Caro Amico

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Caro amico — anche se quindici giorni fa non la conoscevo ancora, non mi è realmente possibile chiamarla diversamente — voglio innanzitutto dirle che incontrarla è stato per me qualcosa di più che prezioso. Avevo vagamente presentito che sarebbe stato così, ma non presentivo sino a questo punto. Devo chiederle poi di non tardar troppo a mandarmi la lettera di cui abbiamo parlato; è possibile che io parta fra pochi giorni.
Accludo a questa lettera quel che già esiste del mio testo teatrale: il terzo atto quasi per intero e lo schema del resto. Perché lei lo possa leggere, in primo luogo, e darmi il suo parere. Ma anche perché lo conservi (assieme alle poche poesie) se dovessi partire, e soprattutto se mi accadesse di morire.
Non so dire se abbia un qualche interesse conservare queste cose. Non vorrei illudermi. Ma per ogni evenienza desidero aver fatto il necessario affinché non scompaiano per forza di cose. Ovviamente, le domando solamente di custodirle presso di lei.
Mi ha profondamente commossa constatare che ha dedicato una viva attenzione alle poche pagine che le ho mostrato. Non ne traggo la conclusione che meritino attenzione. Considero tale attenzione come un dono gratuito e generoso da parte sua. L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.
A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono.
Fin dalla mia infanzia non desidero altro che averne ricevuto, prima di morire, la piena rivelazione. Mi sembra che lei sia orientato verso questa scoperta. In effetti, ritengo di non aver conosciuto, da quando sono giunta in questa regione, nessuno il cui destino non sia di gran lunga inferiore al suo; tranne un’eccezione.

(da una lettera di Simone Weil a Joë Bousquet, 13 aprile 1942)

Caro Amico

Caro amico — anche se quindici giorni fa non la conoscevo ancora, non mi è realmente possibile chiamarla diversamente — voglio innanzitutto dirle che incontrarla è stato per me qualcosa di più che prezioso. Avevo vagamente presentito che sarebbe stato così, ma non presentivo sino a questo punto. Devo chiederle poi di non tardar troppo a mandarmi la lettera di cui abbiamo parlato; è possibile che io parta fra pochi giorni.
Accludo a questa lettera quel che già esiste del mio testo teatrale: il terzo atto quasi per intero e lo schema del resto. Perché lei lo possa leggere, in primo luogo, e darmi il suo parere. Ma anche perché lo conservi (assieme alle poche poesie) se dovessi partire, e soprattutto se mi accadesse di morire.
Non so dire se abbia un qualche interesse conservare queste cose. Non vorrei illudermi. Ma per ogni evenienza desidero aver fatto il necessario affinché non scompaiano per forza di cose. Ovviamente, le domando solamente di custodirle presso di lei.
Mi ha profondamente commossa constatare che ha dedicato una viva attenzione alle poche pagine che le ho mostrato. Non ne traggo la conclusione che meritino attenzione. Considero tale attenzione come un dono gratuito e generoso da parte sua. L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità.
A pochissimi spiriti è dato scoprire che le cose e gli esseri esistono.
Fin dalla mia infanzia non desidero altro che averne ricevuto, prima di morire, la piena rivelazione. Mi sembra che lei sia orientato verso questa scoperta. In effetti, ritengo di non aver conosciuto, da quando sono giunta in questa regione, nessuno il cui destino non sia di gran lunga inferiore al suo; tranne un’eccezione.

(da una lettera di Simone Weil a Joë Bousquet, 13 aprile 1942)

Percezione

Si può dire che in un certo senso il mondo della scienza e quello della filosofia si contrappongono, ciascuno a suo modo, al mondo della percezione abituale: la scienza perché, attraverso l’eliminazione della percezione, ci schiude un universo ridotto ai suoi aspetti quantitativi grazie a procedimenti insieme matematici e tecnici; la filosofia, a sua volta, perché, attraverso l’approfondimento e la trasformazione della percezione abituale, ci fa prendere coscienza del fatto stesso che noi percepiamo il mondo e che il mondo è ciò che noi percepiamo.
In Bergson si trova anche una distinzione fra percezione abituale e percezione filosofica presentata nel modo seguente: «la vita esige che ci mettiamo dei paraocchi, che guardiamo non a destra, a sinistra o all’indietro, ma dritto davanti a noi nella direzione verso cui dobbiamo procedere». Per vivere, bisogna selezionare le conoscenze e i ricordi, limitarsi a cogliere «ciò che interessa la nostra azione sulle cose». «Si dirà altrettanto della percezione», continua Bergson. «Ausiliaria dell’azione, essa isola, nell’insieme della realtà, ciò che ci interessa». Ma, osserva, esistono degli uomini che nascono distaccati. Sono gli artisti: «Quando guardano una cosa, la vedono per se stessa, non per loro. Non percepiscono semplicemente in vista dell’agire, percepiscono per percepire, per niente, per il piacere». «Ebbene, ciò che la natura fa di tanto in tanto, distrattamente, per qualche privilegiato, la filosofia […] non potrebbe tentarlo in un altro senso e in un’altra maniera, per tutti? Il ruolo della filosofia non sarà proprio quello di condurci a una percezione più completa della realtà, attraverso un certo spostamento dell’attenzione?»

Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005, p. 183.