L’ombra e la Grazia

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Non dimenticare mai che hai il mondo intero, la vita tutta davanti a te…. Che per te la vita può e deve essere più reale, più piena e gioiosa di quanto forse non lo è mai stato per nessun essere umano. Non la mutilare in anticipo con una qualsiasi rinuncia. Non ti lasciare imprigionare da nessun affetto. Preserva la tua solitudine. Il giorno, se mai verrà, che una vera amicizia ti sia concessa, non esisterà opposizione fra la solitudine interiore e l’amicizia; anzi è da questo segno infallibile che la riconoscerai.
L’amicizia non va cercata, nè sognata, nè desiderata, nè definita o teorizzata. L’amicizia si esercita (è una virtù). Essa semplicemente “esiste” come la bellezza. E’ un miracolo, misterioso e insieme incastonato nella realtà.
Non bisogna desiderare l’amicizia come compenso, non va inventata, non per alleviare la solitudine; non deve basarsi su visioni deformate di te e dell’altro. Molte volte vendiamo l’anima per l’amicizia ed è facile corrompere e corrompersi.
La nostra vita interiore si compiace di accogliere in folla fantasmi, costruzioni; nel sentimento invece bisogna tagliare via senza pietà tutto quanto vi è di immaginario e permettersi solo ciò che corrisponde a scambi reali.
Per questo bisogna vietarsi “slanci di cuore” che non trovano nell’altro ugual risposta. Non bisogna pretendere di venir capiti quando ancora non ci siamo chiariti a noi stessi.
Non ingannarsi sull’altro significa anche non ingannarlo e non pretendere da lui più di quanto può dare.
Più dai, più dipendi dagli altri per la tua felicità e infelicità. E una parola o un gesto possono darti più felicità di quanta tu non ne hai data in un anno di dedizione. Ti metti in una situazione di mendicante, di cane che aspetta l’osso.
E infine per un meccanismo inevitabile, non si può dipendere dagli esseri umani senza aspirare a tiranneggiarli, senza aspirare a piegarli ai nostri scopi, compresi quelli più nobili o del cuore.

Simone Weil, L’ombra e la grazia, Bompiani, Milano 2002

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Franz Kafka, Lettera al padre (7)

