DetFic 6: Edipo Re

Dicono che Aristotele abbia concentrato la propria indagine sul teatro greco a lui contemporaneo solo perché questa era la forma d’intrattenimento più democratica, più accessibile e più diffusa dell’epoca. Se fossero esistite anche le storie poliziesche, molto probabilmente avrebbe rivolto anche lì la sua attenzione. Ma nella tragedia greca gli elementi della detective fiction già c’erano. Infatti, diversi elementi cardine del genere poliziesco si trovano nella tragedia Edipo re di Sofocle, che affonda le radici nella mitologia greca.
In sintesi, questa è la fabula.

Durante un viaggio, il re di Tebe Laio viene crudelmente massacrato a bastonate. Trascorsi molti anni, a Tebe sale sul trono un nuovo re: Edipo, uno straniero che ha liberato la città dall’incubo della Sfinge e che ha sposato Giocasta, la vedova di Laio. Ma l’assassinio di Laio, rimasto impunito, grida vendetta al Cielo, e gli dèi fanno scontare il peccato alla città scatenando una terribile pestilenza. Per placare la loro collera, è necessario che il colpevole venga scoperto e punito “di mano violenta”.

Deciso a salvare la sua città, Edipo si propone d’indagare per far luce su quell’antico delitto. Così, interroga la vedova del morto, i notabili di Tebe, l’indovino Tiresia, un vecchio pastore, finché – dopo un complicato intreccio di ragionamenti e rivelazioni – scopre che l’assassino è lui stesso.
Un vecchio servo della casa di Laio, fra dolorose reticenze, svela che Edipo è figlio di Laio, che lo fece esporre neonato sulle balze del monte Citerone affinché morisse, perché secondo una profezia il piccolo avrebbe un giorno ucciso il padre. Qui lo raccolse Polibo, re di Corinto, che lo adottò come suo. Ma un giorno, da principe ereditario di Corinto, Edipo s’era sentito predire dall’oracolo di Delfi che avrebbe ucciso il proprio padre e sposato la propria madre: sconvolto da quella profezia, per evitare che potesse avverarsi aveva deciso di fuggire. Ma sulla strada tra Delfi e Tebe, in un punto dove s’uniscono tre strade, aveva avuto un alterco con un uomo e l’aveva ucciso: quel’uomo era Laio.
La scoperta dell’orrenda verità induce Giocasta a impiccarsi, mentre Edipo, come la vede, si acceca con la fibbia della veste di lei.

Qui gli elementi della detective fiction ci sono quasi tutti: la morte violenta (l’omicidio di re Laio), il mistero (perché a Tebe s’è scatenata la peste?), il rapporto passato-presente (le radici del male di oggi affondano in un atto compiuto nel passato), le testimonianze e gli indizi (il mistero della peste verrà risolto facendo luce su un omicidio insoluto), la detection (Edipo ragiona e cerca di ricostruire i fatti).

L’elemento più straordinario della tragedia, però, è nel modo in cui l’indagine ha termine: facendo scoprire a Edipo di essere lui stesso l’assassino, Sofocle già sembra giocare con gli elementi del genere poliziesco, infrangendo la regola che vuole separate le figure del detective e del colpevole. In più, l’accanimento degli dèi contro Edipo si basa su una colpa di cui lui s’è macchiato inconsapevolmente, poiché non poteva riconoscere suo padre quando l’ha ucciso, e non poteva sapere che la splendida regina che ha sposato è sua madre. Sotto quest’aspetto, è evidente che l’Edipo re celebra l’oscurità del destino, la disarmonia del mondo, il non-senso della vita: tutti elementi che oggi si ritrovano nei romanzi noir.

 

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È vero, penso anch’io che avere una vera amicizia che parte dall’infanzia o dall’adolescenza e ti accompagna nella vita è una cosa importantissima. Però si possono trovare amici veri a ogni età, anche se crescendo è più difficile. Le amicizie adolescenziali non sempre reggono al passare del tempo, proprio per quell’elevato tasso di idealizzazione e per la funzione che esse assolvono. Terminata questa funzione, spesso termina anche l’amicizia. Non è raro infatti perdere, attorno ai vent’anni o poco più, gli amici del cuore con cui si è cresciuti e che fino al giorno prima erano come un altro sé, un’anima gemella sul serio. E invece un bel mattino si comincia a non telefonarsi come al solito, ci si vede meno, e in breve tempo ci si ritrova quasi estranei. A molti è successo, me compresa, e ci rimasi malissimo, non me ne facevo una ragione. Poi, all’università, durante una lezione di psicologia abbastanza noiosa, sentii la professoressa parlare di questo fenomeno; drizzai le orecchie. Spiegò appunto che queste amicizie adolescenziali simbiotiche e totali nascono durante quell’età perché sono necessarie a favorire un corretto sviluppo del giovane: una sorta di “palestra dei sentimenti” (come dice Pietropolli Charmet) e anche una difesa contro il mondo (in due si è più forti che da soli, nell’affrontare l’avventura della crescita). Spesso però queste amicizie non riescono a “evolversi” e così capita che le strade dei due amici del cuore si separino repentinamente e senza un motivo apparente, per non ritrovarsi più o restare comunque distanti. Altre amicizie invece riescono a compiere il salto e sono quelle più belle e preziose, quelle che danno anche senso a una vita. Continua a leggere “· 22”