Garboli, Morselli

— Ha in mente un dattiloscritto che fu particolarmente discusso?

«Questa domanda viene a proposito dei rimuginii di Sereni. Il dattiloscritto che seminò l’angoscia fu Il comunista di Morselli. Ricordo che alla Mondadori c’era una lettrice di straordinaria intelligenza che godeva dell’ammirazione di Giacomo Debenedetti. Lavorava in una piccola stanzetta, in un cunicolo della sede milanese della casa editrice, in via Bianca di Savoia. Stava in una sorta di abitacolo, con una piccola finestrella da dove non veniva luce, con un golfetto grigio, una macchina da scrivere. Il suo rapporto con Sereni era impraticabile. Credo fosse stato inizialmente di grande simpatia, ma si era tramutato in una relazione di puro sadomasochismo! Questa consulente lesse Il comunista di Morselli e ne diede un giudizio assolutamente negativo, molto intelligente, condotto con un nerbo argomentativo di primissimo ordine. Poi il romanzo arrivò anche a me, io lo lessi e ne scrissi un giudizio in cui dichiaravo che capivo benissimo le ragioni addotte dalla prima lettrice, ma che non potevo condividerle. Secondo me bisognava dare del credito, anche se era un romanzo lungo, grigio, piuttosto plumbeo, uniforme, senza nessuna macchina narrativa, attraversato da una tristezza quasi siloniana. Nonostante questo, il romanzo aveva diritto ad apparire. Questa era la mia conclusione. Però dichiaravo anche: “È molto difficile superare il no di questa lettrice, non tanto per la sua drasticità, quanto per l’intelligenza con la quale articola il rifiuto”. Vi fu l’intervento di un terzo lettore, Niccolò Gallo. Cominciò un rosario inesauribile di telefonate e di riflessioni fino alla decisione, travagliatissima, di Sereni. Per il no. Da lì il dibattito continuò, perché la collaboratrice di Sereni esigeva maggiore intransigenza, compromessi minori, rimproverando di fare degli editing che portavano alla pubblicazione scrittori che non erano tali. Il talento o c’era o non c’era. Io cercai di mediare tra questa posizione un po’ troppo drastica e quella più compromissoria. Passammo l’estate del ’66 a discutere di queste cose, mentre io feci l’editing di un romanzo interminabile di Beniamino Ioppolo. S’intitolava La doppia storia, ed era di una lunghezza impressionante. L’enorme marchingegno della casa editrice aveva delle esigenze che purtroppo non erano solo letterarie, ma anche sociali, di mercato… Il ricordo più bello che ho di quella stagione mondadoriana è la mia lunga collaborazione con Eduardo De Filippo per il suo epistolario, che però non vide mai la luce».

da un’intervista a Cesare Garboli, Panta n. 19 – Editoria, Bompiani, 2001

Garboli, Sereni

— Vigeva ancora il modello dei “Gettoni” di Vittorini?

«No, perché i “Gettoni” di Vittorini trescavano con il neorealismo, e quella storia ormai era passata. Anzi, era una prospettiva letteraria da rigettare. Alberto Mondadori e Sereni avevano il problema di costruire una collana di narratori giovani che tenesse conto delle esigenze che si erano manifestate nei primi anni Sessanta: la necessità di rompere con la tradizione del tipico narratore mondadoriano, come Piovene, Buzzati, Alba De Cespedes, scrittori collaudati i cui romanzi, tuttavia, ormai erano vecchiotti e loro mostravano la corda. Si rivolsero in un primo tempo a Gallo e poi a me. Gallo portò scrittori come Silvio D’Arzo, Anna Banti, Mario Soldati. Ma non bastava. In realtà molti nuovi narratori erano attirati dalle sirene Einaudi e Garzanti. Come Cassola, Bassani, Fenoglio, Pasolini, Parise. Allora pensarono a una collana dirompente che desse spazio a quei quarantenni che non ne potevano più, e sentivano il bisogno di infrangere lo statuto pesante, l’autorità di quei narratori che chiudevano tutti i varchi. Per questo mi chiamarono. Ma, intendiamoci, alla Mondadori regnava l’ambiguità e un certo compromesso».

— È comprensibile, anche perché le ragioni di una certa letteratura sperimentale non si sposavano esattamente con le ragioni del mercato…

«C’era ancora Arnoldo che della “Nuova collezione di letteratura” se ne fregava. In quel caso, invece, si ritrovavano d’accordo Sereni e Alberto. Ma ricomparivano gli scrupoli di Sereni che si aggiungevano ai tormenti per le scelte dei poeti. Lo era lui stesso. Era una persona molto fragile, era sospettoso, impaurito, timoroso. Ricordo che parlava sempre per perifrasi: “Perché sai, la nota faccenda…”, “Ma quale nota faccenda?”, oppure: “Il Tale, che tu hai ben capito…”, e io: “Ma di chi stai parlando?”».

da un’intervista a Cesare Garboli, Panta n. 19 – Editoria, Bompiani, 2001

Nella misura in cui

Nella misura in cui

Locuzione fortunatissima; poco felice, sostituibile, pure è abbastanza tollerata dai linguisti. Da galera non è; ma se ne abuso, specialmente nel linguaggio politico. Lieve variante della vetusta espressione a misura che; questa il Tommaseo annotava senza riprovarla lui istesso, ma dicendola riprovata da alcuni. Citava, il Dalmata, esempi del Redi, del Forteguerri e di altri. Per l’odierna spropositata divulgazione di nella misura in cui ci hanno messo lo zampino i francesi; tuttavia è da rivendicare alla locuzione una discendenza nobile e antica, cioè il latino dei Vangeli, là dove Matteo ammonisce chi guarda la pagliuzza nell’occhio altrui a tener conto della trave che è nel proprio: «In qua mensura mensi fueritis, remetietur vobis», cioè «Nella misura in cui avrete misurato, sarete voi stessi misurati». Non è da stupire dunque se, forti di tanto esempio, certi ispirati uomini politici non si lasciano scappar l’occasione di modellare le loro esercitazioni tribunizie a somiglianza della prosa evangelica.

Luciano Satta, Come si dice, Sansoni, Firenze, seconda edizione 1974, pag.227

Revolutionary Comma

Ford diffida della routine perché «ci sono tanti esempi di libri d’esordio che restano i migliori, basta pensare a Walker Percy e a L’uomo che andava al cinema. Ecco, nel 1961 uscirono quasi contemporaneamente il romanzo di Percy, Comma 22 di Joe Heller e Revolutionary Road di Richard Yates. Tre capolavori. Avrebbero dovuto smettere allora. Anni dopo chiesero a Joe come mai non avesse più scritto un libro così bello e lui rispose tristemente “e chi altro c’è riuscito?”, una triste verità. Quando era vecchio e malato scrissi a Yates per dirgli quanto erano importanti per me i suoi libri, per ricordargli che c’era ancora chi lo leggeva. Mi rispose che viveva in Alabama attaccato a una bombola d’ossigeno, la trascinava dietro anche al supermarket. È una vera merda, mi scrisse uno dei più grandi romanzieri del Novecento».

Richard Ford intervistato da Matteo Persivale, in la Lettura #241, pag. 12