materiali 5. La profetessa Iside

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Un testo greco contenuto nel Codex Marcianus, un grosso manoscritto miscellaneo conservato a Venezia nella Biblioteca Marciana, è intitolato La Profetessa Iside a suo Figlio, ed è un testo alchemico risalente all’incirca al I secolo a.C. Il figlio di Iside è Horus; dietro il titolo c’è il simbolo della falce di luna, ma nessuno sa cosa significhi. Nella mitologia egizia c’è una famosa battaglia, in cui Seth acceca Horus e Horus taglia i testicoli a Seth. Entrambi vengono poi curati dal dio lunare Thoth, e cooperano insieme alla resurrezione del padre Osiride. Horus, il dio solare che restaura l’ordine, è l’antitesi di Seth, che rappresenta la passione caotica, la distruzione, la brutalità, è soprannominato l’Ardente, ed è nemico e assassino di Osiride.

Iside esordisce così: «Oh, figlio mio,quando tu decidesti di andare a combattere il perfido Tifone [cioè Seth] per il regno di tuo padre [il regno di Osiride], io mi recai a Hormanouthi, cioè a Hermopolis, la città di Hermes, la città egizia della sacra arte, e vi rimasi qualche tempo. Dopo un certo passaggio dei “kairoi” e il necessario movimento della sfera celeste, accadde che uno degli angeli che abitavano nel primo firmamento mi vide dall’alto e venne a me desiderando congiungersi carnalmente. Aveva gran fretta che l’unione avesse luogo, ma io non gli cedetti. Resistetti, perché volevo interrogarlo sulla preparazione dell’oro e dell’argento».

L’elemento kairoi gioca un ruolo importante anche in un altro antichissimo testo alchemico, in cui Zosimo sostiene che tutta l’alchimia dipende dal kairos, e definisce le operazioni alchemiche kairikai baphai, tinture di kairos. Egli teorizza che i processi chimici non avvengono da sé, ma soltanto nel giusto momento astrologico. In pratica, se lavoro con l’argento, la Luna, che è il pianeta dell’argento, deve trovarsi nella posizione giusta; se lavoro con il rame, Venere deve trovarsi in una certa costellazione; altrimenti le mie operazioni con l’argento e con il rame non avranno successo. Non basta prendere i due metalli e unirli, ma bisogna anche valutare e attendere la posizione astrologica adatta e pregare le divinità planetarie. Solo se si tiene conto di tutto ciò è possibile che l’operazione chimica riesca. L’espressione kairikai baphai implica l’idea che bisogna considerare la costellazione astrologica sotto la quale l’operazione avviene. Kairos, a quell’epoca e in quel contesto, significa il momento giusto dal punto di vista astrologico, il momento in cui si può riuscire nell’opera.

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L’alchimista è l’uomo che non solo deve conoscere la tecnica, ma anche tener conto delle costellazioni. Perciò Iside dice che, conformemente al passare di quei momenti (tra i quali bisognerà scegliere quello giusto) e al movimento della sfera celeste (cioè al movimento dei pianeti), accadde che uno degli angeli del firmamento mise l’occhio su di lei ed ebbe il desiderio di congiungervisi carnalmente. Iside tergiversa, perché vuole strappargli il segreto dell’alchimia, e fa un patto con l’angelo: gli si concederà solo se prima le rivelerà tutto ciò che sa su quell’argomento. «Quando gli feci la domanda, replicò che non intendeva rispondermi poiché si trattava di un mistero capitale, ma disse che sarebbe tornato il giorno seguente e avrebbe portato con sé Amnael, un angelo più grande, il quale sarebbe stato in grado di rispondermi e di risolvere il mio problema. Ed egli mi disse qual era il suo segno [cioè in che modo Iside avrebbe potuto riconoscere l’angelo] e che mi avrebbe portato e mostrato, reggendolo sul capo, un vaso di ceramica pieno d’acqua scintillante. Egli [l’altro angelo] intendeva dirmi la verità. Questo vaso è un “possoton” e non v’è pece in esso».