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Nutrivi una particolare fiducia nell’educazione per mezzo dell’ironia, che rifletteva al meglio la tua superiorità nei miei confronti. Una tua esortazione era solitamente formulata così: “Non potresti fare così e cosà?”, “Questo è certamente troppo per te? “, “Naturalmente non hai tempo per farlo?” e simili. Ognuna di queste domande era accompagnata da risolini cattivi e facce cattive. In certo qual modo si era puniti prima ancora di sapere che si era fatto qualcosa di male. Eccitanti erano anche quelle correzioni in cui si parlava di noi in terza persona, poiché non eravamo degni neppure di essere interpellati malamente, come quando formalmente parlavi alla mamma seduta accanto a me ma in realtà ti rivolgevi a me, dicendo ad esempio: “Naturalmente dal signor figlio non si può pretendere una cosa del genere”, e simili. (Il contraltare di questa faccenda era costituito dal fatto che io non osavo, e in seguito per abitudine non pensai neppure più, a interrogarti direttamente quando era presente la mamma. Per il bimbo era molto meno pericoloso rivolgersi alla mamma seduta accanto a te e chiederle: “Come sta papà?”, tenendosi al riparo da eventuali sorprese.) C’erano naturalmente anche casi in cui si approvava anche l’ironia più malvagia, cioè quando riguardava un altro, ad esempio Elli, con cui ce l’ho avuta per anni. Era per me una festa della cattiveria, del piacere per il male altrui, quando quasi a ogni pasto di lei si diceva: “A dieci metri dal tavolo deve stare seduta, quella grassona”; e quando poi con aria malvagia cercavi di imitarla sulla tua sedia, senza la benché minima traccia di gentilezza o benevolenza, ma esageratamente, quale acerrimo nemico, per significare che trovavi il suo modo di stare seduta estremamente ripugnante. Quante volte questa e simili scene hanno dovuto ripetersi, quanto poco in effetti hai ottenuto con esse. Io credo che fosse dovuto al fatto che il dispendio di collera e cattiveria sembrava sproporzionato rispetto alla cosa, non si aveva la sensazione che la collera fosse stata provocata dalla sciocchezza dello star seduti lontano dal tavolo, ma che fosse stata presente sin dall’inizio in tutta la sua intensità e che solo casualmente questa cosa ne fosse divenuta il motivo scatenante. Poiché si era convinti che un motivo si sarebbe comunque trovato, non si facevano poi troppi sforzi e si diventava un po’ insensibili alla continua minaccia; del fatto che non saremmo stati picchiati, a poco a poco fummo sicuri. Divenni un bimbo scontroso, disattento, disobbediente, sempre intento a fuggire, perlopiù dentro di me. Così soffrivi tu e soffrivamo noi. Dal tuo punto di vista avevi completamente ragione quando, a denti stretti e con quel riso gorgogliante in base al quale il bimbo si era fatto la prima idea dell’inferno, eri solito ripetere amaramente (come ultimamente per via di quella lettera da Costantinopoli): “Ma che compagnia!”.
Del tutto incompatibile con questo atteggiamento nei confronti dei tuoi figli pareva essere quando, cosa che accadeva piuttosto spesso, te ne lagnavi apertamente. Ammetto che da bimbo (ma senz’altro più tardi) non ne avevo cognizione e non capivo come potessi attenderti di trovare compassione. Eri così gigantesco, da ogni punto di vista: cosa poteva importartene della nostra compassione o semplicemente del nostro aiuto? In realtà dovevi disprezzarli, come disprezzavi noi. Di conseguenza non credevo alle tue lagnanze e cercavo dietro di loro qualche intenzione nascosta. Solo più tardi compresi che soffrivi davvero molto per via dei tuoi figli; ma anche allora, se le lagnanze che–in circostanze diverse–avrebbero potuto trovare una sensibilità infantile, aperta, spensierata, pronta a venirti incontro, di nuovo per me dovevano essere soltanto strumenti manifesti di educazione e umiliazione e, in quanto tali, di per sé non particolarmente forti, ma col dannoso effetto collaterale di abituare il bimbo a non prendere molto sul serio cose che invece avrebbero dovuto esserlo.
Fortunatamente c’erano anche eccezioni, soprattutto quando tu soffrivi in silenzio e amore e bontà, con la loro forza, superavano ogni ostacolo e ti afferravano direttamente. Era raro, purtroppo, ma meraviglioso. Ad esempio quando, nelle estati più calde, subito dopo pranzo ti vedevo addormentarti in negozio, col gomito sullo scrittoio; o quando la Domenica, affaticato, venivi a goderti con noi la frescura estiva; o quando in occasione di una grave malattia della mamma ti reggevi tremante di pianto alla libreria; o quando durante la mia ultima malattia ti sei avvicinato pian piano a me, nella camera di Ottla, sei rimasto sulla soglia allungando soltanto il collo per vedermi nel letto, e per riguardo ti sei limitato a salutarmi con la mano. In tali occasioni ci si coricava e si piangeva per la felicità, e si piange anche ora che si scrive.

(7 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (5)

