Il destino

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Si direbbe che qualche volta il destino si diverte a spingere due persone l’una verso l’altra. Ci incontrammo ancora con Alexander in casa di comuni amici: poi cominciammo a cercarci, senza aspettare più il caso, e finimmo per diventare molto amici, quasi inseparabili. Una di quelle strane amicizie come si possono avere solo con gli inglesi: si parla di tutto e di tutti, meno che di sé stessi e dei propri affari personali; qualche volta si riesce perfino a stare benissimo insieme, senza dire una parola. Si continua a rispettare certe forme, ma si sa, si sente che avete accanto una persona si cui, se ce ne fosse veramente bisogno, si può realmente contare.
Non so esattamente: doveva avere sui ventinove anni, ma qualche volta appariva anche più giovane. C’erano solo quelle rughe profonde che gli solcavano la fronte alta a dargli un aspetto inatteso di maturità, di anzianità quasi e forse qualche volta una strana espressione degli occhi chiari; era come se si perdessero lontano. Curioso il contrasto con quei baffetti biondi che portava pettinati con le punte all’insù, con un’aria insolente, un po’ sbarazzina. Uno charme indefinibile, quasi animale, a cui era difficile resistere: forse nella voce leggera, chiara, un po’ insinuante, dolce.
[…]
Alexander mi invitò ad andare a vederlo al fronte. Il fronte erano poi le vecchie trincee turche, ancora all’epoca delle guerre balcaniche, che squadre di lavoratori civili, a un ritmo molto tranquillo e molto pigro, stavano liberando dalle erbacce e dalle tante altre cose che ci si erano accumulate durante tutti quegli anni.
Teoricamente, questo povero battaglione della guardia irlandese avrebbe dovuto tenere un fronte lungo una diecina di chilometri. Una landa arida, rocciosa, bruciata; qua e là qualche magro cespuglio. Il sole batteva forte, ma l’aria era leggera e si camminava volentieri, Alexander con il suo passo elastico e il suo berretto un po’ piegato da un lato. Era la prima volta che lo vedevo in servizio: era come se vedendolo tutti i giorni mi fossi dimenticato che era un militare. Con che occhi lo guardavano tutti i suoi soldati! C’era come dell’ammirazione: o forse ancora il suo charme che funzionava anche su di loro.
La spiaggia era deserta, l’aria era come immobile e anche il mare si sentiva pigro: che piacere farsi arrostire lentamente. Gli stavo raccontando degli ultimi passi ad Atene.
«Se attaccano, non ci resta che farci ammazzare», disse Alexander.
«È un massacro inutile», osservai.
«Chiunque è capace di farsi ammazzare per una causa che si capisce: bisogna imparare a farsi uccidere anche per una causa inutile, per una causa perduta», mi rispose. Feci uno sforzo per guardare un momento di sbieco dalla parte sua: non aveva nemmeno aperto gli occhi.

Pietro Quaroni, Il mondo di un ambasciatore, Ferro Edizioni, Milano 1965, pp. 17-19

La Costantinopoli del ’20

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Nella Costantinopoli del ’20, di ristoranti russi ce n’era uno ad ogni angolo di strada: si sarebbe detto che era quella la formula taumaturgica che permetteva a tanta gente, di tante categorie diverse, di sbarcare il lunario. In questa orgia di russificazione alimentare, una simpatica coppia di giovani francesi aveva avuto l’idea stravagante di lanciare un restaurant francese: ed avevano avuto fortuna. Era da loro che ogni tanto si rifugiavano le colonie straniere di Costantinopoli quando erano un po’ stanche di cotolette alla Kiev o alla Pojarski, o anche semplicemente se ne avevano abbastanza della compagnia delle eterne dames serveuses. E fu proprio alla Régence, una sera, che si avvicinò al nostro tavolo un ufficiale inglese: aveva bevuto parecchio indiscutibilmente, ma non era certo la prima volta che ci accadeva di incontrare un ufficiale inglese che avesse bevuto un po’; ci aveva raccontato che aveva appuntamento con qualcuna che non era venuta, non sapeva ch cosa fare: se aspettare ancora o andarsene. Un po’ noioso, un po’ appiccicoso, ma veramente niente di eccezionale.
Per cui fummo un po’ sorpresi quando, un paio di settimane dopo, ci fu chiesto se acconsentivamo ad apparire, come testimoni, davanti alla Corte Marziale che doveva giudicare l’ufficiale in questione.
Il nostro amico di una sera era là, in grande uniforme. L’interrogatorio fu lungo e circostanziato: dopo qualche tempo riuscii a capire che si trattava di stabilire se il suo stato di ubriachezza fosse tale da rendergli impossibile l’obbedienza agli ordini di Sua Maestà. L’affare sembrava grave: non mi ricordo bene per quale ragione precisa, teoricamente, la guarnigione era in stato di allarme. Con tutto ciò non riuscivo a capire la ragione di prendere tutto questo tanto al tragico: se fosse stato necessario mettere sotto processo tutti i soldati e gli ufficiali di S.M. che la sera si trovavano, più o meno, nella vigna del Signore, non so quanti ne sarebbero rimasti in servizio.

