Writing 75

Dev’essere la mia continua ricerca di senso, questa invincibile resistenza al mollare del tutto. Continuo a trovare le cose, a osservarle, a pensarle, e le mostro, immaginando di condividerle con te. Di guardarle insieme, di parlarne, di rifletterci. E quando ti vedo in qualsiasi modo, anche per frammenti, provo un’emozione grande, perché hai tutta la bellezza che un essere umano può possedere. Hai creato un insieme formidabile, con l’impegno, la profondità, la determinazione, la chiarezza degli intenti. Oltre a essere integrale e delicata, sei forte e attenta, ineguagliabile, capace di costruire e di far luce. Per questo m’impressioni tanto. A volte sembra che il cuore prema per venire a te, e quando ti sento, anche nell’aria, sorrido sempre. Perché mi vedo vivo, avverto la mia forza, che mi fa qualcosa d’importante. Sentire il tuo sguardo mi porta avanti, mi dà senso. E mi dà vigore, perché il tuo sguardo, il tuo sorriso sono risananti e preziosi. Con la tua presenza mi dai cose che non avrei immaginato, per questo stento a definire ciò che provo: è un insieme profondo, che mi prende intero. Qualcosa di naturale, come naturale sei tu.


Annunci

Franz Kafka, Lettera al padre (8)