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Ma per me bambino tutto quel che mi gridavi era un ordine del cielo, non lo dimenticavo mai, rimaneva per me lo strumento più importante per giudicare il mondo e, soprattutto, per giudicare te stesso: e qui fallivi completamente. Poiché da bambino stavo con te soprattutto durante i pasti, le tue lezioni erano in massima parte lezioni su come ci si comporta a tavola. Quel che si metteva in tavola doveva essere mangiato, sulla bontà del cibo non si discuteva; ma tu spesso lo trovavi immangiabile, lo chiamavi “mangime” e affermavi che la “bestia” (la cuoca) l’aveva rovinato. Poiché tu, in considerazione del tuo vigoroso appetito e di una tua particolare attitudine mangiavi tutto rapidamente, bollente e a grossi bocconi, anche tuo figlio doveva affrettarsi, e a tavola regnava un cupo silenzio, interrotto dalle esortazioni: “Prima mangia, poi parla”, oppure: “Più alla svelta, più alla svelta”, oppure: “Vedi, io ho già finito da un bel pezzo”.
Gli ossi non si potevano rosicchiare, ma tu lo facevi; l’aceto non si poteva sorbire, ma tu lo facevi. La cosa più importante era tagliare il pane diritto; che tu però lo facessi con un coltello grondante di sugo era indifferente. Si doveva fare attenzione a non lasciare cadere avanzi di cibo sul pavimento; di solito erano tutti sotto di te. A tavola ci si doveva occupare solo del pasto, tu però ti tagliavi le unghie, facevi la punta alle matite, ti pulivi le orecchie con uno stuzzicadenti. Ti prego, padre, non fraintendermi, sarebbero stati di per sé particolari completamente insignificanti: per me divennero schiaccianti soltanto perché tu, misura assoluta di tutte le cose, personalmente non ti attenevi ai comandamenti che mi imponevi. In questo modo il mondo per me risultò diviso in tre parti: una in cui vivevo io, lo schiavo, sotto leggi che erano state escogitate soltanto per me e che inoltre, non sapevo perché, non ero mai in grado di rispettare completamente; poi un secondo mondo, infinitamente distante dal mio, in cui vivevi tu, impegnato a governare, impartire ordini e andare in collera se non erano eseguiti; e infine un terzo mondo, dove il resto degli uomini vivevano felici, liberi da ordini e obbedienza. Io ero costantemente in preda alla vergogna: o seguivo i tuoi ordini, ed era una vergogna perché valevano soltanto per me, o recalcitravo, e anche questa era una vergogna, perché non si poteva recalcitrare davanti a te, o non riuscivo a seguirli, perché ad esempio non avevo la tua forza, il tuo appetito, la tua abilità, per quanto tu pretendessi quella data cosa da me come ovvia; e questa era comunque la vergogna più grande. Così si agitavano non solo le riflessioni, ma anche la sensibilità di tuo figlio.
La mia situazione di allora può forse risultare più chiara se la paragono a quella di Felix. Lo tratti in maniera analoga, anzi contro di lui adoperi addirittura uno strumento educativo particolarmente tremendo perché, quando durante il pasto si comporta da maleducato, non ti accontenti di dire, come facevi con me: “sei un porco”, ma aggiungi: “un vero Hermann”, o “proprio come tuo padre”. Questo però forse–più di “forse” non si può dire–non danneggia Felix in modo sostanziale, perché tu per lui sei soltanto un nonno, per quanto particolarmente importante, ma certo non tutto quello che sei stato per me; inoltre Felix è un tipo tranquillo e in certo qual modo già virile, che una voce tonante può forse sconcertare ma non indirizzare per la vita; e soprattutto sta con te relativamente poco, è soggetto anche ad altre influenze, per lui sei semmai un caro insieme di curiosità, da cui scegliere cosa prendere. Per me non sei mai stato un insieme di curiosità, io non potevo scegliere, dovevo prendere tutto in blocco.
E questo senza poter dir niente in contrario, perché non ti è assolutamente possibile parlare con calma di una cosa su cui non sei d’accordo e che semplicemente non venga da te; il tuo temperamento imperioso non te lo permette. Negli ultimi anni lo spieghi con la tua nevrosi cardiaca; io non saprei se tu sia mai stato sostanzialmente diverso, al massimo la nevrosi cardiaca è per te un mezzo per esercitare il tuo imperio in modo più severo, perché il solo pensiero deve soffocare nell’altro ogni spirito di contraddizione. Naturalmente non ti sto rimproverando: mi limito a prendere atto di una cosa. Come con Ottla: “Con lei non si può parlare, ti salta subito addosso”, dici sempre, ma a dire il vero lei non salta affatto; tu scambi la persona con la cosa, è la cosa che ti salta addosso, e tu la decidi subito, senza ascoltare la persona, e quel che sarà ancora detto può solo irritarti di più, e giammai convincere. Allora ti si sente dire solo questo: “Fa’ quel che vuoi; io ti lascio libero; sei maggiorenne; io non ho nessun consiglio da darti”, e tutto questo con il tono basso e terribilmente rauco della collera e della completa condanna, che oggi mi fa tremare meno di quand’ero bimbo solo perché l’esclusivo senso di colpa del bimbo ha in parte ceduto il posto alla comprensione della nostra comune impotenza.