Pietro Quaroni, Il mondo di un ambasciatore, Ferro Edizioni, Milano 1965, pp. 16-17

Ogni Paese

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Ogni Paese ha il suo genio proprio, e le cose sue deve farle nella maniera che corrisponde a questo suo genio e non in un altro. Il genio italiano è un insieme di elementi contraddittori che coesistono senza fondersi: molto idealismo, molto realismo, molte illusioni, molta confusione; molta tolleranza, forse, figlia di un grande scetticismo, ma comunque profondamente umana e un curioso senso di continuità giuridica. L’unità d’Italia è stata fatta secondo questo genio della nostra gente: è stata fatta per storto, se si vuole, ma è stata fatta. Questa è la grandezza vera del nostro Risorgimento: forse è solo ora che cominciamo realmente a rendercene conto.
[…]
Noi abbiamo la fama di essere gli eredi di Machiavelli: qualche volta ci crediamo anche noi stessi, e c’è, effettivamente, nella nostra psicologia interna qualche cosa che d’istinto ci porta verso la sottigliezza, diciamo così, diplomatica. Ma non sono ancora riuscito a capire come è che con tutto questo, pochi come noi italiani restano, come d’istinto, sorpresi e quasi offesi, quando si deve rilevare che la politica degli altri segue interessi e calcolo e non sentimento.
Noi crediamo ancora di essere amati, crediamo che l’essere amati faccia parte della politica: dividiamo ancora popoli e uomini fra quelli che amano l’Italia e quelli che non l’amano, e reagiamo, sinceramente, quando ci accorgiamo che in politica estera non c’è amore, né simpatia, ma solo coincidenze di interessi. Quando la coincidenza cessa, cessano anche le espressioni di amicizia.
Siamo forse l’ultimo popolo al mondo che, ritenendosi furbo, cinico, calcolatore ed essendolo anche, in parte, crede, in politica estera, al sentimento e all’ideale, e ne risente, dolorosamente, quando i fatti portano a renderci conto che gli altri ci credono un po’ meno di noi.
È bello certo, ma ha anche i suoi inconvenienti: chissà, forse, anche questo è un’eredità dei bei sogni del nostro Risorgimento.

Pietro Quaroni, Il mondo di un ambasciatore, Ferro Edizioni, Milano 1965, pp. 11-13

ad personam

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Ho sempre più l’impressione che il dibattito politico sia divenuto squisitamente ad personam, come le particolarissime leggi che si cerca di approvare in via prioritaria. La cosa fa specie, anche se ormai ci siamo così abituati che quasi non ci facciamo caso. Non so come sia il dibattito politico negli altri Paesi europei, anche vicini al nostro, e non nascondo che mi piacerebbe conoscere cosa si dice ad esempio in Francia o in Germania. Non sul nostro Paese naturalmente, quello già lo sappiamo, bensì sulla loro situazione politica: come l’affrontano, quali i toni dei dibattiti, quale il tenore dell’eticità e della passione civile. Il mio amico commercialista — che potrebbe esser mio padre e che considero un padre spirituale anche per tutto ciò che gli devo — ha una sorella che vive in Francia, così è in grado di riferirmi a grandi linee di cosa si parla su Le Monde, o Liberation, o Le Figaro. Che parlino male di noi è tristemente noto, non solo perché si sono sempre sentiti superiori, ma anche perché ormai ci considerano ostaggi di un’incomprensibile incantesimo, se non di una stregoneria vera e propria; quindi sarebbe più interessante farsi un’idea sul loro approccio ai temi più ampi e prospettici, e anche interni. Sento come il bisogno di un contributo significativo di consapevolezza, che non può certo venire dall’osservazione del teatrino di casa nostra.