khonsA questo punto, in margine al testo, c’è il segno del dio Khnouphis, talvolta usato anche per il dio lunare Khons. «Il giorno seguente, quando il sole era a mezzo del suo corso, scese dal cielo l’angelo che era più grande del primo, e fu preso dallo stesso desiderio di me e aveva gran fretta [di soddisfarlo]. Ciononostante io volevo solo fargli la mia domanda. Quando stette con me non mi diedi a lui. Gli resistetti e vinsi il suo desiderio finché non mi mostrò il segno sul suo capo e mi consegnò la tradizione dei misteri, in piena verità e senza nasconder nulla. [Iside vince così la battaglia e l’angelo le rivela tutto ciò che sa sulla tecnica dell’alchimia.] Indicò poi nuovamente il segno, il vaso che portava sul capo, e cominciò a rivelarmi i misteri e il messaggio. Dapprima pronunziò il gran giuramento e disse: “Giuro, in nome del Fuoco, dell’Acqua, dell’Aria e della Terra; giuro in nome della Sommità del Cielo e della Profondità della Terra e degli Inferi; giuro in nome di Hermes e di Anubi, dell’ululato di kerkoros e del drago guardiano; giuro in nome della barca e del traghettatore Acharontos; e giuro in nome delle tre necessità, e delle fruste e della spada.” Dopo che ebbe pronunciato il giuramento, lo fece ripetere anche a me e mi fece promettere che non avrei mai rivelato a nessuno il mistero che stavo per ascoltare, tranne a mio figlio, al mio bambino, e al mio più intimo amico, così che tu sei me, e io sono te».

Non è chiaro se suo figlio sia il suo più intimo amico, o se si tratti di due persone diverse; né se «così che tu sei me, e io sono te» significhi «Tu, figlio mio, sei me» oppure si riferisca all’angelo e a Iside. Certamente, la frase significa che la persona che rivela il mistero all’altra realizza con lei un’unione mistica. Ogni volta che il mistero viene rivelato, i due diventano uno. Il manoscritto prosegue citando il mistero: «Ora vai, guarda, e chiedi al contadino Acheron. Venite, guardate, e domandate al contadino Acheron, e imparate da lui chi è colui che semina e chi è colui che raccoglie, e imparate che colui che semina orzo raccoglierà orzo e colui che semina grano raccoglierà grano. Ora, bambino mio, figlio mio, quella che hai udito è un’introduzione, ma da essa puoi capire che è così l’intera creazione e l’intero processo del nascere all’essere; e puoi capire che un uomo è solo in grado di generare un uomo, e un leone un leone, e un cane un cane, e se avviene qualcosa contro natura, allora è un miracolo e non può continuare a esistere, perché la natura gode della natura, e la natura vince la natura. Partecipando della potenza divina e rallegrandomi della sua divina presenza, risponderò ora anche alle domande riguardo alle sabbie, le quali non si preparano da altre sostanze, poiché bisogna stare nella natura così com’è e preparare le cose con la materia che si ha sottomano. Come ho già detto, il grano crea grano, e l’uomo genera l’uomo, e parimenti l’oro raccoglie oro, il simile produce il simile. Ecco, ti ho manifestato il mistero».

materiali 2. La terra matrice


Continuano le annotazioni sull’Alchimia – detta anche Il Magistero o La Grande Opera (Magnum Opus) – raccolte nella mia officina, insieme ad altro materiale che servì a costruire la prima (complessa) storia che pubblicai.

