Eclettismo

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Pasolini è un poeta, un romanziere, un regista cinematografico, un autore di testi teatrali, un giornalista, uno sceneggiatore, un documentarista, un critico letterario, un editorialista, un intellettuale, un ribelle di mestiere. Il suo continuo passare da un ruolo all’altro ha contribuito a identificare l’artista come pura manifestazione di una genialità travolgente. Dopo Pasolini l’artista è più che mai la persona folgorata da puro estro. L’artista italiano non ha specializzazioni. Si sa, i registi scrivono libri, i romanzieri stanno dietro la macchina da presa. Il lavoro artistico non è un lavoro, Pasolini insegna che l’artista improvvisa, abbozza progetti e vivendo in una perenne vertigine creativa può cimentarsi in campi diversi e più che angosciarsi per raggiungere la vetta nel suo campo – nessuno sa dire quale sia il suo romanzo capolavoro – deve mettere in gioco le viscere. La migliore performance è vivere.

http://www.rivistastudio.com/standard/7-buoni-motivi-per-dimenticare-pasolini

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Formalismo e contenutismo

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Sulla questione formalismo vs/ contenutismo:

Non si tratta di provare che la musica ha connessioni con contenuti non musicali o extramusicali, ma di mostrare i limiti di una contrapposizione netta tra dimensione puramente musicale e dimensioni extra o non musicali della musica. Sostenere che la musica ha contenuti non vuol dire assegnare alle forme musicali contenuti esterni, ma piuttosto che la stessa musica è forma-contenuto e che l’apprezzamento delle strutture formali ha a che fare con la comprensione di contenuti che risuonano nella musica. Le associazioni extramusicali non sono tutte e sempre eliminabili, ma sono parte integrante dell’esperienza musicale. La forma in cui ascoltiamo la musica come organizzazione sensata di elementi richiede l’introduzione di rappresentazioni che nella prospettiva del formalismo sarebbero estranee alla musica. Si tratta però di capire in che senso intendere questa estraneità. Se il gesto, l’emozione, la struttura narrativa, ma anche il contesto della composizione, le intenzioni dell’autore ecc. sono non solo un elemento accessorio all’esperienza musicale, ma componenti indispensabili per comprendere e apprezzare la musica anche nei suoi aspetti formali, allora sono parte integante dell’esperienza della musica.

Alessandro Bertinetto, Il pensiero dei suoni, Bruno Mondadori, Milano 2012, p. 84

 

“Il lavoro culturale” di Luciano Bianciardi

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L’ironia di Bianciardi c’è tutta, ma il suo scontento è già più che evidente. A me è sempre spiaciuto per Bianciardi – se non lo conoscete, ve ne parla Wiki –, una persona geniale a cui avrei ceduto volentieri metà della mia faccia da culo. Metà per uno e saremmo stati entrambi contenti. Non dico che quella metà l’avrebbe fatto campare più a lungo, ma immagino l’avrebbe fatto campare meglio.
Bianciardi le cose le pigliava a cuore – troppo – e questo non gli ha fatto un gran bene, ha però permesso a noi d’avere fedeli e sagaci testimonianze della cultura e del fare cultura nel dopoguerra. Magari con metà della mia faccia da culo l’indagine bianciardiana non sarebbe stata la stessa, ma, e lo ribadisco, quelli bravi andrebbero tutelati. A costo d’impiantargli la parte di dna che sembra mancargli.

http://gaialodovica.wordpress.com/2014/07/30/il-lavoro-culturale-di-luciano-bianciardi