(5 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (4)

Marcel Duchamp: Father

Ora, in effetti, nei miei confronti avevi ragione sorprendentemente spesso: nel parlare era ovvio, perché a parlare quasi non si arrivava, ma anche nella realtà.
Eppure, anche questo non era particolarmente inconcepibile: tutto quel che pensavo era soggetto alla tua pesante pressione, perfino quei pensieri che non concordavano con i tuoi, e soprattutto questi. Su tutti questi pensieri apparentemente dipendenti da te gravava sin dall’inizio il tuo giudizio sfavorevole; sopportarlo fino a una completa e duratura realizzazione di tali pensieri era quasi impossibile. Non parlo qui di chissà quali pensieri elevati, ma di ogni piccola impresa dell’infanzia. Si doveva essere felici di qualcosa, esserne soddisfatti, tornare a casa ed esprimerla, e la risposta era un sospiro ironico, una scrollata di testa, un picchiettare con le dita sul tavolo: “Ne ho viste di più belle”, o “Che vuoi che mi dicano le tue preoccupazioni”, o “Ho altro a cui pensare”, o “Compratici qualcosa!”, o “Senti lì che cose!”. Naturalmente non si poteva pretendere da te entusiasmo per ogni piccolezza infantile, giacché vivevi tra affanni e preoccupazioni. Ma non éra questo il punto. Il punto era invece che dovevi sempre provocare in tuo figlio queste delusioni, per principio, grazie alla tua natura contraddittoria, di più, grazie al fatto che questa contraddittorietà, con l’accumularsi del materiale, si rafforzava incessantemente, tanto che infine divenne un’abitudine anche quelle rare volte che eri della mia stessa idea e queste delusioni di tuo figlio non furono più banali delusioni quotidiane, ma arrivarono a colpire nel segno, perché si trattava della tua persona, misura di tutte le cose. Il coraggio, la risolutezza, la fiducia, la gioia per questo o per quest’altro non duravano fino in fondo se tu eri contrario o se la tua ostilità poteva essere anche soltanto percepita; e percepita poteva essere quasi per ogni cosa che facevo.
Questo valeva per i pensieri come per le persone.
Bastava che io nutrissi un po’ d’interesse per qualcuno — data la mia natura non accadeva tanto spesso — che tu, senza riguardo alcuno per i miei sentimenti e senza rispettare il mio giudizio, attaccavi con gli insulti, le calunnie, le umiliazioni. Dovevano pagarne le spese persone innocenti e infantili, come l’attore jiddisch Lowy. Senza conoscerlo, lo paragonasti in un modo orribile, che ho già dimenticato, a uno scarafaggio, e quanto spesso per le persone che mi erano care ti saliva automaticamente alle labbra il proverbio dei cani e delle pulci. “Chi va a letto coi cani si leva con le pulci” (N.d. T.). Dell’attore ho un ricordo molto vivo perché allora presi nota delle tue affermazioni su di lui, con questa osservazione: “Mio padre parla così del mio amico (che non conosce affatto) soltanto perché è un mio amico. Glielo potrò sempre rinfacciare quando mi rimprovererà per la mia mancanza di amore filiale e di gratitudine”. Incomprensibile mi è sempre stata la tua totale mancanza di sensibilità per il dolore e la vergogna che potevi infliggermi con le tue parole e i tuoi giudizi; era come se non avessi la benché minima idea del tuo potere. Anch’io sicuramente ti ho fatto soffrire con le mie parole, ma l’ho sempre saputo, mi dispiaceva, ma non riuscivo a dominarmi, me ne pentivo già mentre lo dicevo. Tu invece con le tue parole colpivi indiscriminatamente, non ti dispiaceva per nessuno, né durante né dopo, contro di te si era completamente disarmati.
Ma così è stata tutta la tua educazione. Tu possiedi, credo, un talento educativo: a un essere della tua natura saresti stato sicuramente utile con la tua educazione; egli avrebbe visto la ragionevolezza di quanto gli dicevi, non si sarebbe preoccupato di niente altro e avrebbe fatto le sue cose con la massima tranquillità.