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La teoria della “generazione dei metalli” è formulata abbastanza chiaramente nella maggior parte dei trattati alchemici. In accordo con la mentalità filosofica del Medio Evo, gli scrittori “ermetici” paragonano la formazione dei metalli alla generazione animale, e non vedono differenza tra lo sviluppo del feto negli animali e l’elaborazione di un minerale nella matrice del globo terrestre. Per formare un certo metallo dagli elementi presenti in natura, bastava dunque scoprire il seme dei metalli; per questo gli alchimisti chiamano uovo filosofico il vaso dove si ponevano le materie che dovevano servire alla realizzazione della Grande Opera. In questo quadro, la formazione dei metalli vili quali il piombo, il rame lo stagno era considerata come un puro accidente. La Natura – per sua natura – si sforzava di dare alle sue opere l’ultimo grado di perfezione, dunque tendeva costantemente a produrre oro; la nascita degli altri metalli era solo il risultato di un fortuito disordine sopraggiunto nella formazione di quel corpo.

Salmon, nella Biblioteca dei filosofi chimici (Parigi 1741), dice: «Occorre necessariamente ammettere che l’intenzione della natura nel produrre il metalli non è di fare il piombo, il ferro, il rame, lo stagno, e nemmeno l’argento, benché questo metallo sia del primo grado di perfezione, ma di fare l’oro (il figlio dei suoi desideri); perché questa saggia operatrice vuol sempre dare l’ultimo grado di perfezione alle sue opere e, quando non vi riesche, e vi si riscontra qualche difetto, è suo malgrado che ciò avviene… È questa la ragione per cui noi dobbiamo considerare la nascita dei metalli imperfetti così come quella degli aborti e dei mostri, che avviene soltanto perché la natura è sviata nelle sue azioni, e trova una resistenza che le lega le mani ed ostacoli che le impediscono di agire regolarmente come di solito fa. Questa resistenza che la natura trova, sono le scorie che il mercurio ha contratto per l’impurità della matrice, cioè del luogo dove si trova per formare l’oro, e per il miscuglio che fa in quello stesso luogo con uno zolfo cattivo e combustibile».

Come gli esseri animati, i metalli si sviluppavano in seno alla terra, passando per una serie di perfezionamenti che li facevano elevare dallo stato imperfetto a quello perfetto. Per gli alchimisti, lo stato d’imperfezione di un metallo era caratterizzato dalla sua alterabilità, mentre il suo stato di perfezione dava la proprietà di resistere all’azione delle cause esterne.
Le diverse modificazioni che subivano i metalli per arrivare allo stato di oro o argento erano provocate dall’azione degli astri. L’influenza segreta esercitata dai grandi corpi celesti era lentissima: esigeva secoli per compiersi. In pratica, dentro la terra si troverebbe sempre uno stesso metallo sotto parecchi stati differenti, e spesso sarebbe aggregato in diverse combinazioni: da questi composti l’Arte alchemica doveva riuscire a estrarre il metallo puro. Questo portò i primi chimici a credere che i diversi metalli contenuti nella terra costituissero altrettanti gradi successivi di perfezione, destinati a condurli verso il loro stato definitivo.

I metalli e altre sostanze minerali furono consacrati fin dall’origine ai sette “pianeti” tradizionali. A Saturno si consacravano il piombo, il litargirio, l’agata e altre materie affini; A Giove lo stagno, il corallo, la sandracca, lo zolfo; al pianeta Marte il ferro, la calamita e le piriti; al Sole, considerato un pianeta, l’oro, il giacinto, il diamante, lo zaffiro e il carbone. A Venere corrispondevano il rame, le perle, l’ametista, lo zucchero, l’asfalto, il miele, la mirra e il sale ammoniaco; a Mercurio l’argento vivo, lo smeraldo, il succino, l’olibano, il mastice. E alla luna, considerata anch’essa un pianeta, si consacravano l’argento, il vetro e la terra bianca.