kafka-scribbles

Hai anche un modo particolarmente bello, e molto raro a vedersi, di sorridere: placido, contento e promettente, che può rendere felice colui al quale è diretto. Non ricordo che nella mia infanzia mi sia stato espressamente rivolto, ma potrebbe benissimo essere accaduto, infatti perché mai avresti dovuto negarmelo allora, quando ti sembravo ancora innocente ed ero la tua grande speranza? Inoltre anche queste impressioni gradevoli alla lunga non hanno avuto nessun altro effetto se non quello di accrescere il mio senso di colpa e rendermi il mondo ancora più incomprensibile.
Preferisco attenermi ai dati di fatto, quelli che sono rimasti. Per affermarmi soltanto un pochettino nei tuoi confronti, in parte anche per una specie di vendetta, cominciai presto a osservare e assommare, esagerandole, le inezie che notavo in te. Come ad esempio ti lasciavi facilmente abbagliare da persone solo apparentemente più elevate di te, come un certo consigliere imperiale o simili (d’altra parte mi feriva anche il fatto che tu, mio padre, avessi bisogno di queste insignificanti conferme del tuo valore e te ne facessi grande). Oppure osservavo la tua predilezione per modi di dire osceni, pronunciati a voce più alta possibile, dei quali ridevi come se avessi detto qualcosa di particolarmente eccelso, mentre invece era davvero solo una piccola, banale indecenza (di nuovo, tuttavia, si trattava al contempo anche di una espressione della tua forza vitale, che mi riempiva di vergogna).
Di queste osservazioni naturalmente ce n’erano a bizzeffe; io ero felice di farle, davano adito a chiacchiere e spasso; tu talvolta te ne accorgevi e andavi su tutte le furie, lo ritenevi una cattiveria, una mancanza di rispetto, ma credimi, per me non era nient’altro che un mezzo peraltro inefficace per non soccombere, erano battute come se ne fanno sugli dèi e sui re, battute che non solo sono legate al più profondo rispetto, ma addirittura ne costituiscono parte integrante.
Del resto anche tu, visto che la tua situazione nei miei confronti era analoga, hai tentato una specie di difesa. Amavi mettere in evidenza come le cose mi andassero esageratamente bene e come io fossi trattato bene. E vero, ma non credo che mi sia sostanzialmente servito ad alcunché, data la situazione.
E vero che la mamma era infinitamente buona con me, ma per me tutto era in relazione con te, in una relazione quindi non buona. La mamma svolgeva inconsapevolmente il ruolo del battitore durante una partita di caccia. Se già era estremamente improbabile che la tua educazione mi facesse camminare con le mie gambe suscitando in me orgoglio, disprezzo o addirittura odio, comunque la mamma con la sua bontà, i suoi discorsi ragionevoli (nel groviglio dell’infanzia essa era il prototipo della ragione), le sue intercessioni, compensava questi moti, e io ero ricacciato nel tuo circolo, dal quale forse altrimenti sarei fuggito, con vantaggio tuo e mio. Oppure accadeva che non si giungesse mai a una vera riconciliazione, che la mamma semplicemente mi proteggesse di nascosto, mi desse qualcosa di nascosto, mi permettesse qualcosa, e allora davanti a te ero di nuovo quell’essere sinistro, quell’imbroglione cosciente della sua colpa che, per la sua nullità, poteva giungere solo per strade tortuose anche a quello che riteneva un suo diritto. Naturalmente mi abituai poi a cercare per queste vie anche ciò a cui non avevo diritto, persino secondo me. E questo portava a intensificare il mio senso di colpa.
E anche vero che praticamente non mi hai mai picchiato. Ma gli urli, la tua faccia che diventava rossa, il subitaneo slacciare le bretelle, l’appoggiarle sulla spalliera della sedia, erano per me quasi peggio. E come quando uno deve essere impiccato. Se lo impiccano davvero, è morto, e tutto è finito. Ma se deve assistere a tutte le preparazioni per essere impiccato e solo quando gli fanno scorrere il cappio intorno al collo apprende di essere stato graziato, allora può soffrirne per tutta la vita. Inoltre dalle molte volte in cui, secondo l’opinione da te chiaramenfe manifestata, mi sarei meritato una scarica di botte ma le avevo evitate per un pelo grazie alla tua magnanimità ho ricavato soltanto un gran senso di colpa. Da ogni parte mi ritrovavo a essere colpevole di fronte a te.
Da sempre mi rimproveri (quando siamo soli e di fronte ad altri, non hai mai avuto sensibilità per l’umiliazione insita in questo secondo caso, i fatti dei tuoi figli sono sempre stati pubblici) che grazie al tuo lavoro ho vissuto senza privazioni nella tranquillità, nel calore e nell’abbondanza. Penso allora a osservazioni che debbono aver tracciato veri e propri solchi nel mio cervello, come: “Già a sette anni dovevo andare per i villaggi col carretto”; “Dovevamo dormire tutti in una stanza”; “Eravamo felici quando avevamo qualche patata”; “Per anni d’inverno ho avuto le gambe piene di piaghe aperte, perché non avevamo di che coprirci”; “Da piccolo dovevo già andare nella bottega di Pisek”; “Da casa non ho mai avuto un soldo, nemmeno durante il militare, ero io che mandavo soldi a casa”; “Eppure, eppure… il padre era sempre il padre. Chi le sa, oggi, queste cose! Che ne sanno i figli! Nessuno ha patito queste cose! Le capisce oggi un figlio?”. In altre circostanze questi racconti avrebbero potuto essere un eccellente strumento educativo, avrebbero incoraggiato, con una sferzata di energia, a superare le piaghe e le privazioni che già il padre aveva subìto. Ma tu non volevi questo, e la situazione grazie alle tue fatiche era cambiata completamente: non avevamo modo di distinguerci come avevi fatto tu. Una tale occasione poteva essere creata solo con violenze e sovvertimenti, sarei dovuto fuggire di casa (purché ne avessi la determinazione e la forza e la mamma, da parte sua, non avesse lavorato con altri mezzj in senso contrario). Ma tu non volevi niente di tutto ciò, lo definivi ingratitudine, esaltazione, disobbedienza, tradimento, pazzia. Mentre quindi da una parte con l’esempio, il racconto e l’umiliazione me lo rendevi allettante, dall’altra me lo proibivi con la massima severità. Altrimenti non avresti dovuto essere tanto sconvolto, a prescindere dalle circostanze collaterali, dall’avventura di Ottla a Zurau. Voleva andare nel paese da cui eri venuto tu, voleva avere lavoro e privazioni, come li avevi avuti tu, non voleva godere i frutti del tuo successo sul lavoro, come anche tu sei stato indipendente da tuo padre. Erano intenzioni così terribili? Così lontane dal tuo esempio e dai tuoi insegnamenti? Bene, le intenzioni di Ottla alla fie si rivelarono fallimentari, caddero forse nel ridicolo, furono messe in atto con troppo chiasso, senza abbastanza riguardo per i suoi genitori. Ma fu esclusivamente colpa sua, non colpa anche delle circostanze e del fatto che tu le eri così estraneo? Forse che in negozio (come tu stesso in seguito hai cercato di convincere te stesso) ti era meno estranea di quanto lo fosse dopo, a Zurau? E sicuramente non avresti avuto il potere (purché riuscissi a superare te stesso) di trasformare quest’avventura in qualcosa di buono, con l’incoraggiamento, il consiglio e la vigilanza, magari soltanto con la tolleranza?

