Paradiso Perduto

La stupidità, questo inconfessabile amore, esercita su di noi un potere ipnotico, una invincibile attiranza. Più volte l’ho sperimentato nel tram, nei luoghi pubblici, al caffè. Sto seduto al caffè, e accanto a me che vado errando nei più inesplorati continenti dell’intelligenza, seggono alcuni sconosciuti. Come avviene di solito, esalano i discorsi di costoro una stupidità ineffabile, ispirata, incantatrice. A poco a poco la mia avventura si offusca, perdo la traccia del mio viaggio solitario, cedo al richiamo primordiale della stupidità, il mio orecchio è pieno della voce della sirena. Intelligenza, ti saluto! Non penso più, non cerco più, non voglio più. Un dolcissimo languore m’invade, come in capo a un’insonnia prolungata i nostri nervi finalmente si disciolgono nello sfinimento voluttuoso del sonno. Ora mi rivolgo a voi e vi domando: “Per noi figli dell’Intelligenza, per noi figli del Peccato, questo richiamo non è forse quello lontanissimo, nostalgico del Paradiso Perduto?

Alberto Savinio, Nuova Enciclopedia, pp. 353-354

Deliri

Peter Saul, Criminal Being Executed, 1964

Il delirio è una patologia squisitamente umana, non rappresentabile in altre forme vitali (il nostro cane può essere ansioso ma non delirante).  La capacità di legare due fenomeni con l’attribuzione di un sottilissimo concetto di causa ed effetto costituisce la trama razionale del nostro mondo. Una modalità di lettura che ha permesso ai nostri antenati di anticipare eventi, di costruire strategie di lotta e di crescita, di sfuggire a un presente sempre uguale e di sfidare il destino di un animale costretto a vivere tra foresta e savana e capace di andare oltre il limite.
Ma ciò che è la dirompente novità della specie umana si trasforma nell’abisso della follia. L’attribuzione di causa, di significato sfugge a un sistema di regolazione, l’uomo precipita in una lettura della realtà del tutto pregiudiziale e incomprensibile agli altri. Il delirio ricostruisce attorno all’individuo una maschera del mondo in cui egli è solo.
A volte l’artista è capace di porsi nel mezzo, di trasformare il suo delirio nell’interpretazione più lucida della realtà, spingendosi oltre il limite nella capacità di comprendere e descrivere. Per fare questo cancella le regole della ragione per poi ricomporle in un nuovo scenario in cui tutto appare nuovamente chiaro.
Il delirio (delusion in inglese, Wahn in tedesco) è quello lucido con una coscienza vigile.  Il delirio e la sua rappresentazione o comunicazione è spesso preceduto o accompagnato nel suo formarsi da uno stato d’animo o umore predelirante (wahnstimmung) o coscienza predelirante. Si tratta di un’esperienza indescrivibile e incomunicabile se non per gli artisti dove perplessità, preoccupazione, talora terrore, dominano il soggetto che vede dissolversi i punti di riferimento che lo legavano al mondo. L’ovvio diventa ignoto, il comune nuovo, il semplice sconcertante, il sicuro imprevedibile.
Sono tanti i contenuti deliranti, da quelli persecutori, di nocumento, di veneficio, di rivendicazione (querulomani) a quelli più rappresentati artisticamente, di trasformazione dell’ambiente, cosmico (immanente globale cambiamento del mondo) o metempsicosico nella convinzione di vivere nel corpo di un’altra persona o delirio zoo-antropico, trasformazione del corpo in quello di un animale (licantropia di Nabucodonosor) fino alla trasformazione dei propri organi (il cuore di pietra, il fegato di cristallo) e al delirio ipocondriaco e nichilistico. A concludere la lunga esperienza umana, nel delirio mistico viene esperito Dio, si sente fortemente la divinità e ci si identifica con essa. I deliri sono di vario genere: di grandezza, di ambizione, di genealogia, di potenza, di megalomania, di gelosia, di colpa e rovina. Al di là delle tante basi biologiche e genetiche, il desiderio rimane un’esperienza originaria e inderogabile, un’alterazione del rapporto con la realtà che coinvolge tutta la personalità.