 

materiali 1. Alchimia


Quando mi misi a progettare il primo romanzo, poi realizzato a quattro mani, decisi che avrei parlato di misteriosi esperimenti alchemici che la vittima di un omicidio svolgeva nella sua villa, basandosi su un manoscritto settecentesco di cui era segretamente entrato in possesso, e di cui il suo assassino s’era impadronito.
Come sappiamo, alle suggestioni dell’alchimia – detta anche Il Magistero o La Grande Opera (Magnum Opus) – hanno fatto ricorso molti scrittori o sedicenti tali, per cercar di stimolare l’interesse del lettore per una materia tanto oscura. Ma generalmente si sono limitati a offrire riferimenti vaghi, superficiali e scontati, frutto di facili scorciatoie che spesso non comportavano studi specifici e un po’ approfonditi.
Dal canto mio, per quel romanzo mi piacque studiare l’alchimia e la sua storia e simbologia fino ai giorni nostri. Così, nella mia officina si raccolse una quantità di materiale che mantiene ancora un suo pregio.

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L’Alchimia è l’arte della trasformazione: produrre nel materiale su sui si sta operando una serie successiva di mutamenti per condurlo, a partire da uno stato grezzo, a uno stato perfetto e purificato.
In arabo kimiya è uno dei nomi del reagente per la trasformazione dei metalli, detto in occidente lapis philosophorum o pietra filosofale. Il vocabolo arabo deriva, attraverso il siriaco kimiya, da una tarda voce greca cumeia, attestata già verso la fine del III secolo d.C. (in Zosimo). Gli arabi designavano l’alchimia anche con i nomi: arte dell’elisir, arte, sapienza, scienza della pietra, scienza della chiave, scienza della bilancia.

Vien da domandarsi su quale base, su quale fondamento teorico si reggeva questa dottrina della trasmutazione dei metalli. Sostanzialmente, poggiava su due princìpi che si trovano quasi sempre negli scritti degli alchimisti: la teoria della composizione dei metalli, e quella della loro generazione in seno al globo terrestre.
Gli alchimisti consideravano i metalli come corpi composti, e ammettevano che la loro composizione era uniforme. Cioè, secondo loro tutte le sostanze che avevano un carattere metallico erano costituite dall’unione di due elementi comuni: zolfo e mercurio. La differenza di proprietà che si riscontra nei diversi metalli derivava dalle proporzioni variabili con cui il  mercurio e lo zolfo entravano nella loro composizione. Così, l’oro era formato da una gran quantità di mercurio purissimo, unita ad una piccola quantità di zolfo anche purissimo; il rame, da proporzioni  quasi eguali di quei due elementi; lo stagno, da molto zolfo mal fissato e da un po’ di mercurio impuro, ecc.

Così segnala Geber (Jābir ibn Hayyān) nel suo Summa perfectionis Magisterii in sua natura:

«Il sole è formato da mercurio molto sottile e da un poco di zolfo purissimo, fisso e chiaro, che ha un color rosso netto; e siccome lo zolfo non è sempre colorato ugualmente, perché ve n’è di più colorato e di meno, da ciò dipende se l’oro è più o meno giallo… Quando lo zolfo è impuro, rozzo, rosso, livido, e la  maggior parte è fissa e la quantità minore non è fissa, e si mischia con un mercurio ordinario ed impuro in modo che non vene sia più dell’uno che dell’altro, da questo miscuglio si forma Venere [il rame]… Se lo zolfo possiede debole fissità e un biancore impuro, se il mercurio è impuro, in parte fisso e in parte volatile, e se non ha che un biancore imperfetto, da questo miscuglio si farà Giove [lo stagno].»

Ma quello zolfo e quel mercurio così definiti, elementi dei metalli, non erano affatto identici allo zolfo e al mercurio normali. Il mercurius degli alchimisti rappresenta l’elemento proprio dei metalli, quello loro connaturato, la causa del loro splendore, della loro duttilità, in una parola della loro metallicità; il sulphur indica l’elemento combustibile.
Questa è la teoria sulla natura dei metalli che forma la base delle opinioni alchimistiche. Da qui si capisce la convinzione che sia possibile ottenere delle trasmutazioni: se gli elementi dei diversi metalli sono sostanzialmente i medesimi, ma in proporzioni diverse, si può sperare di mutare questi corpi gli uni negli altri, facendo variare con procedimenti appropriati la proporzione dei loro elementi. Quindi, di poter trasformare il mercurio in argento, il piombo in oro.