Bleu de ciel

Vasilij Kandinskij, Bleu de ciel, olio su tela, 1940

Eakins

Thomas Eakins, John Biglin in a Single Scull, 1873-1874

«Al lirismo delle apparenze instabili e fluttuanti, l’americano Thomas Eakins (rientrato in patria dopo quattro anni di formazione a Parigi) contrapponeva sagome infallibili, realistiche e sgarbate, nella luce di un meriggio che l’inclinazione dei raggi solari consentiva di datare esattamente – mese, giorno, ora – nell’arco dell’anno 1872.
Perché sulla scienza (prospettica, matematica, geometrica, anatomica) Eakins fondava la sua conoscenza del mondo, forgiando un’identità nazionale libera, per la prima volta, dai modelli europei. Nascono allora le immagini votive di una mitologia americana ardita e senza padri: pugili e canottieri, ginnasti e giocatori di baseball, medici, fisici, inventori… schegge memorabili di quella versione pragmatica del sogno romantico di creatività che il Nuovo Mondo realizzava senza enfasi, nel quotidiano».

Anna Ottani Cavina, Una panchina a Manhattan, Adelphi, Milano 2019

Il cacciatore

― C’è una scena di Il cacciatore in cui avviene esattamente questo. Tornato dal Vietnam, in una battuta di caccia, Robert De Niro isola un cervo, fino a prenderlo di mira. In controcampo, l’animale si ferma in mezzo all’inquadratura. Se ne impadronisce. E all’improvviso gira il capo verso la cinepresa, quasi volesse fissare l’obiettivo. In quel momento è come se si dischiudesse il mistero della vita. Forse nemmeno per un secondo. Ma con una potenza soverchiante. Non è un caso che De Niro abbassi il fucile.

«Questa interpretazione è così precisa… Mi viene da ripetere quello che dico sempre a chi vuole diventare regista o realizzare un film: evitate di leggere libri sul cinema. Sono tutte stronzate. Non avete bisogno di sapere alcunché sui film. Ma sulla vita. È più importante percepire la differenza fra Tolstoj, Dostoevskij e Ivan Turghenev, che conoscere la teoria del montaggio. Non l’ho mai studiata, io, la teoria del montaggio.
Nabokov conosceva bene la vita. Era un esperto. La conosceva tanto da essersi permesso, in un’occasione, un appunto a un collega, la cui penna descriveva le meraviglie di un tramonto visto da una montagna. Piccolo dettaglio, notò il russo: dalla parete descritta il tramonto non si sarebbe mai potuto scorgere, era dalla parte oppostra della valle. Nabokov conosceva tutto, dalla geografia alla moda. Come Luchino Visconti».

Michael Cimino in conversazione con Fabrizio Tassi e Emilio Cozzi, Micromega 6/2011

San Serapio

Francisco de Zurbarán, Martirio di San Serapio, 1628

«Frate mercedario che si era dato in ostaggio per liberare i prigionieri cristiani, Serapio subì un martirio feroce: le membra fratturate, poi fatte a pezzi. Niente sangue nel quadro di Zurbarán, ma l’evidenza scultorea di quel saio incontaminato che va incontro alla morte nell’imitazione di Cristo. Vivo e parlante, a un passo da noi. Eppure illusivo e dipinto, come ci tiene a ricordare il pittore che, sul nero di tenebra, infilza uno spillo con una scritta in trompe-l’oeil: «Serapius – Zurbarán». Questa icona del misticismo spagnolo è anche l’emblema di un’ambiguità sotto traccia, arcana e moderna. Perché l’immagine-specchio della realtà, un’immagine che si vorrebbe neutrale, lascia intuire il substrato visionario e indicibile che sta sotto la pelle. Oltre le forme, logiche e razionali, delle apparenze».

Anna Ottani Cavina, Una panchina a Manhattan, Adelphi, Milano 2019

I momenti della durata

Sí, questo fatto dal quale con gli anni scaturisce la durata
è di per sé poco appariscente,
non fa conto parlarne
ma è degno di essere affidato alla scrittura:
perché dovrà essere per me la cosa più importante.
Dovrà essere il mio vero amore.
E io,
affinché da me nascano i momenti della durata
e diano un’espressione al mio volto rigido
e mettano nel mio petto vuoto un cuore,
devo assolutamente esercitare
un anno dopo l’altro
il mio amore.