(8 – continua)

Franz Kafka, Lettera al padre (7)

metafisica-potere

Nutrivi una particolare fiducia nell’educazione per mezzo dell’ironia, che rifletteva al meglio la tua superiorità nei miei confronti. Una tua esortazione era solitamente formulata così: “Non potresti fare così e cosà?”, “Questo è certamente troppo per te? “, “Naturalmente non hai tempo per farlo?” e simili. Ognuna di queste domande era accompagnata da risolini cattivi e facce cattive. In certo qual modo si era puniti prima ancora di sapere che si era fatto qualcosa di male. Eccitanti erano anche quelle correzioni in cui si parlava di noi in terza persona, poiché non eravamo degni neppure di essere interpellati malamente, come quando formalmente parlavi alla mamma seduta accanto a me ma in realtà ti rivolgevi a me, dicendo ad esempio: “Naturalmente dal signor figlio non si può pretendere una cosa del genere”, e simili. (Il contraltare di questa faccenda era costituito dal fatto che io non osavo, e in seguito per abitudine non pensai neppure più, a interrogarti direttamente quando era presente la mamma. Per il bimbo era molto meno pericoloso rivolgersi alla mamma seduta accanto a te e chiederle: “Come sta papà?”, tenendosi al riparo da eventuali sorprese.) C’erano naturalmente anche casi in cui si approvava anche l’ironia più malvagia, cioè quando riguardava un altro, ad esempio Elli, con cui ce l’ho avuta per anni. Era per me una festa della cattiveria, del piacere per il male altrui, quando quasi a ogni pasto di lei si diceva: “A dieci metri dal tavolo deve stare seduta, quella grassona”; e quando poi con aria malvagia cercavi di imitarla sulla tua sedia, senza la benché minima traccia di gentilezza o benevolenza, ma esageratamente, quale acerrimo nemico, per significare che trovavi il suo modo di stare seduta estremamente ripugnante. Quante volte questa e simili scene hanno dovuto ripetersi, quanto poco in effetti hai ottenuto con esse. Io credo che fosse dovuto al fatto che il dispendio di collera e cattiveria sembrava sproporzionato rispetto alla cosa, non si aveva la sensazione che la collera fosse stata provocata dalla sciocchezza dello star seduti lontano dal tavolo, ma che fosse stata presente sin dall’inizio in tutta la sua intensità e che solo casualmente questa cosa ne fosse divenuta il motivo scatenante. Poiché si era convinti che un motivo si sarebbe comunque trovato, non si facevano poi troppi sforzi e si diventava un po’ insensibili alla continua minaccia; del fatto che non saremmo stati picchiati, a poco a poco fummo sicuri. Divenni un bimbo scontroso, disattento, disobbediente, sempre intento a fuggire, perlopiù dentro di me. Così soffrivi tu e soffrivamo noi. Dal tuo punto di vista avevi completamente ragione quando, a denti stretti e con quel riso gorgogliante in base al quale il bimbo si era fatto la prima idea dell’inferno, eri solito ripetere amaramente (come ultimamente per via di quella lettera da Costantinopoli): “Ma che compagnia!”.
Del tutto incompatibile con questo atteggiamento nei confronti dei tuoi figli pareva essere quando, cosa che accadeva piuttosto spesso, te ne lagnavi apertamente. Ammetto che da bimbo (ma senz’altro più tardi) non ne avevo cognizione e non capivo come potessi attenderti di trovare compassione. Eri così gigantesco, da ogni punto di vista: cosa poteva importartene della nostra compassione o semplicemente del nostro aiuto? In realtà dovevi disprezzarli, come disprezzavi noi. Di conseguenza non credevo alle tue lagnanze e cercavo dietro di loro qualche intenzione nascosta. Solo più tardi compresi che soffrivi davvero molto per via dei tuoi figli; ma anche allora, se le lagnanze che–in circostanze diverse–avrebbero potuto trovare una sensibilità infantile, aperta, spensierata, pronta a venirti incontro, di nuovo per me dovevano essere soltanto strumenti manifesti di educazione e umiliazione e, in quanto tali, di per sé non particolarmente forti, ma col dannoso effetto collaterale di abituare il bimbo a non prendere molto sul serio cose che invece avrebbero dovuto esserlo.
Fortunatamente c’erano anche eccezioni, soprattutto quando tu soffrivi in silenzio e amore e bontà, con la loro forza, superavano ogni ostacolo e ti afferravano direttamente. Era raro, purtroppo, ma meraviglioso. Ad esempio quando, nelle estati più calde, subito dopo pranzo ti vedevo addormentarti in negozio, col gomito sullo scrittoio; o quando la Domenica, affaticato, venivi a goderti con noi la frescura estiva; o quando in occasione di una grave malattia della mamma ti reggevi tremante di pianto alla libreria; o quando durante la mia ultima malattia ti sei avvicinato pian piano a me, nella camera di Ottla, sei rimasto sulla soglia allungando soltanto il collo per vedermi nel letto, e per riguardo ti sei limitato a salutarmi con la mano. In tali occasioni ci si coricava e si piangeva per la felicità, e si piange anche ora che si scrive.