(4 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (3)

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Tu sai trattare un bambino solo come tu stesso sei fatto, con forza, strepito e iracondia; e nel caso specifico la cosa ti sembrava inoltre ancora più adatta, perché volevi fare di me un ragazzo forte e coraggioso.
Naturalmente non sono in grado di descrivere in modo diretto i tuoi metodi educativi nei primissimi anni, ma posso immaginarli con un procedimento deduttivo dagli anni successivi, e dal tuo comportamento nei confronti di Felix. (Nipote di Kafka, figlio della sorella Elli (N.d.T.). Occorre considerare, a inasprire le cose, che allora eri più giovane, e quindi più fresco, più selvaggio, più istintivo, con minori preoccupazioni di oggi, e che inoltre eri completamente legato dal negozio, durante il giorno non ti vedevo mai e quindi facevi su di me un’impressione ancora più profonda, che non si appiattiva mai nell’abitudine.
Direttamente di quei primi anni ricordo soltanto un episodio. Forse lo ricordi anche tu. Una volta, di notte, frignavo perché volevo un po’ d’acqua, certo non per sete, ma probabilmente in parte per farvi arrabbiare, in parte per divertirmi. Dopo che alcune severe minacce non erano servite a niente, mi prendesti dal letto, mi portasti sul ballatoio e mi ci lasciasti per un po’, in camicia da notte, davanti alla porta chiusa.
Non voglio dire che sia stato ingiusto, forse davvero non c’era modo di ripristinare altrimenti la quiete notturna, voglio soltanto caratterizzare i tuoi metodi educativi e il loro effetto su di me. In seguito fui certo più arrendevole, ma ne riportai un danno interiore.
Data la mia natura, non riuscii mai a stabilire il giusto nesso tra l’elemento per me ovvio del mio insensato chiedere l’acqua e quello eccezionalmente spaventoso dell’essere portato fuori. Per molti anni ancora patii pene strazianti all’idea che quel gigante, mio padre, l’istanza ultima, poteva venire quasi senza motivo e, di notte, portarmi dal letto sul ballatoio, e che quindi io per lui ero una tale nullità.
Questo fu soltanto un piccolo inizio, ma questa sensazione di nullità che spesso mi domina (sensazione da altri punti di vista anche nobile e feconda) deriva abbondantemente dalla tua influenza. Io avrei avuto bisogno di un po’ d’incoraggiamento, un po’ di gentilezza, di qualcuno che mi lasciasse un po’ aperta la mia strada: invece me la sbarrasti, sicuramente con le migliori intenzioni, quelle di farmene imboccare un’altra. Ma io non ne ero capace. Mi incoraggiavi, ad esempio, quando ero bravo a fare il saluto militare e a marciare, ma io non ero un futuro soldato; oppure mi incoraggiavi quando mangiavo d’appetito o addirittura ci bevevo su anche una birra, quando ripetevo canti dal significato a me oscuro o scimmiottavo i tuoi modi di dire preferiti, ma niente di tutto ciò