L'amico, il potente, il suicida

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Di poeti pubblicabili, cioè leggibili (anche se poco vendibili) in Italia ce ne sono circa una dozzina, magari anche venti, o se proprio si vuole si arriva a trenta. Non c’è quindi sufficiente materia per alimentare e tenere in vita le grandi, medie e minime collane che esistono. E’ ovvio, è inevitabile che si pubblichi semplicemente quello che c’è, procedendo secondo ben noti opportunismi (tanto la critica di poesia beve tutto oppure tace): prima viene l’amico, poi l’amico dell’amico, poi quello che si mette al tuo servizio, prima ancora quello che ha potere, o quello che insiste e non demorde, quello che se non lo pubblichi si inalbera, quello che poi te la farà pagare, quello che minaccia il suicidio…

http://www.ilfoglio.it/cultura/2015/07/15/avviso-al-fatto-se-la-collana-di-poesie-mondadori-chiude-perch-non-ci-sono-pi-poeti-pubblicabili

Sylvano Bussotti, Autotono

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Vicino a John Cage e alle sue esigenze di superare i “limiti” del pentagramma, Bussotti fu impegnato in prima linea a sabotare il sistema di notazione tradizionale insieme al movimento Fluxus, Yoko Ono, Cornelius Cardew, Robert Ashley e Giuseppe Chiari (è del 1962 la sua performance concettuale Gesti sul piano), fino al gruppo Zaj e Lee Ranaldo che durante la registrazione di un album dei Sonic Youth usava la faccia di Madonna per disegnare una sequenza di note che si autodistruggevano.

http://www.ilcorrieremusicale.it/2012/01/10/sylvano-bussotti-autotono

Julio Organum Julii

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Julio Organum Iulii – liturgia per organo e voce che parla – di Sylvano Bussotti (1968) è una partitura di pentagrammi frammentati, dispersi nella pagina e raccordati da esili tratteggi che indicano il libero volo dei suoni.

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La corretta interpretazione dei segni è fornita da annotazioni esplicative. I pentagrammi non indicano precisamente i suoni da eseguire, ma suggeriscono gli ambiti delle sonorità, tracciano i confini di un disegno sonoro.

In quattro punti i pentagrammi si deformano, come sotto la pressione di sonorità telluriche, che fuoriescono dalle coordinate dello spazio sonoro convenzionale.

http://www.musiquecontemporaine.fr/browse?index=2&sortId=&recordsPage=182

LINKS

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Nel 1969 il musicista Mauro Bortolotti creò la composizione LINKS, titolo molto evocativo alla luce dell’attuale civiltà dell’informazione in Rete, dove i links sono gli strumenti per eccellenza che tengono il tutto.

Qui è evidente il rapporto fra suono e segno: la densità cromatica rispecchia la massa sonora, dove le aree in chiaroscuro indicano colpi decisi di tutti gli archi (viole, violini, violoncelli, contrabbasso).

Nella sezione sotto, le forcelle (frecce direzionali) indicano suoni crescenti, calanti o altezze ben determinate; le linee sinusoidali che si sovrappongono alle rette suggeriscono ascillazioni del suono.

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La “grafia” della  nuova musica si raffronta con quella delle arti visive contemporanee: questa affinità tra le due arti prende le radici dalla musica di Anton Webern e dalla pittura di Piet Mondrian. In entrambe c’è l’intento di ricostruire la realtà ri-organizzando la materia, in musica con ogni tipo di suono e di rumore che proviene dall’uomo, in pittura con l’incontro con le cose e con i segni grafici.

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Ma, mentre l’espressione pittorica necessita di una successione spaziale (data dai limiti del campo visuale), nella percezione acustica esiste un “campo” in cui tutti i suoni possono essere ascoltati.

Secondo Theodor Adorno, la  musica è un’arte del tempo e la pittura è un’arte dello spazio. E le due espressioni si intersecano laddove si contrappongono per la loro naturale diversità (la musica, cioè, è anche una “forma” spaziale):
“le diverse arti passano una nell’altra proprio attraverso il loro contrasto”. Ma appena cercano di imitarsi, “esse, al contrario, si allontanano, si diversificano, approdando a quel sincretismo, nella vaga illusione di un continuum non dialettico delle arti in assoluto”.

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La pittura e la musica convergono nel fatto che sono linguaggio, sono scritture, a vengono a somigliarsi quanto più rinunciano all’elemento comunicativo, cioè quanto più sono astratte.