rami

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Ieri mattina è venuto un mio vicino che ha tre cavalle che vivono libere nella sua terra. E’ venuto per potare un paio d’alberi che ne avevano bisogno, soprattutto un prugno (ornamentale, non da frutto, che fa le foglioline rosso scuro, quasi marroni) dall’aspetto annoso, vista la grossezza. Per molti anni non è stato potato, così i rami nuovi e i cosiddetti “succhioni” son cresciuti per i fatti loro, andando a creare intrichi fitti e disordinati. In più, lo scorso inverno la grossa nevicata (arrivata a marzo, nientemeno) aveva creato col suo peso delle aree di oppressione così forti — anche per gli intrichi troppo fitti che formavano come tettoie gravate da centimetri e centimetri di neve — che un grosso ramo si spezzò danneggiando quelli vicini. Visto che un altro ramo grosso s’era rotto nella nevicata dell’anno prima, l’albero restò mutilato in maniera brutale. Così, quando dovemmo tagliare il ramo penzolante, insieme a quelli vicini danneggiati, l’albero si ritrovò squilibrato, con in più quei brutti succhioni che puntano in alto infilandosi a intricare ulteriormente gli intrecci di rami. Così, ieri io e Umberto siamo saliti sulle scale e abbiamo tagliato e segato, soprattutto lui, che è il potatore, mentre io davo una mano seguendo le sue direttive. Ora il prugno è molto sfoltito, meno imponente, con grandi varchi nella chioma invernale, ma almeno s’è aperto degli spazi di luce che sono necessari al suo sviluppo. Ora che il sole sta arrivando, in pochi anni riprenderà forma e starà meglio di prima.

 

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Qui sembrava
che dovesse venire un temporale e invece poi non è successo niente. Quest’anno non ha piovuto quasi mai: anch’io, pur non possedendo della terra, sono preoccupata per la siccità…
In certi momenti oggi mi sono sentita un po’ triste. A volte mi sembra tutto inutile quello che faccio. E poi questo mondo non mi piace, se ci penso bene. Però dentro me c’è lo stesso una felicità sotto la tristezza: sono felicissima di vivere, anche quando sono triste.
E quando sono tornata a casa ho trovato la tua lettera nella buchetta della posta: è stupenda e mi piacciono moltissimo i tuoi disegni! Ma sai che quell’albero è identico al “mio” albero, quello su cui mi arrampicavo sempre? C’era anche una panchina proprio in quella stessa posizione rispetto all’albero! Comunque, anche tu meriti tanto, non dubitarne più. A volte ti senti un po’ fuori posto, ti vengono dei dubbi, ti senti inutile: ma sarebbe molto peggio se fossi ottusamente convinto di non sbagliare mai, come tanti arroganti che ci sono in giro. Tu sei sensibile e questo un po’ ti fa star male, ma se non lo fossi non sapresti neanche riconoscere e godere delle cose belle che hai intorno. Non smettere di scrivermi: per me le tue lettere sono come un alimento, se restassi senza mi sentirei disidratare. A volte mi commuovono, come ora: che bello quando mi rincuori così, mi dai qualcosa che mi accompagnerà per sempre, mi dici cose che mi resteranno stampate nel cuore e nella consapevolezza di me.
Oggi, nonostante tutto il lavoro da fare, ho trovato il tempo per leggere un racconto di Woolrich assolutamente tremendo e disperante, e una cosa che sto notando è che nei suoi romanzi e nei suoi racconti lui parla sempre d’amore, anzi spesso l’amore è la molla da cui parte tutta la storia. Siccome sono un po’ romantica, la cosa non mi dispiace affatto, anzi (solo che finisce quasi sempre male…!).


sogno

Ieri avevo dormito da mamma, avevo fatto un sonno corposo (otto ore) anche se interrotto più volte; ma ogni volta mi riaddormentavo riprendendo il filo di un sogno continuo, come un film che si mette in pausa per poi riavviarlo. Naturalmente non lo ricordo più, mi si è sfilacciato mentre tornavo a casa sul mio ferrovecchio, se ne avessi tracciate le linee appena sveglio ne avrei potuto ricostruire l’intreccio, cioè quella porzione d’intreccio che sul momento sembra inserirsi in una trama, che dopo non si sa più qual è, una trama illusoria e inconsistente, che a volte può somigliare alla trama della nostra vita, che quando ci si pensa sembra di non ritrovarci più il filo conduttore. Che magari c’è, ma resta un brillìo sottilissimo nella luce del sole (oggi il sole c’è, scalda e fa scioglier la neve), come se fosse il filo secreto da un ragno che vuol collegare le sue tele da un punto a un altro. Comunque, mentre tornavo a casa sul mio ferrovecchio (per poterlo tirar fuori dal garagino ho dovuto spalare un bel po’), ho attraversato il paese che c’è prima del mio, lungo il solito rettilineo fiancheggiato da una parata di pini marittimi altissimi, vecchi chissà quanto, con le chiome così elevate che si deve rovesciar la testa per poterle ammirare. Come immaginavo, la neve ha fatto danni anche lì, testimoniati dai grovigli di rami segati e abbandonati ai piedi di ciascun albero ferito; ma quel che non immaginavo è che alcuni, quattro o cinque, son stati brutalmente mozzati, è stata tolta loro l’intera chioma con la sua ramificazione, così che son rimasti lì lunghi e annichiliti, come pali senza più orientamento. Allora ho pensato che anche loro — come alcuni di noi — sono superstiti di antiche fierezze, un’espressione trovata anni fa in un romanzo di Ana Maria Matute che m’è rimasta stampata nella mente, tanto mi piacque. E ho pensato che se loro son stati così umiliati da questa nevicata brutale, difficilmente avrebbe potuto scamparla il mio giovane cipresso. E dire che aveva tante pignette tonde che lo decoravano come un albero di Natale.