rientrava nel mio futuro. Ed è significativo che ancor oggi tu mi incoraggi davvero solo quando tu stesso sei mosso a compassione, quando si tratta del tuo orgoglio, che ho ferito (ad esempio con le mie intenzioni matrimoniali) o che viene ferito in me (quando ad esempio Pepa mi insulta). Allora mi si incoraggia, mi si rammenta il mio valore, si accenna ai buoni partiti che potrei trovare, e Pepa riceve una condanna senza appello. Ma a prescindere dal fatto che alla mia età sono ormai quasi completamente insensibile agli incoraggiamenti, a che cosa dovrebbero mai servirmi, visto che sopraggiungono soltanto quando in prima istanza non si tratta di me.
Allora e dappertutto avrei avuto bisogno di incoraggiamento. Già ero schiacciato dalla tua nuda fisicità. Ricordo ad esempio come, frequentemente, ci spogliavamo insieme in cabina. Io magro, debole, sottile, tu forte, alto, massiccio. Già in cabina mi sentivo miserabile, e non solo di fronte a te, ma di fronte a tutto il mondo, perché tu eri per me la misura di tutte le cose. Se però uscivamo dalla cabina davanti alla gente, e tu mi tenevi per mano, io che ero uno scheletrino insicuro, a piedi nudi sulle assi, tremebondo davanti all’acqua, incapace di ripetere i movimenti che tu, con le migliori intenzioni ma in effetti con mia profonda vergogna, eseguivi nuotando, allora ero disperatissimo, e tutte le mie esperienze negative in tutti i campi in quegli istanti concordavano in modo grandioso. Meglio era quando tu, qualche volta, ti spogliavi per primo e io potevo rimanere da solo in cabina e rimandare la vergogna dell’uscita in pubblico finché tu alla fine non venivi a controllare e mi spingevi fuori dalla cabina. Ti ero grato del fatto che sembravi non notare la mia pena; inoltre ero orgoglioso del fisico di mio padre. Del resto questa differenza tra noi sussiste ancor oggi.
A ciò corrispondeva anche la tua superiorità spirituale. Ti eri fatto strada unicamente con le tue forze e avevi quindi una fiducia illimitata nelle tue opinioni. Per me bambino questo fatto non fu così accecante come in seguito, quando fui adolescente. Dalla tua sedia a dondolo governavi il mondo. La tua opinione era giusta, tutte le altre erano folli, esagerate, pazze, anormali. E la tua fiducia in te stesso era tale che non avevi neppure bisogno di essere coerente, senza per questo smettere di avere ragione. Poteva anche accadere che tu su un certo argomento non avessi alcuna opinione, e quindi tutte le opinioni possibili in proposito dovevano essere sbagliate, senza eccezione. Potevi ad esempio insultare i Cechi, poi i Tedeschi, poi gli Ebrei, e non a un certo riguardo, ma sotto ogni punto di vista, e infine non rimaneva nessun altro a parte te.
Tu eri avvolto per me dall’enigma di tutti i tiranni, il cui diritto è fondato sulla loro persona e non sul pensiero. Almeno così mi sembrava.