Claudio Mencacci, la Lettura #295, pag. 31

A come Animale

Wenzel Peter, Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre, Pinacoteca Vaticana

«In buona sostanza, il quadro avrebbe funzionato al momento della sua creazione come fascinoso campionario di exempla a partire dal quale il cliente avrebbe potuto selezionare con facilità il modello del proprio animale da ordinare dipinto, da collocare nella propria dimora, da incorniciare nella propria quadreria, in misure però al naturale.
Consapevole del fascino esercitato dal grande manufatto sul grande pubblico degli amateurs, l’artista avrebbe, infatti, arricchito costantemente la tela di nuove varietà di animali, aggiornandola di quando in quando con inediti ingressi come se fosse il dipinto della vita (quali soggetti potevano meglio sposarsi con il desiderio di autorappresentazione di un pittore di animali di quelli tratti dalle storie della Creazione della Genesi?) e un portentoso strumento di vendita della sua produzione. Che l’opera non potesse ancora ritenersi terminata alla morte del pittore sembra dimostrato, come suggeriscono i conservatori dei Musei Vaticani, dalla presenza di un uccellino ancora appena abbozzato sul ramo di uno degli alberi».

A come Animale. Voci per un bestiario dei sentimenti (a cura di L. Caffo e F. Cimatti), Bompiani, Milano 2015, pagg. 192-193

Rinascimento com’era

Sandro Botticelli, La calunnia di Apelle, 1494. Galleria degli Uffizi, Firenze

Ripensiamo allora a Michelangelo, in questa prospettiva ambigua, tra il divino e il terrestre: certo, sapeva esser cortese, sensato, diplomatico e spiritoso. Ma era anche arrogante, permaloso, sprezzante e offensivo. Frequentava le osterie e non disdegnava le zuffe. Fu trasandato, disordinato, sporco, tormentato, attaccabrighe, soggetto ai capricci dei pontefici, passionale. Sensibile alle seduzioni dell’omosessualità neoplatonica, ma anche al rassicurate insegnamento della Chiesa e alle attenzioni di una colta, raffinata nobildonna, come Vittoria Colonna. E queste contraddizioni sono il patrimonio di altre grandi biografie. Ad esempio, Francesco Petrarca generò almeno due figli quando già era negli ordini minori, Leonardo da Vinci fu accusato il 9 aprile 1476 di aver sodomizzato Jacopo Saltarelli, giovane prostituto. Benvenuto Cellini fu assassino e ladro. E la musica del compositore e aristocratico Carlo Gesualdo  raggiunse le più alte vette solo dopo che egli ebbe ucciso la moglie, il suo amante e forse anche il figlio.

Amedeo Feniello, la Lettura #262, pag. 26

Balthus e il Bruno di mummia

Balthus, The white skirt, 1937

«Balthus mi volle come assistente e ogni mattina lo raggiungevo a Villa Medici, dove lavorava ai famosi quadri con le bambine. Era raffinato e altero. Possedeva il segreto di legare le polveri agli smalti. Conosceva bene anche la pittura del Quattrocento e i materiali dell’epoca, che gli permettevano di lavorare con grande lentezza. Sapeva mescolare le terre italiane — terra d’ombra, terra di Siena — con la caseina e il carbonato di calcio. Io gli macinavo i colori, gli preparavo le tele con la prima mano di fondo. Le voleva di canapa, al contrario della maggioranza degli artisti che preferiscono il lino. Qualche volta mi affidava missioni impossibili».
Balthus chiedeva la fritta di Alessandria, chiamata anche blu egiziano, che esisteva già nel terzo millennio avanti Cristo — la sua scoperta era avvenuta insieme a quella del vetro: si otteneva con quantità variabili di quarzo o sabbia silicea, carbonati di calcio e rame, eventualmente con l’aggiunta di fondenti alcalini. Ma la dose corretta di questi ingredienti si era persa al tempo dei Romani e per secoli i ricercatori hanno tentato di riprodurre la ricetta con scarsi successi. Oggi il colore che più si avvicina alla fritta è il blu Ercolano.
«Quanto costa il bruno di mummia?» gli domandò un giorno Balthus. Memmo pensò a uno scherzo. «Almeno dieci milioni, mi tocca andare in Egitto a cercarlo», rispose. Invece poi scoprì che l’artista diceva sul serio. «In un vecchio libro sui pigmenti ho trovato che si trattava di una sostanza scura, che si faceva nell’Ottocento macinando i resti di antichi defunti egizi e le resine che li ricoprivano, e impastandoli con l’olio di lino. Molto amato dai pittori inglesi di epoca vittoriana, fu usato anche da Alma-Tadema, che inorridì quando ne individuò l’origine e insieme a Edward Burne-Jones seppellì in giardino il tubetto con il pigmento, celebrando una specie di inumazione».