http://www.pangea.news/peter-handke-canto-alla-durata/

Shelter Sleepers

Henry Moore, Study for Shelter Sleepers, 1941

«Negli anni Sessanta ho avuto la fortuna di incontrare alcuni dei più grandi artisti del XX secolo. Scoprii subito che erano diversi l’uno dall’altro. Bacon era modesto e pieno di dubbi. Sapeva che ero uno zoologo: era preoccupato che non approvassi la sua interpretazione pittorica delle espressioni facciali umane o di certi animali. Ricordo un suo dipinto che mostrava un babbuino colto mentre stava urlando. Forse l’aveva copiato da una famosa fotografia dove appariva un babbuino che, però, sbadigliava. Non osai dirglielo: sapevo che si sarebbe precipitato nel suo atelier e avrebbe distrutto quel quadro. Come gli capitava spesso di fare, perché non era mai soddisfatto. Francis viveva una vita sociale maledetta. Molto diversa da quella di Moore. Henry aveva un’esistenza familiare felice e stabile: avrebbe potuto essere un contadino dello Yorkshire. Anch’egli ha sempre voluto interrogarmi sugli animali. Miró, infine. Si vestiva come un banchiere o un diplomatico spagnolo. Era tranquillo e riservato. Parlando con lui, non avresti mai potuto immaginare quanto fosse drammatico il suo linguaggio. Era come se avesse destinato tutte le sue potenti emozioni solo ai dipinti. Moore e Miró erano tranquilli uomini di famiglia, mentre Bacon e Dalí erano selvaggi. Ma, pur se molto differenti tra loro, questi artisti avevano una cosa in comune: erano motivati a creare opere d’arte e lavoravano duramente, concentrandosi per lunghe ore nei loro studi».

Desmond Morris intervistato da Vincenzo Trione, la Lettura #322, pag. 28

The Arena

Desmond Morris, The Arena, 1976

«Ho sempre condotto una doppia vita. Il cervello umano ha due emisferi: mentre uno è specializzato nell’analisi fattuale, l’altro si occupa prevalentemente dell’intuizione e della fantasia. Sono uno scienziato analitico, che studia il comportamento animale e umano. Ma sono anche un artista surrealista, interessato al funzionamento della mente inconscia. Quando lavoro come scienziato, rendo semplice ciò che è complesso. Quando lavoro come artista, rendo complesso ciò che è semplice. Si tratta di due modi di pensare totalmente diversi. Da scienziato, quando noto un comportamento complicato, cerco di spiegarlo nel modo più comprensibile. Da artista, utilizzo materiali poveri, pochi tubetti di colore, e cerco di trasformarli in immagini ambigue. Tuttavia, anche se si tratta di due modalità di ragionamento differenti, la mia conoscenza degli organismi biologici, con le loro fisionomie e con i loro colori, è destinata a influenzare le visioni che dipingo. Ciò significa che i modelli elementari della vita animale influenzano il modo in cui eseguo i miei dipinti. Sulla tela, creo un universo parallelo di biomorfi, che hanno le loro regole e si evolvono lentamente. A novant’anni dipingo ancora nel mio atelier ogni sera fino alle 4 del mattino. Da scienziato, sto ancora scrivendo libri sul comportamento umano e su animali come i bisonti».

— Uno dei tratti distintivi del suo lavoro di ricerca consiste nella sapienza con cui riesce a coniugare scienza e narrazione. I suoi libri somigliano a conversazioni con un lettore ideale: un po’ come quelli di un altro grande scienziato-scrittore, Oliver Sacks.

«Una volta un mio amico mi disse: “Posso capire ogni parola che scrivi, ma niente di quello che dipingi”. Un commento giusto. Mentre i miei dipinti sono volutamente criptici, quando scrivo cerco di usare un linguaggio semplice, facile da capire. Quando ero un giovane scienziato dell’Università di Oxford, usavo il gergo tecnico. Come tutti i miei colleghi. Quello che scrivevamo era difficile da comprendere: volevamo apparire il più possibile accademici. Poi, mi è accaduto qualcosa di inaspettato. Sono andato a Londra e ho cominciato a parlare di animali in tv. Ho curato un programma televisivo ogni settimana. Per undici anni. È allora che ho imparato a servirmi di un linguaggio più diretto: finché, alla fine, parlavo con la telecamera come se stessi parlando con un amico. Il rischio era di non essere abbastanza rigoroso. Così, tenevo sulla mia scrivania un biglietto: “Semplificazione senza distorsione”. Tentavo di essere scientificamente accurato ma, allo stesso tempo, chiaro. Questa lezione mi è tornata utile quando ho iniziato a misurarmi con libri scientifici, come La scimmia nuda, rivolti a un pubblico ampio».

Desmond Morris intervistato da Vincenzo Trione, la Lettura #322, pag. 28