(3 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (2)

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Probabilmente sarei stato egualmente deboluccio, pauroso, titubante, inquieto, né Robert Kafka né Karl Hermann, ma comunque diversissimo da quello che sono davvero, e ci saremmo intesi alla perfezione.
Sarei stato felice di averti come amico, come principale, come zio, come nonno e persino (pur con qualche titubanza) come suocero. Solo come padre eri troppo forte per me, soprattutto in considerazione del fatto che i miei fratelli sono morti in tenera età e le sorelle sono giunte solo molto tempo dopo, e quindi io ho dovuto parare il primo colpo tutto da solo, ed ero davvero troppo debole per farlo.
Mettici a confronto: io, per esprimermi in modo assai sommario, un Lowy con un certo fondo kafkiano che però non è mosso dalla volontà kafkiana di vita, di affari e di scoperta, ma da un pungolo lowiano, che agisce in modo più segreto e ritroso, in un’altra direzione, e spesso viene completamente a mancare. Tu invece sei un vero Kafka, per forza, salute, appetito, intensità vocale, capacità oratorie, autocompiacimento, senso di superiorità, resistenza, presenza di spirito, conoscenza degli uomini, una certa generosità e naturalmente anche con tutti i difetti e le debolezze, attinenti a questi pregi, in cui talvolta ti cacciano il tuo temperamento e talvolta la tua iracondia.
Forse non sei interamente un Kafka per quel che riguarda la tua concezione generale del mondo, per quanto ti posso paragonare con gli zii Philipp, Ludwig e Heinrich. E singolare, non ci vedo troppo chiaro. Erano tutti più allegri, freschi, spontanei, spensierati, meno rigorosi di te. (In questo senso, fra l’altro, io ho preso molto da te, e questa eredità l’ho amministrata anche troppo bene, senza però che nel mio essere ci siano i necessari contrappesi, come ci sono nel tuo.) D’altra parte però tu, da questo punto di vista, hai attraversato periodi differenti, e forse eri più allegro prima che i tuoi figli, e io in particolare, ti deludessero e ti avvelenassero l’atmosfera familiare (quando venivano estranei eri diverso); e anche adesso sei forse tornato un po’ più allegro, da quando nipoti e genero ti ridanno qualcosa di quel calore che i figli, tranne forse Valli, non sono riusciti a darti. Ad ogni modo eravamo così diversi e, in questa diversità, così pericolosi l’uno per l’altro, che se si fosse cercato di prevedere come il bambino che lentamente cresceva e tu, l’uomo maturo, si sarebbero comportati l’uno nei confronti dell’altro, si sarebbe potuto supporre che tu mi avresti semplicemente calpestato, senza che di me rimanesse niente. E invece non è accaduto, la vita non si può prevedere, ma forse quel che è accaduto è anche peggio. Al contempo ti prego però di non dimenticare mai che non credo neppure lontanissimamente a una colpa da parte tua. Tu hai agito verso di me come dovevi agire, solo che devi smettere di credere che il mio soccombere a questo tuo agire sia dovuto a una particolare cattiveria da parte mia.
Ero un bimbo pauroso, ma ero anche testardo, come lo sono i bimbi; sicuramente la mamma mi ha anche un po’ viziato, ma non posso credere che fosse così difficile indirizzarmi, non posso credere che una parola gentile, un tacito prendermi per mano, uno sguardo buono non avrebbero potuto ottenere da me tutto quel che si voleva. Ora anche tu in fondo sei un uomo tenero e bonario (quel che segue non è una contraddizione, perché io parlo soltanto dell’aspetto che ebbe a influenzare il bambino), ma non tutti i bimbi hanno la resistenza e l’intrepidezza necessarie per continuare a cercare finché non giungono alla bontà.

(2 – continua)

Caro Amico

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Caro amico — anche se quindici giorni fa non la conoscevo ancora, non mi è realmente possibile chiamarla diversamente — voglio innanzitutto dirle che incontrarla è stato per me qualcosa di più che prezioso. Avevo vagamente presentito che sarebbe stato così, ma non presentivo sino a questo punto. Devo chiederle poi di non tardar troppo a mandarmi la lettera di cui abbiamo parlato; è possibile che io parta fra pochi giorni.
Accludo a questa lettera quel che già esiste del mio testo teatrale: il terzo atto quasi per intero e lo schema del resto. Perché lei lo possa leggere, in primo luogo, e darmi il suo parere. Ma anche perché lo conservi (assieme alle poche poesie) se dovessi partire, e soprattutto se mi accadesse di morire.
Non so dire se abbia un qualche interesse conservare queste cose. Non vorrei illudermi. Ma per ogni evenienza desidero aver fatto il necessario affinché non scompaiano per forza di cose. Ovviamente, le domando solamente di custodirle presso di lei.
Mi ha profondamente commossa constatare che ha dedicato una viva attenzione alle poche pagine che le ho mostrato. Non ne traggo la conclusione che meritino attenzione. Considero tale attenzione come un dono gratuito e generoso da parte sua. L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.
A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono.
Fin dalla mia infanzia non desidero altro che averne ricevuto, prima di morire, la piena rivelazione. Mi sembra che lei sia orientato verso questa scoperta. In effetti, ritengo di non aver conosciuto, da quando sono giunta in questa regione, nessuno il cui destino non sia di gran lunga inferiore al suo; tranne un’eccezione.