Lauretta Colonnelli intervista Domenico Mancini detto Memmo, la Lettura #259, pag. 30

La conoscenza della luce

«Nei nuovi supporti tutto è automatico: ma è fondamentale la conoscenza della luce e dei colori, e dei loro significati». In ogni periodo della storia «c’è stata una forma espressiva che ha guidato le altre. In epoca greca la scultura e la filosofia, nel Rinascimento la pittura, la musica nel Settecento e la letteratura nell’Ottocento. Questo è il secolo dell’immagine: per questo motivo non si può prescindere dallo studio di tutte le espressioni d’arte che circondano questa parola. Immagine». A partire da significati e simbologie. «Quando noi guardiamo un film riceviamo dallo schermo un’energia che non tocca solo i nostri occhi, ma tutto il corpo. Ogni colore dà un certo tipo di energia, ci fa provare emozioni diverse. La luce cambia la nostra pressione sanguigna, il nostro metabolismo».
Tra i temi che toccano la sensibilità di Storaro c’è anche della friabilità del futuro del digitale. «Si pensa che la digitalizzazione sia permanente: non è così, il supporto su cui vengono registrati i film è persino più deteriorabile della tradizionale pellicola. La conservazione digitale è una sfida che va affrontata seriamente». Non è il solo ambito che chiede un cambio di passo. «Ancora oggi si tende a formare chi si occupa di cinematografia in modo tecnico, come un esecutore, — osserva — . Poi c’è la necessità di qualcuno, di solito è il regista, che dice cosa fare: io credo che questo non basti più. C’è bisogno di un approfondimento culturale di tutto ciò che c’è intorno a un’immagine, dalla filosofia all’architettura, dalla pittura alla musica. Solo con queste conoscenze possiamo capire ciò che il regista ci chiede di fare».

Vittorio Storaro intervistato da Laura Zangarini, la Lettura #257, pag. 36-37

La cosa più bella

Su cosa ci sia di più bello al mondo, la poetessa Saffo aveva le idee chiare:
«ciò che uno ama».
Quello che la singolarità umana ama e desidera, introietta e proietta.

Chi cavalieri a schiera, e chi fanti,
chi navi, dice, sulla nera terra
sia la cosa più bella, ma io dico:
ciò che uno ama.
Facile è certo a un poeta spiegare
questo a ognuno: ché lei, che sopra tutti
fu la più bella, Elena, il marito
ottimo in tutto
lasciò, e venne a Troia navigando,
né la figlia né i cari genitori
ricordò affatto, ma la portò via
Cipride amore.
…………………………………………..
Di Anattoria ora a me venne il ricordo
che non è qui.
Di lei vorrei sia l’amabile passo
che la luce veder chiara del volto,
più che i carri dei Lidi, più che in armi
fanti a battaglia.

(fr. 27 D.)

Il senso

Non basta rivolgersi a un destinatario ideale per chiedere il senso della vita. Il senso della vita va costruito, e per costruire servono progetti, e per progettare serve coscienza applicata, assistita dalle competenze e dalle abilità, e per esprimere le abilità serve fiducia in se stessi, e per avere fiducia in se stessi è necessario amarsi almeno quel tanto che basta, e per amarsi bisogna superare una vita di condizionamenti negativi, e per superare tutto questo bisogna esorcizzare definitivamente gli errori e le lotte finite male, e per riuscire nell’esorcismo le ferite devono essere guarite. Poi, anche se restano le cicatrici, potrò essere amato lo stesso.