo umore, rendendola più esposta alla depressione; o ha percorso l’adolescenza tormentata da sentimenti di inadeguatezza; oppure, da adulta, è stata colpita da un lutto gravissimo e inatteso in un periodo della sua esistenza in cui era del tutto impreparata a un evento del genere.

Qui la congiunzione coordinativa disgiuntiva “o” sembra indicare un’alternativa, ovvero un’equivalenza: uno ha avuto questo, o quello, oppure quell’altro.

Ma se invece la persona in questione queste cose le avesse avute tutte e tre? Supponiamo che abbia avuto un’infanzia infelice e un’adolescenza tormentata da sentimenti di inadeguatezza, aggravati da situazioni di esclusione, e anche un lutto gravissimo — come un suicidio — di cui si sente oggettivamente responsabile. Se una persona avesse avuti tutti e tre questi regali e non se ne fosse ancora liberata, mi chiedo, avrebbe diritto o no di essere depressa, senza dover subire le rotture di scatole di chi gli sta intorno?

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lettere

Coltivavo la pratica di scrivere lettere fin da ragazzino: mi piacevano da matti le carte, magari colorate, le buste, l’attesa del postino. Ebbi molti “amici di penna” (soprattutto amiche), pen-friends con cui si corrispondeva in inglese. Indirizzi complicati, da scrivere sulle buste: i codici di avviamento collocati diversamente rispetto alla località, e poi i francobolli alieni che suggerivano la diversa cultura, e poi i ritratti in foto che talvolta si allegavano alla lettera. Le calligrafie disegnate diversamente, i corsivi esotici. Spesso erano bionde, le mie pen-friends o pen-pals, nordiche o d’impronta irrimediabilmente anglosassone o germanica o finnica.
Tutte cose perdute che ancora rimpiango. So che può suonare sdolcinato, ma la mancanza la sento davvero. Credo che mi manchi l’oggetto-lettera, da custodire in senso fisico, “che ci porta le impronte autentiche, le vere connotazioni dell’amico assente”, per citare una vecchia compagna di blog. Mi manca la “traccia della sua mano impressa nella scrittura”, un connotato che continuo a sentire quasi come “sacro”. E chissà se sarà mai recuperabile.