(da una lettera di Simone Weil a Joë Bousquet, 13 aprile 1942)

Legami

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«l’amicizia durante l’adolescenza acquista dei connotati fortemente etici. (…) Essa costituisce una grande costruzione simbolica e culturale e prepara la relazione d’amore prefigurandone gli eventi e precorrendone il sentimento di scoperta e, allo stesso tempo, di ritrovamento. Si tratta di un evento straordinario perché (…) l’amico è un coetaneo estraneo alla famiglia e rappresenta, da ogni punto di vista, una grande novità relazionale. (…) Assurgerlo al ruolo di amico del cuore è un evento culturale, simbolico e relazionale straordinario, poiché rappresenta il debutto nella capacità di amare e investire un essere vivente estraneo alla cerchia dei legami familiari.»

(G. Pietropolli Charmet)

Questo mi fa pensare a quanto sarebbe stato importante avere un amico del cuore, cosa che son riuscito a ottenere nell’adolescenza solo per periodi brevi, quindi amicizie “del cuore” che si son rivelate effimere: una specie d’inconcludenza che mi è sempre pesata. Direi che il peso di questa mia condizione, che m’ha privato di amici del cuore di lunga data, ha avuto un ruolo determinante nelle mie giornate. Me ne rendo conto soprattutto ora, nella maturità, forse perché le conseguenze di questo “fallimento” si consolidano e si fanno presenza.
Mi colpisce l’idea dei connotati fortemente etici dell’amicizia adolescenziale: questa era la sua caratteristica eminente, l’eticità che avrebbe consentito di affrontare il mondo con lo sguardo aperto e libero e pulito. Cose di cui tutti abbiamo bisogno, e quando ce le portano via ne veniamo in qualche modo menomati. Non a caso, in questo tipo di amicizie è spesso presente un elevato tasso di idealizzazione, che le rende magiche, spesso irripetibili.

New York

New York Times Square

La gente adora parlare di quel che è veramente successo… A New York, tra la gente del mio tipo, vige il presupposto che si possa sapere tutto delle reciproche esistenze. Si prende qualche indizio, lo si considera con una certa raffinatezza, e si sa tutto. In fondo, questa è una città che non ammette misteri, una città decisa a depredare, ad arraffare o a rivelare. Trovo le chiacchiere newyorkesi orrende, le conclusioni personali stupide, e tanto l’idealizzazione, quanto la demonizzazione dell’esperienza altrui, odiosa e spregevole. E l’ipocrisia di fondo, i giudizi sparati come se tutto fosse noto, le bugie, l’inganno, l’infinito banditismo orale che vige qui tra ebrei e gentili del pari, la fredda ambizione, è, lo ripeto, invivibile.
Quello che non manca veramente in questa città è gente capace, gente competente, che man mano che si fa strada nel mondo si ritrova ad avere una vita professionale sempre più complicata. Come è logico, questo li consuma, e il mostruoso residuo che sopravvive è incapace di emozione, ma la desidera, con uno struggimento e un’inadeguatezza terribili e terrorizzati. Questo residuo mostruoso è incapace di amicizia, incapace di qualsiasi cosa. (Quello di cui è capace è un meraviglioso, quand’anche orchesco, cameratismo.)

Harold Brodkey, Questo buio feroce, Rizzoli, Milano 1999, pp.39-40

Writing 18

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Fortunatamente, non ho un carattere volubile che facilmente si entusiasma e facilmente si stanca. Sono invece molto costante, incline alla devozione. Ma è sempre bene non farsi cogliere impreparati dalle delusioni, essere pronti ad assorbire il colpo, in tutte le cose della vita. Però ancora mi succede quello di cui t’ho parlato: il senso di smarrimento che arriva all’improvviso. Anche adesso m’è venuto, e il primo impulso sarebbe di correre da te, abbracciarti e ascoltare le tue parole confortanti. Non so da cosa venga, è come la sensazione che la mia permanenza nel mondo sia ingiustificata. Ho paura, e non so di cosa. Non dura molto, questa sensazione, ma quando mi prende vorrei rifugiarmi da te.