(7 – continua)

Writing 55

000

La bellezza ti appartiene, ti è costitutiva, suscita i sentimenti migliori. E sei una certezza e una salvezza veri, un esempio di autenticità e di capacità di essere e di amare. Tu, la tua figura, il tuo sguardo, il tuo sorriso, la tua voce, le tue parole, il tuo tono, il tuo riso, il tuo calore. Per questo, quando ti penso, provo una commozione che ha in sé il sorriso di gratitudine per questa cosa meravigliosa. Quando mi trovo al tuo cospetto, sembra che il mio essere si parcellizzi in tanti frammenti che vibrano per conto proprio, creando un movimento corale diverso da ogni altro, da ogni altra sensazione che normalmente si prova. Un fremito di tutto me stesso che mi fa guardare con occhi più grandi e capienti, che fa provare un senso di vita accentuato, come se moltiplicasse la mia capacità di essere. Credo sia questo che mi ha così rafforzato, mi ha fatto uscire di colpo alla luce, per rivedere tutto con i sensi acuiti e pronti a ricevere la realtà. Perché c’è una cosa che è davvero formidabile: il tuo sguardo, i tuoi occhi. È lo sguardo, sono gli occhi di una ragazza buona e forte, consapevole e dolce, pronta a vivere, coraggiosa, che sa amare e che sa fare tutto il resto. Lo sa fare. Hai uno sguardo incredibilmente bello, che mi fa vedere il bello del mondo. Proprio così, non sono esagerazioni. Mi hai rianimato e mi stai nutrendo, io non posso non sciogliermi quando ti penso.

Writing 54

000

Io sono stato molto fortunato in vita, sono sopravvissuto alla distruzione della gioventù, ho rischiato di morire anche per negligenze, e l’ho sempre scampata per un soffio. Mi sono ricostruito una vita lentamente ma con forza, ho rischiato la rovina finanziaria e l’ho scampata anche lì, mi sono poi rinnovato, ho sempre trovato la salvezza, la malattia non mi ha neutralizzato, al contrario sono diventato sempre più forte. Ma gli ultimi anni son stati così duri che davvero volevo spegnere la luce. Nessuna persona intorno, nessuna possibilità che mi si apriva poteva giustificare la permanenza nel mondo. Nulla e nessuno che vedevo. Quando mi son trovato al tuo cospetto, quando ti ho vista bene, quando mi hai sorriso e mi hai accolto con allegria, da quel momento han cominciato a uscire da me le cose buone, le migliori, ho ripreso a conoscermi per come sono davvero, la vita ha smesso di essere inutile e dannosa ed è diventata accogliente: perché tu porti la bellezza, ti basta muovere un dito per tirarla fuori, per ricordarmi che la vita è bellezza, a saperla vedere. Tu sai vivere, tu sai essere, sei una cosa così preziosa e grande da lasciare stupefatti.