il cipresso

Ieri sera s’è messo a nevicare, e stamane mi son alzato con sessanta centimetri di neve. Completamente sommerso: gli alberi piegati, in giro molti rami spezzati, ma soprattutto il cipresso, quello che sta dalla parte di sotto, all’ingresso secondario, un giovane cipresso che s’era già rotto in parte nella nevicata di un anno fa, stavolta si è spezzato di netto, lasciando un moncone che sporge di poco dalla neve. Aveva due punte, quel cipresso, cresceva vigoroso, poi la terribile nevicata dell’anno scorso ne aveva spezzata una; ora, assottigliato, l’albero continuava a puntare in alto, ma stanotte la neve pesante e bagnata l’ha schiantato del tutto. Prima di nevicare aveva piovuto a lungo, così la neve s’è incollata alle superfici bagnate, e ora che cerco di scrollarla da certe piante fa fatica ad andarsene tutta, in parte rimane attaccata in piccoli blocchi che mantengono il loro peso. Per poter scendere a rifornire la mangiatoia degli uccellini che tengo giù, sotto la tettoia altissima che un tempo si usava per ricoverare le balle di fieno, mi son messo gli stivali di gomma alti fino al ginocchio, ma la neve è così alta che ci si è infilata dentro andandomi a bagnare i talloni. Gli uccelli erano a secco, ho dovuto riempir la mangiatoia di semi di girasole, e un’avvisaglia l’avevo già avuta mentre ero ancora a letto: sentivo picchiettare, non sapevo se in cucina o alla porta d’ingresso, m’ero anche un po’ allarmato perché è una cosa insolita, se non strana, poi quando mi sono alzato ho visto sul davanzale della cucina un manipolo di uccellini — cinciarelle colorate di verde e grigio con la strisciolina nera intorno al capo — riuniti come a reclamare, che appena m’han visto si sono dispersi. Per questo sono uscito a rifornirli prima ancora di lavarmi la faccia e far colazione — ma non prima d’aver nutrito il cane e i gatti, si capisce. E’ stato allora che ho visto il cipresso schiantato. Prometteva bene quell’albero, immaginavo quando un giorno sarebbe diventato gigante come quelli che torreggiano sul crinale della mia collina, così caratteristici contro il blu del cielo nella bella stagione. Sono cipressi italiani, è questo il loro nome, quelli lunghi a punta che popolano anche molti cimiteri, chissà perché; detto per inciso, fu a un cipresso italiano che mio padre s’impiccò, dentro un cimitero, ma questa è un’altra storia. Molti altri tipi di cipresso, soprattutto americani, hanno forme completamente diverse, non sembrano neanche parenti. Adesso, mentre in casa la luce salta e poi ritorna, e poi ancora salta e ritorna di nuovo, e la linea telefonica resiste ma non si sa ancora per quanto, mi domando che ne sarà di questo moncone di cipresso.

Il prugno

Una mattina, qualche tempo fa, è venuto un mio vicino che ha tre cavalle che vivono libere nella sua terra. E’ venuto per potare un paio d’alberi che ne avevano bisogno, soprattutto un prugno (ornamentale, non da frutto, che fa le foglioline rosso scuro, quasi marroni) dall’aspetto annoso, vista la grossezza. Per molti anni non è stato potato, così i rami nuovi e i cosiddetti “succhioni” son cresciuti per i fatti loro, andando a creare intrichi fitti e disordinati. In più, lo scorso inverno la grossa nevicata (arrivata a marzo, nientemeno) aveva creato col suo peso delle aree di oppressione così forti — anche per gli intrichi troppo fitti che formavano come tettoie gravate da centimetri e centimetri di neve — che un grosso ramo si spezzò danneggiando quelli vicini. Visto che un altro ramo grosso s’era rotto nella nevicata dell’anno prima, l’albero restò mutilato in maniera brutale. Così, quando dovemmo tagliare il ramo penzolante, insieme a quelli vicini danneggiati, l’albero si ritrovò squilibrato, con in più quei brutti succhioni che puntano in alto infilandosi a intricare ulteriormente gli intrecci di rami. Così, quel giorno io e Umberto siamo saliti sulle scale e abbiamo tagliato e segato, soprattutto lui, che è il potatore, mentre io davo una mano seguendo le sue direttive. Ora il prugno è molto sfoltito, meno imponente, con grandi varchi nella chioma invernale, ma almeno s’è aperto degli spazi di luce che sono necessari al suo sviluppo. Ora che il sole sta arrivando, in pochi anni riprenderà forma e starà meglio di prima.