 

Spiazzamento (refrain)

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Cos’è lo spiazzamento? O meglio, come l’hanno ottenuto? In vari modi. Dicendo le cose e poi smentendole subito dopo, quando le reazioni non si rivelano quelle previste; fare affermazioni che sembrano indicare qualcosa di preciso, per poi darne un’interpretazione difforme per rintuzzare le critiche; togliere gli elementi di chiarezza e di stabilità per sostituirli con elementi d’instabilità e di vaghezza, in modo da indebolire e rendere soggetti alle iniziative discrezionali che si vorranno prendere. Quali gli elementi chiave? Confondere. Dissimulare. Negare. Relativizzare le affermazioni, renderle plastiche e malleabili. Cambiare direzione senza un percorso chiaro. Usare slogan semplificati al massimo. Fingere di somigliare a chi si ha di fronte. Fingersi solidali per mascherare l’interesse opportunistico sotteso a tutto. Anteporre l’affarismo assoluto facendolo passare per interesse generale. Esibire una scala di valori edonistica ed egoistica, facendola apparire come naturale. Porre l’avere, il possedere, in cima a questa scala di valori. Usare tecniche collaudate di condizionamento e di persuasione. Anteporre la furbizia all’intelligenza. Togliere valore e sostanza alla solidarietà. Usare l’offesa e lo scherno come strumenti di comunicazione e intimidazione. Millantare. Mentire. Insinuare. Subornare e sobillare. Imporre la propria ignoranza come unità di misura per riformare un Paese.

 

Spiazzamento

Cos’è lo spiazzamento? O meglio, come l’hanno ottenuto? In vari modi. Dicendo le cose e poi smentendole subito dopo, quando le reazioni non si rivelano quelle previste; fare affermazioni che sembrano indicare qualcosa di preciso, per poi darne un’interpretazione difforme per rintuzzare le critiche; togliere gli elementi di chiarezza e di stabilità per sostituirli con elementi d’instabilità e di vaghezza, in modo da indebolire e rendere soggetti alle iniziative discrezionali che si vorranno prendere. Quali gli elementi chiave? Confondere. Dissimulare. Negare. Relativizzare le affermazioni, renderle plastiche e malleabili. Cambiare direzione senza un percorso chiaro. Usare slogan semplificati al massimo. Fingere di somigliare a chi si ha di fronte. Fingersi solidali per mascherare l’interesse opportunistico sotteso a tutto. Anteporre l’affarismo assoluto facendolo passare per interesse generale. Esibire una scala di valori edonistica ed egoistica, facendola apparire come naturale. Porre l’avere, il possedere, in cima a questa scala di valori. Usare tecniche collaudate di condizionamento e di persuasione. Anteporre la furbizia all’intelligenza. Togliere valore e sostanza alla solidarietà. Usare l’offesa e lo scherno come strumenti di comunicazione e intimidazione. Millantare. Mentire. Insinuare. Subornare e sobillare. Imporre la propria ignoranza come unità di misura per riformare un Paese.

L’alternativa

 

Stanotte ho capito una cosa: che la convinzione ribadita dai più — confermata dai sondaggi e presa quasi come un dato di fatto — secondo cui al governo e al premierato attuale non esiste alternativa, non è vera. Si tratta di un mito creato da chi ha avuto interesse a inculcare quest’idea, per mantenere il potere. Le vecchie dittature ci hanno insegnato che una menzogna, anche grossolana, ripetuta cento volte diventa una verità; e questo insegnamento è stato ripreso e applicato per anni, senza varianti creative, dagli attori del berlusconismo. Si è cominciato nel 1983, con le tette e i culi del programma televisivo Drive In, a inculcare gradualmente l’idea che il richiamo sessuale esplicito e marcato fosse ciò che gli uomini volevano, e la maggioranza della popolazione maschile ci è cascata. Ora, dopo una lunga e devastante involuzione, si è arrivati a credere — dopo esserselo sentiti ripetere migliaia, milioni di volte — che all’attuale formula di governo, retta dal potere del denaro e dall’affarismo assoluto, non c’è un’alternativa politica credibile. Un’altra enorme falsità che son riusciti a farci bere.