Writing 53

È raro poter vedere così bene una persona in così breve tempo. Mi hai permesso di aprire la mia sensibilità per vederti come sei. E osservo come la tua sensibilità sia simile alla mia, e così la tenerezza con cui sei capace di guardare l’altro. Il tuo rispetto, la capacità di valutare la correttezza delle cose. Il tuo acume e l’intelligenza propositiva e analitica, che sa prendere le visioni d’insieme. La tua curiosità verso le cose, la tua ricerca delle ragioni, il tuo naturale interrogarti. Il tuo guardare tutto con la solidità dell’esperienza e la trasparenza dell’animo. La tua coerenza intelligente, sempre consapevole e attenta. Vedo anche la matrice della tua voce disarmata, nuda, pronta alla tenerezza, che si fa specchio della tua psiche.

Writing 52

urlSono convinto che ogni giorno che passa è un un miglioramento, un recupero, una rifinitura della tua persona, così bella da lasciare meditabondi, in contemplazione. Tutto ciò che è mancato non conta, non esiste più. Esiste ciò che sei riuscita a fare e le cose che continuerai a realizzare, esiste l’orgoglio di essere te con i tuoi enormi pregi. I difetti sono di tutti, non rilevano in questa contabilità. Tutte le cose di cui ti occupi, anche solo pensandole, riesci a renderle grandi e profonde, e anche di questo ti sarò grato per sempre.

Writing 50

Kenro_Izu

Quando ci sei è più facile trovare le parole, perché la tua bellezza naturale pervade ciò che sta intorno, ed è come se la lettura delle cose venisse aperta per accogliere la tua presenza. Con te qui, la corazza costruita negli anni non serve più, la mia pelle sottile può accogliere tutto senza temere, può assorbire e rigenerarsi, e affidarsi al tuo sguardo sapiente.

Writing 49

1955 CALIFORNIA, United States -- 1955. Image envoyÈ ‡ Ludovica Pallegatta (Transaction : 632780884291875000) © Elliott Erwitt / Magnum Photos

È anche per questo che mi piaci enormemente, per la tua saggezza e sensibilità. Io son sempre stato proteso verso gli altri, non so se per carenze di affetto o per le voragini lasciate dagli odii familiari, e allora succede che quando sento una presenza come la tua, quando mi riconosco in quel bisogno di tenerezza che esce con l’espressione più trasparente, più concreta e aperta, mi sento investito da una benedizione. Vederti e percepirti mi fa capire di aver finalmente colto il significato delle cose, pur continuando ad avere dubbi, a interrogarmi, a cercare, a sentire il bisogno di commuovermi: come se volessi serbare, almeno in parte, l’impronta del dolore che ho assorbito e introiettato. Ma con te io riesco a “essere come sono”, me ne rendo conto sempre più, con tutte le mie debolezze, le necessità, anche le paure, che però sento allontanarsi, come se tu mi proteggessi e mi curassi coi tuoi artifici misteriosi. Ora, pronunciare il tuo nome evoca tutto il positivo che non riuscivo più a trovare: quello che appare con la naturalezza di chi è decisa ad affrontare il mondo con cognizione e determinazione, senza mai perdere la tenerezza e la bellezza dello sguardo.

Voglio provare l'ebbrezza

01

Voglio provare l’ebbrezza di essere forte, di fronteggiare ogni situazione col sangue freddo anche se nel cuore si scatena l’inferno, voglio provare l’ebbrezza di correre per chilometri e fermarmi a un passo dal crollo e sentire le forze tornare, voglio sollevare pesi gemendo e guardandomi nella nudità del dolore, e tornare a sentirmi integro col pensiero che ricomincia a correre, voglio provare l’ebbrezza di sentire che la sto perdendo senza che ci sia un domani e ritrovarla accanto con la forza del senso, voglio provare l’ebbrezza di non passare inosservato e guardare le persone anche con gli occhi appannati dalle lacrime, e tornare a ridere per la gioia della bellezza, voglio provare l’ebbrezza di non aver paura, di esserci ogni volta che vengo chiamato, di vedere un futuro, di aspettare, aspettare, aspettare, aspettare, voglio provare l’ebbrezza di sopportare il silenzio e di vedere la bellezza attraversando tutto.