dalla Lettera a Baricco

Antonio_Moresco

Dalla Lettera a Baricco di Antonio Moresco del 13 novembre 2011:

ti scrivo subito dopo avere letto con dolore la tua intervista apparsa il 28 ottobre scorso sul Venerdì di Repubblica [reperibile qui alle pp. 32-36]. Vedo che anche tu non fai che ripetere ciò che in questi anni dichiarano continuamente scrittori e teorici della letteratura e che è evidentemente lo spirito del tempo: che la letteratura non è più un’arte, che tu ti senti un calzolaio della parola e un orologiaio, che per gli scrittori non può esserci più grandezza, che oggi il genio lo si può vedere piuttosto in chi lancia l’iPhone, in chi apre un teatro, in chi fonda una scuola (stai pensando alla Holden?), che l’ispirazione non esiste, ecc…
[…]
Potrei rispondere dicendoti semplicemente: “Parla per te!”. Invece ci sono molte altre cose da dire.
Perché – mi domando – tutti questi strascichi mentali tardonovecenteschi, con il loro carico contagioso di disillusa arroganza e chiusura, in questo nuovo secolo e nuovo millennio che ci sta mettendo di fronte a sfide così immani per la nostra specie che richiederebbero invece il massimo della moltiplicazione, dell’immaginazione e dell’invenzione, da parte di tutti, in ogni campo? Perché tutto questo deprimente ma anche rassicurante ridimensionamento dell’imprevedibilità e del caos della vita? Perché chi ha deciso di posizionarsi nella casella della “letteratura” (o del “genere letteratura”) sembra essere in grado di fornirci solo questo minimalistico abbassamento della vita e del mondo, questa superficialità, questo ticchettio da ultime ore? Allora – piuttosto che questo funereo ron ron da sopravvissuti – meglio, molto meglio, tanti scrittori “di genere”, che non si nascondono dietro piccole e ammiccanti teorie trasformate in valore e canone, più coraggiosi, più operosi, più onesti!
Bisogna sempre, giorno dopo giorno, riaprire gli spazi che tendono a richiudersi, anche in quella cosa che è stata chiamata insiemisticamente “letteratura”. La letteratura è una cruna, bisogna riaprirla di continuo, allargarla, per andare a toccare gli altri spazi più grandi in cui siamo immersi e sfondare le pareti che imprigionano i nostri corpi e le nostre menti. Quella forza che ci appare moltiplicatoria e aliena e che in passato è stata ingenuamente chiamata ”ispirazione” esiste ancora dentro di noi e gli artisti, gli scrittori, i poeti, sanno che esiste, l’hanno sempre saputo, perché l’hanno conosciuta, sperimentata, inventata.
Le cose da dire sarebbero molte. Lo spazio è poco. Tu sai che io non disprezzo il tuo lavoro e che sono stato uno dei pochi scrittori italiani che ne ha parlato pubblicamente sulle pagine di un giornale (La Repubblica). Ma quello che stai dicendo sulla letteratura è difensivo, è superficiale, non ha verità profonda.
E’ molto strano quello che sta succedendo in Italia. Ci si continua a disperare per i nostri impresentabili governanti, per come sono disonorevoli, interessati, cinici, per come stanno volando basso. E gli scrittori? E gli uomini di cultura? Stanno volando alto? A leggere posizioni come la tua non mi pare. Perché, nel campo nevralgico della letteratura, dell’immaginario, della prefigurazione artistica e di conoscenza sembra essere stata bandita ogni idea di quella grandezza che invece si domanda giustamente ad altri? Perché domina lo stesso restringimento dei possibili, lo stesso piccolo cinismo, la stessa chiusura di orizzonti? Ma, se questo è o può solo essere uno scrittore, come può chiedere alle altre donne e agli altri uomini di regalargli il prezioso tempo della loro vite per leggerlo? Con che diritto? Che cosa dà, che cosa aggiunge al mondo?

http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/article20

 

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Su Baricco

Se trent’anni fa Il nome della rosa divenne un best seller mondiale, mi spiegano gli addetti ai lavori, oggi non sarebbe più possibile. Questo perché il livello culturale, ovvero di ricezione dell’esteticità e di comprensione della realtà e della sottostante rete di riferimenti culturali, si è molto impoverito. Proprio trent’anni fa, infatti, le Tv commerciali berlusconiane iniziavano a “riformare” il Paese. E circa a metà di questo processo non poteva non inserirsi una figura come Alessandro Baricco, scrittore con appeal ad ampio raggio, che ha cominciato a rileggere la cultura per noi, osando spingersi fino alle sue radici più remote.
Oggi è stato lui a spiegarci chi sono i barbari e come ci stanno cambiando il mondo, perché è lui l’intellettuale forse più organico e funzionale a questo inesorabile percorso di degrado. Con questo, non voglio dare colpe a Baricco. Voglio anzi constatare che ha fatto onestamente quello che doveva fare: lo scrittore, innanzitutto, poi l’intellettuale, infine il businessman.
I suoi primi libri mi piacquero (anche se c’è chi dice che sarebbero riscritture, soprattutto di Conrad), e le puntate televisive di Pickwick anche. Tuttavia, penso che abbia ragione chi oggi mette in dubbio la sua statura di artista (e di intellettuale): con un clima culturale tanto impoverito, credo sia lui il soggetto più adatto al ruolo che si è scelto. In questo senso è forse il più funzionale all’odierno stato delle cose. La sua vera colpa, forse, è quella di esser stato telegenico e attraente; e ancora oggi, muovendosi nella realtà degradata che vediamo, lo fa con lo stile, con i metodi e i contenuti più consoni. Proprio questo lo rende popolare, secondo me, e questa popolarità suscita l’astio che si percepisce in molti suoi detrattori.